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| Nei primi anni del secolo scorso nella nostra Valle arrivò la luce
elettrica prodotta in loco dalle diverse centraline che sfruttavano piccoli
salti d’acqua per fare girare i generatori. Ricordo la S.A. Idroelettrica di San Paolo Cervo con centrale al Molino Pianelli (ora ripristinata); poi la centrale di Campiglia, quella al ponte Pinchiolo e quella di Piedicavallo. Dalle centrali si diramavano le linee elettriche sostenute da pali di legno verso i paesi. Maggiore era la distanza più forte era la caduta di tensione. Nelle frazioni più lontane come il Santuario di S.Giovanni, quando il prelievo di corrente superava di poco il normale si dovevano spegnere alcuni apparecchi per potere fare funzionare gli altri come ad esempio le macchine del caffè espresso. Le lampadine stesse nelle prime ore serali emettevano una luce davvero misera e di intensità variabile. Le difficoltà cessarono con l’arrivo dell’ENEL che in breve tempo provvide a rifare tutte le linee in alta tensione e a dotare tutte i centri dei necessari trasformatori. Con l’energia elettrica si diffusero nelle case gli elettrodomestici, primi fra i quali le lavatrici che in poco tempo misero in disuso i caratteristici lavatoi presenti in tutte i paesi. Molti di essi erano dei veri e propri modelli della nostra architettura rurale. I lavatoi erano il vero luogo di socializzazione ed erano denominati “il parlamento delle donne”. Erano ciascuno delle vere opere d’arte, ancora oggi visibili nei paesi ove sono stati ben conservati come a Quittengo, Sassaia, Forgnengo, Rosazza e Piedicavallo. Ciascuno aveva almeno tre vasche separate: una per il primo lavaggio, una per il risciacquo e una dell’acqua pulita per l’abbeveraggio del bestiame. Il giorno del bucato il lavatoio era più affollato. Le donne erano occupate per quasi tutta la giornata, sia per lavare, sciacquare e scaldare l’acqua per farla passare ripetute volte nella vasca della cenere, tanto che rimasto famoso il detto : “al dì dla buà l’omo l’è mal sciadlà”, cioè “il giorno del bucato l’uomo (il marito) è male accudito”, nel senso che la donna è troppo occupata per badare al marito.. Questo detto appare un pò in contrasto con l’altro detto ”oggi ho fatto giornata piena: ho fatto il bucato, ho seppellito il marito e ho pascolato le vacche”. Sempre a proposito di lavatoi e lavandaie ricordo anche che alcune famiglie, penso non molte, che soggiornavano in inverno in città quali Torino, erano use mandare in valle la biancheria da lavare per mezzo di robusti contenitori in vimini a forma di baule spediti per ferrovia fino a Biella e poi da biella Campiglia per corriere (traino a cavallo) e di qui a spalle alle lavandaie di destinazione: la biancheria lavata e stirata ritornava ai proprietari con gli stessi mezzi, in attesa di un successivo carico. Ritornando alle centrali elettriche, quella di S.Paolo aveva assunto anche un’altra funzione leggermente diversa da quella di produzione di corrente elettrica. Serviva alla moglie del custode per richiamare il marito che spesso, alla sera si attardava alla Balma all’osteria della Rosetta a suonare il violino con il compare Oreste. Il richiamo consisteva in ripetute brevi interruzioni di corrente che facevano sapere in tutte le abitazioni servite dalla rete nelle quali le lampadine erano accese, che il Canova era ancora una volta in ritardo e doveva rientrare a casa a sorvegliare la centrale.
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Sul finire del secolo XIX,intorno al 1890, una società belga
venne nel biellese a costruire alcune linee ferroviarie a scartamento
ridotto fra Biella – Balma e fra Biella – Cossato – Vallemosso
e più tardi, nel 1924, il ramo per Masserano. Poiché inizialmente
il nome della società era Ferrovie Economiche Biellesi (F.E.B.),
era uso comune dire “ci vediamo alla stazione delle economiche”. 6/8/06 C.A. |
Occorre premettere che il bucato, nella maggior parte delle famiglie
che non potevano permettersi le lavandaie a pagamento, era una incombenza
molto importante (ovviamente prima dell’avvento delle lavatrici)
e gravosa, che teneva impegnate le donne di casa per più di una
giornata. |
In alta Valle, fino a mezzo secolo fa, la vita era caratterizzata da una economia poco più che di sussistenza, conseguenza della scarsità di risorse alimentari ricavabili dal poco suolo utilizzabile e dagli altrettanto modesti allevamenti di bestiame. La maggior parte delle risorse economiche proveniva dalle rimesse dei lavoratori emigrati in diverse parti del mondo, dalla vicina Francia all’Africa. alla Cina e alle Americhe. Essi erano prevalentemente muratori, scalpellini, oppure, dopo l’istituzione delle Scuole Tecniche Professionali di Campiglia e Rosazza, assistenti, capimastri e costruttori edili in genere. Gli approvvigionamenti alimentari avvenivano nei numerosi negozi presenti in quasi tutti i principali centri abitati. Negli abitati minori e più disagiati ma comunque abitati da numerose famiglie alcuni rifornimenti e “servizi” erano assicurati da figure particolari e caratteristiche, gli ambulanti, dei quali non molti conservano la memoria, che passavano a cadenza fissa in tutte le case delle frazioni. Arrivavano dalle nostre parti, attraverso i valichi della Mologna, anche le donne della vicina alta valle di Gressoney, chiamate “uite”, portando in spalle il loro caratteristico cestone lungo a fondo largo e piatto, diverso dal nostro a fondo lungo e sottile. Esse venivano per vendere i loro prodotti caseari e per recarsi a rifornirsi al mercato di Adorno, soprattutto di sale e altri primari generi alimentari quali farina e zucchero. Nel versante di Quittengo, Sassaia, Oriomosso, passava settimanalmente Emilia Baruzzi, conosciuta come la “Milia dal tumme”, la quale partendo da Sassaia andava a rifornirsi, valicando la montagna, in alta Val Sessera di ottime tome, le famose “Tome del Maccagno”, che oggi vengono giustamente difese e rivalutate. Con in spalle il cestone (scistun) ricolmo scendeva bussando a tutte le case del versante proponendo la vendita del prezioso carico. Essa fu in seguito sostituita, per breve tempo dall’Aurora, anch’essa di Sassaia, la quale assunse poi il ruolo di portalettere che divise con la sorella Pierina. Esse scendevano tutti giorni dell’anno da Sassaia con qualunque tempo, pioggia o neve, per iniziare, a partire dalla Balma la distribuzione della posta in tutti i paesi e le frazioni. A Quittengo si ricorda la “Vivina”, proveniente da Montesinaro, anch’essa con le sue tome. Proveniente da Passobreve con un carico non meno pesante di frutta e verdura, saliva a Rialmosso e a Oriomosso per scendere poi, attraversando le frazioni Albertazzi e Roreto, verso Quittengo, la Caterina detta, non so per quale ragione, “Tabescia”. Queste donne, non meno delle nostre mamme, che vivevano tutta una vita di fatiche, recando sulle loro spalle carichi pesanti di legna, fieno, erba, letame, materiali da costruzioni (pietre – i cantùn – calce, laterizi, sabbia), tutti portati inesorabilmente in salita per scale, scalinate, sentieri scoscesci, ripidi pendii (le rive), meritano un ricordo doveroso e riconoscente unito a un grande rispetto ancora poco diffuso ai nostri giorni. Per i fabbisogni non propriamente alimentari, ma altrettanto necessari, passava il “merciaio” (marsè) con una grossa cassetta-armadio sulle spalle munita di numerosi sportelli e cassetti contenenti i più svariati articoli di merceria: fili di ogni colore e diametro, aghi per cucito a mano e a macchina, ditali, crouchet, ferri da maglia,fettucce, uova di legno per il rammendo delle calze,elastici, bottoni, forbici, mollette per i capelli, pettini, specchietti, catenelle, cerniere, pusoir, ganci e gancetti e persino occhiali pince-nez. Altro ambulante era il “Jaco brugiun” così soprannominato perché gridava per segnalare il suo arrivo con il suo vocione “fasulit”, cioè fazzoletti e telerie di ogni specie. In primavera, stagione delle semine, proveniente dal canadese arrivava il venditore di semenze per gli orti che portava i suoi semi che vendeva misurandone le quantità con dei piccolissimi bicchierini a forma di ditale. Tra i mestieri scomparsi ricordiamo quelli che ora denomineremmo “fornitori di servizi” quali l’ombrellaio (umbrelat) che passava gridando “paracqua” e rimetteva a nuovo gli ombrelli, il ciabattino che riparava scarpe, scarponi e zoccole e gridava “scarpe rute”. Poi lo stagnaro detto “magnin” che raccoglieva i contenitori di rame da stagnare (operazione di chiusura dei fori e delle fessure che si producevano con l’uso che perdurava per molti anni), soprattutto pentole, paioli, casseruole, forme per i dolci (stampini); li accumulava nella piazza del paese dove scavava un buco per accendere il fuoco sul quale fondeva le barre di stagno. Allo stesso modo raccoglieva i suoi pezzi l’arrotino che gridava “mulitta” che lavorava con una pesante ruota di pietra mossa a pedale (mola) montata su un carretto con ruote. Così il “cadregat”, l’impagliatore di sedie che girava con grandi fasci di paglia di diverso colore e il materassaio che si recava nelle case a rifare i materassi portandosi sulle spalle la pesante cardatrice munita di panca e l’appuntita frusta d’acciaio utilizzata per fare rinvenire (ammorbidire) la tela. Un’altra figura caratteristica era lo stracciaio (strasciat) che non vendeva ma acquistava. Passava all’incirca una volta l’anno a raccogliere abiti, cappotti, coperte, calzettoni, maglioni, coperte, lenzuola talmente usurati da essere ormai inutilizzabili nonostante i numerosi e ripetuti rammendi e rattoppi. Venivano conservati comunque dei ritagli, soprattutto di velluto, che venivano utilizzati per confezionare i caratteristici “scapin”, calde e robuste pantofole da casa. Pagava gli stracci a peso. Con una bilancia da tasca (una sorta di dinamometro), costituita da una specie di matita che conteneva una molla all’estremità della quale era fissato un gancio al quale appendeva il sacco, determinava, molto approssimativamente, il peso e quindi il valore da corrispondere a chi gli forniva la merce. La stessa persona svolgeva anche la funzione di “rottamaio” acquistando rottami metallici. Ricordo infine la Terzilla della Balma che faceva servizio di trasporto con la gerla delle valige dei viaggiatori in arrivo alla stazione della ferrovia elettrica. All’occorrenza recapitava anche i telegrammi ricevuti dall’ufficio postale poiché il telegrafo è stato per lungo tempo l’unico mezzo di comunicazione rapida delle notizie più importanti (soprattutto decessi di persone lontane). Il telefono iniziò a diffondersi nelle case solamente a partire dagli anni sessanta quando fu costruita la centrale ex Stipel, ora Telecom, di Campiglia. Sempre a Campiglia fino allo stesso periodo era attiva una piccola officina con cinque, sei dipendenti che produceva tra l’altro anche pezzi di ricambio per la Fiat, come altre aziende dei cosiddetti “terzisti”. Molti mestieri, pure del tutto scomparsi (almeno nell’alta valle), venivano esercitati nei rispettivi laboratori quali il falegname, il fabbro ferraio, la sartoria e il mugnaio nei mulini ancora operativi fino alla fine degli anni trenta a Rialmosso, Malpensa, ponte Pinchiolo e Piedicavallo. Carlo Albertazzi |
Arrivando da Biella la strettoia
di Passobreve preavvisa l’inizio
dell’Alta Valle, della “Bürsch” come è stata
recentemente richiamata nel bellissimo omonimo libro dell’illustre
studioso Massimo Sella, che visse per molti anni in estate a Quittengo.
Tale appellativo è stato felicemente confermato nello statuto della
Comunità Montana, anche per la tenace volontà del suo primo
Presidente Nello Casale che fu fautore di molte altre iniziative a favore
della montagna e dei suoi abitanti. Pare utile precisare che per noi della Bürsch, i “valit” propriamente detti, sono quelli originari dell’alta valle, un tempo chiamata Valle d’Andorno; anzi il suddetto appellativo viene pronunciato da Passobreve in giù con una certa supponenza, un certo retro-pensiero che non sapremmo altrimenti definire; basti pensare per esempio che l’alpeggio di Campiglia, sopra Piaro, viene ancora oggi chiamato ”al camp dal valëtte”. Per tornare al nostro tema occorre notare che salendo dopo Bogna, appaiono sulle pendici del monte Pila, una serie infinita di muretti o terrazzamenti, sempre più diffusi salendo per la vallee meglio visibile in inverno con le piante spoglie e in assenza di vegetazione. Con tali manufatti di pietra i nostri più antichi predecessori avevano ricavato, con non poca fatica, dei ristretti ripiani di terreno coltivabile strappati alle ripe ovunque molto scoscese, non altrimenti utilizzabili se non per le magre coltivazioni, molto simili ai fitti terrazzamenti che si vedono in Liguria nelle famose Cinque Terre. Qui da noi si coltivavano prevalentemente (ora non più perchè tali campi, così come i prati, sono pressocchè scomparsi invasi dalla vegetazione spontanea in continuo aumento) patate, fagioli, segala, orzo e la famosa canapa un tempo molto diffusa. Da essa si deduce il termine di “canepali” (canvai) per indicare in ogni caso qualunque appezzamento coltivato. La segala e l’orzo erano gli unici cereali prodotti in loco, diversamente dalla vicina Valle d’Aosta, dove il grano veniva coltivato ad altitudini molto maggiori delle nostre. La segala, da noi chiamata biada (biava), serviva oltre che per il pane (nero) anche per la paglia usata per ricoprire i tetti delle baite di montagna; l’orzo invece, dopo la tostatura nell’apposito attrezzo (brüsacafè), veniva usato come surrogato del costoso caffè coloniale non sempre reperibile nelle case e poi scomparso del tutto nel periodo delle due grandi guerre. Il caffè d’orzo è ora tornato in voga nei bar di città. Ritornando alla canapa, occorre ricordare che essa ha anche contribuito alle risorse di molte famiglie, almeno di quelle che disponevano di sufficienti “canvai” bene esposti per le semine. Essa aveva uno stelo alto e molto robusto, con una forte e tenace corteccia, la vera e propria canapa, dalla quale con le successive operazioni che vedremo, usciva come prodotto finale la bellissima e resistente tela per la biancheria della casa oppure destinata alla dote per le ragazze da marito. Nella Casa Museo di Rosazza sono visibili in un apposito locale gli attrezzi e i vari passaggi di lavorazione della canapa; sono pure esposti i diversi manufatti di tela e le carte di dote o “fardello” con l’elenco in duplice copia che veniva controfirmato dal futuro sposo e da un testimone, contenente la distinta di tutti i capi e gli oggetti che venivano consegnati in dote alla sposa. Dopo il raccolto della canapa a fine estate e una prima essiccazione, gli steli venivano raccolti in fasci detti “manavei” e messi a macerare negli appositi “gorg d’la canva”, vasche comuni scavate in terra esistenti in ogni paese in prossimità dei corsi d’acqua ove erano mantenuti a bagno per il tempo necessario. Dopo una certa esposizione al sole gli steli venivano scorticati per separarli dalle fibre. Gli steli secchi e nudi, chiamati “caniun” venivano anch’essi, per non sprecare nulla, utilizzati, dopo averne intinta un’estremità nello zolfo fuso, per ravvivare il fuoco al fine di risparmiare anche la spesa dei fiammiferi o zolfanelli! La canapa passava alla poi alla “pista”, una specie di mulino tuttora visibile a Rialmosso, ove veniva schiacciata e pestata sotto una grossa macina di pietra rotante uguale a quella dei classici mulini; si otteneva così il fiocco adatto per la successiva filatura. Le fibre più grezze e non altrimenti utilizzabili venivano solamente intrecciate o mò di cordino (trascìt) per la cucitura a mano delle suole di panno dei tradizionali “scapin”. La filatura del fiocco era svolta dalle donne più anziane della casa che usavano la conocchia, un’asta leggera detta “ruca” e i fusi di legno che ruotavano di continuo appesi al filo che usciva dalle abili mani sempre inumidite con la saliva, tanto che le donne dicevano alle nipoti che la tela prodotta era il frutto delle “bave della nonna”. Ai bambini si cantava nel frattempo la nenia: al füs e la ruca, al muntagne d’l Urupa (Oropa)….. Il filo veniva poi avvolto nell’aspa, raccolto in matasse e portato al mercato di Adorno per essere scambiato con la tela prodotta dalle tessitrici provenienti da Sala, che si trattenevano la loro parte in compenso del loro lavoro di tessitura. La tela veniva misurata con il “ras”, l’unità di misura di lunghezza (circa 60cm) usata prima del sistema metrico decimale, così come il “trabucco” (circa 3m) e la “emina “ (circa 20 litri) utilizzata al posto del peso per i cereali e le farine. Carlo Albertazzi. |
Fino agli anni trenta del secolo scorso, precedenti la seconda guerra
mondiale, il segno più evidente della popolazione che risiedeva
nella Valle era la presenza e la diffusione su tutto il territorio di
numerose e svariate attività che rispondevano alle necessità e
ai fabbisogni degli abitanti. (*) La sienite è una roccia rara e molto pregiata, il cui nome deriva da Siène, l'antica Assuan, in Egitto, dove esistono grandi cave sfruttate fin nei tempi antichi dai faraoni per costruire le piramidi. Molto resistente viene impiegata per pavimentazioni esterne, soglie, colonne, bordure, davanzali, portali, che rimangono inalterati nel tempo. A Siène Eratostene di Cirene, filosofo greco, intorno al 230 a.C. misurò per la prima volta le dimensioni della Terra. Carlo Albertazzi |
A Campiglia Cervo, nel 1862, furono istituite le
Scuole Tecniche Professionali a indirizzo edìle, che divennero
presto tra le più importanti del Piemonte e rimasero molto frequentate
fino alla metà del Novecento. Il giorno 5 novembre 1937 ebbe inizio per l’ultima volta il 1° Corso (allora di 5 anni). Le lezioni si iniziavano dopo avere pagato la “minervale” di 50 Lire (corrispondenti a circa 500 Euro di oggi), come veniva allora denominata la tassa annuale di iscrizione. I corsi duravano 5 mesi, da novembre a marzo, a differenza delle scuole pubbliche, ciò per le caratteristiche professionali della scuola che doveva consentire agli allievi, in genere occupati nel settore edilizio, di partire per il lavoro con l’inizio della bella stagione. Il regime di scuola privata con un proprio ordinamento non soggetto a vincoli governativi, pur consentendo una assoluta indipendenza sia nei programmi sia nel corpo insegnante, anche in senso economico, divenne nel tempo il suo principale handicap nei confronti della scuola pubblica, in quanto mancando il riconoscimento giuridico non era consentito ai suoi diplomati l’accesso verso il pubblico impiego pur rimanendo comunque apprezzati e ricercati nel settore edilizio privato. Nei primi decenni del secolo scorso gli assistenti edili diplomati a Campiglia erano assunti e stimati anche nelle carriere dello stato, come le ferrovie, il genio civile, l’ANAS, raggiungendo, molti di essi, i vertici delle carriere come ispettori di 1° classe nel gruppo A dei laureati. A questi ultimi, cessato il servizio con il collocamento a riposo, veniva conferito il titolo di Cavaliere. In quell’anno 1937 si parlava che si sarebbe istituita anche a Campiglia la scuola statale di Avviamento al lavoro, presente allora solo a Biella e a Vallemosso, che aveva anch’essa i suoi pregi, innanzi tutto il valore legale del diploma di scuola media, per entrambi i sessi, che consentiva l’accesso al pubblico impiego. Ciò portò di conseguenza la soppressione contemporanea e graduale dei primi tre anni delle Scuole Tecniche che rimasero funzionanti con i soli 4° e 5° corso per altri trent’anni, chiusi poi per mancanza di iscrizioni intorno agli anni settanta. I programmi delle Scuole Tecniche erano ridotti all’essenziale e limitati alle sole materie strettamente tecniche attinenti il settore delle costruzioni, come l’algebra, la geometria, la trigonometria, la topografia e il disegno. Soltanto negli ultimi anni furono aggiunti ai programmi brevi lezioni di italiano e computisteria. Per le materie professionali non si usavano libri di testo poiché le nozioni essenziali venivano dettate e spiegate al mattino e trascritte a casa in bella copia su fogli protocollo, che a fine anno venivano fatti rilegare a Biella alla cartoleria Mersi, con copertina telata nera e scritte in oro riportanti il nome della scuola, la materia l’anno scolastico e il nome dell’allievo. Ogni fine anno si esponevano i lavori, il libro, i disegni e i progetti redatti sui rilievi effettuati direttamente sul terreno. A conclusione del corso veniva organizzata una cerimonia pubblica nella quale venivano premiati gli allievi più meritevoli con un 1° e 2° premio e talvolta qualche “Menzione onorevole”. Veniva distribuito un pieghevole con l’elenco dei premiati e di quelli licenziati con allegato l’agognato “Libretto di diploma” con il quale molti si apprestavano a partire per raggiungere i cantieri a volte dislocati anche in regioni molto lontane nel mondo dove erano attesi da amici e parenti che già lavoravano in imprese della valle o di origine biellese. Nel tempo i nostri diplomati usciti da Campiglia (e anche dalle Scuole tecniche di Rosazza) hanno prestato la loro opera e le loro competenze tecniche in ogni continente a partire dall’Europa, l’Africa mediterranea e l’Africa nera fino al Sudafrica e il Madagascar, le tre Americhe, la Persia, la Cina, l’Australia fino alle isole Cook, tutti occupati in grandi opere come dighe, gallerie, ponti, ferrovie e strade. Con l’esaurirsi delle ondate migratorie, le quali per altro hanno in parte contribuito al rapido spopolamento della valle, si vanno allontanando dalla memoria i ricordi delle nostre benemerite scuole, facendoci dimenticare che oggi il fenomeno inverso degli stranieri che cercano lavoro da noi dovrebbe farci riflettere sulle nostre condizioni passate di emigranti. Sopravvive a tutt’oggi, non sappiamo fino a quando per il vero, una modesta, poco più che simbolica, testimonianza verso gli studenti più meritevoli ancora qui residenti. Grazie alla generosità di un benefattore torinese, l’Ing. Norzi, rifugiatosi a Oriomosso per le persecuzioni razziali durante il periodo fascista, il quale riconoscente verso la popolazione che lo accolse nella sua clandestinità, lasciò alla Scuola, allora ancora funzionante, una rendita che consente ancora di fare fronte alle spese di conservazione dello stabile e alla erogazione delle borse di studio. Carlo Albertazzi |
QUADRO SINOTTICO
delle distanze parziali e progressive dei paesi e borgate siti lungo la linea
statale
da Biella a Piedicavallo
E DISTANZE DA CAMPIGLIA CERVO ALLE
SINGOLE FRAZIONI DEI QUATTRO COMUNI DELLA VALLE SUPERIORE D'ANDORNO
COLLA POPOLAZIONE E ALTITUDINE
| DESIGNAZIONE DELLE LOCALITA' | DISTANZE |
POPOLAZIONE |
DISTANZE da Campiglia alle principali frazioni |
ALTITUDINE |
|
Parziali |
Progressive | ||||
Da
Biella al ponte della Maddalena compreso.................................. |
525,00 |
00 |
|||
Da
ponte della Maddalena alla diramazione strada di Mosso......... |
1128,00 | 1653 |
Biella 14.844 |
Quittengo 1260 |
Biella (ruotaia stazione)
410,00 |
Dalla
diramazione strada a Mosso al ponte Nelva........................... |
2346,00 | 3999 |
Andorno 2715 |
Roreto 1820 |
Andorno 554,09 |
Dal
ponte Nelva ad Andorno............................................................. |
1202,50 | 5101,5 |
. | Pila di sotto 2520 |
. |
Da
Andorno a Sagliano Micca-chiesa S. Stefano.......................... |
1205,50 | 6407 |
Sagliano Micca 2538 | Rialmosso 3600 |
Quittengo 803,14 |
Da
Sagliano Micca alla casa di Pietro Micca................................. |
305,50 | 6712,50 |
. | . |
Sagliano Micca 581,94 |
Dalla
casa di Pietro Micca a Passobreve (nuova Panetteria)........ |
1250,00 |
7962,50 |
. |
Oriomosso 3600 |
Ponte Balma 699,40 |
Da
passobreve al ponte di Rialmosso............................................... |
2023,00 | 9985,50 |
. | Albertazzi 2120 |
Rialmosso 785,61 |
Da
ponte di Rialmosso al ponte della Balma..................................... |
765,00 | 10750,50 |
. | . |
. |
Comune
di Quittengo Quittengo (capoluogo),Ballada,Gruppo,Molino Fontane e Sassaia. |
. |
. | 453 |
Sassaia 1180 |
Orio Mosso (soglia chiesa)1037,00 |
Orio
Mosso,Roreto,Albertazzi,Cà dei Romani,Maciotta,Balma e Zoè |
. |
. | 494 |
S.Paolo Cervo 1800 |
Campiglia C. 786,24 |
Rialmosso,Bogna,Tomati,Lace
e Fucina |
. |
. | 441 Quittengo totale 1388 |
Rivabella 4190 |
S. Paolo 795,65 |
Comune
di S. Paolo Cervo Piana, Magnani, Driagno, Pianelli e Bariola........................................ |
. |
. |
333 |
Oretto 800 |
Rivabella 847 |
Mortigliengo,Mazzucchetti,Oreto
e Santuario S. Giovanni......... |
. |
. |
343 |
Mortigliengo 1360 |
Mortigliengo (soglia oratorio) 886,23 |
Riabella |
. |
. |
322 |
Ospizio S. Giovanni 1575 |
Ospizio S. Giovanni 1020,17 |
Dal
ponte delle Fontane a Campiglia Cervo (casa comunale)....... |
1065,00 | 12966,50 |
S. Paolo (totale) 998 | . |
. |
Comune
di Campiglia Cervo Campiglia Cervo (capoluogo)............................................................. |
. |
. |
347 |
. |
. |
Piaro
e Forgnengo .............................................................................. |
. |
. |
457 |
Forgnengo 1410 |
Piaro (soglia oratorio) 974,55 |
Valle
Mosche e gli Iondini .............................................................. |
. |
. |
411 |
Valle Mosche 1400 |
Valle Mosche 873,65 |
Da
Campiglia Cervo al ponte Concabbia ..................................... |
989,50 | 13956 |
Campiglia totale 1215 | . |
. |
Dal
ponte Concabbia al ponte Concresio e strada carrozzabile per l' Ospizio
di S. Giovanni ..................................................................... |
875,00 |
14831 |
. |
. |
. |
Dal
ponte Concresio a Rosazza (chiesa nuova)............................. |
395,00 | 15226 |
. |
Rosazza 2260 |
Rosazza (portico nuova chiesa) 882,63 |
Da
Rosazza al Pinchiolo e biforcazione per strada mulattiera per Montesinaro
e Valle Sesia del Croso ............................................ |
1529,00 | 16755 |
. |
Montesinaro 4180 |
Momtesinaro (soglia chiesa) 1033,18 |
Dal
Pinchiolo a Piedicavallo .......................................................... |
1083,00 | 17838,50 |
. |
Piedicavallo 4870 |
Piedicavallo (soglia chiesa) 1038,18 |
N.B. Sarebbe
cosa veramente desiderabile che le Amministrazioni Tecniche, Governative
e Provinciali facessero mettere lungo le strade Nazionali e Provinciali
gl' Indicatori Chilometrici
allo scopo di far conoscere, il più possibile,
le distanze esistenti dei singoli Comuni dai Capoluoghi di Circondario e così familiarizzare
la popolazione alle distanze chilometriche
come p.e. già esiste nella Valle
Sesia lungo la strada che da Varallo tende ad Alagna ecc.
Dicembre 1882
IL CENSORE, I MAESTRI E GLI ALLIEVI DELLE SCUOLE TECNICHE DI CAMPIGLIA
CERVO
La tabella è un estratto di un lavoro esposto nel 1882
alla fine dell'anno scolastico.
Le misurazioni sono il risultato dei rilievi
topografici eseguiti direttamente sul terreno dagli allievi delle Scuole
Tecniche di Campiglia Cervo.
Si può notare che i comuni dell'alta valle erano a quella data quattro
in quanto Rosazza era ancora una frazione di Piedicavallo insieme a Montesinaro.
Il comune di Rosazza venne istituito nel 1906
dopo essere stato prima
frazione
di Campiglia Cervo e, dal 1722, di Piedicavallo.
Interessante il confronto fra il numero di abitanti di oggi (838) con quello
dei presenti nel 1882 nell' alta valle (6512). La diminuzione complessiva è del
87% e i residenti rimasti sono il 13% di quelli di allora.
Popolazione odierna |
1882 |
Variazione |
|
Quittengo |
238 |
1388 |
- 83% |
S. Paolo Cervo |
146 |
998 |
- 85% |
Campiglia Cervo |
178 |
1215 |
- 85% |
Rosazza |
89 |
1339 |
- 94% |
Piedicavallo |
187 |
988 |
- 81% |
Andorno Micca |
3.549 |
2.715 |
+ 13% |
Sagliano Micca |
1.676 |
2.538 |
- 34% |
Biella |
45.740 |
14.844 |
+ 32% |
Si premette innanzi tutto che si tratta esclusivamente di alcuni tratti di memorie personali e di brevi spunti di vita vissuta nel piccolo centro di Quittengo prima della tragica avventura della seconda guerra mondiale. Diciamo che dopo l’avvento del regime fascista, a partire dal 1926, con la istituzione dell’Opera Nazionale Balilla, tutti i giovani al compimento del sesto anno, con l’iscrizione alla prima classe elementare, erano iscritti d’ufficio alla detta ONB, alla quale subentrò poi la G.I.L. ossia la Gioventù Italiana del Littorio. La tessera costava già 5 Lire che non erano poche per molte famiglie; i maschi venivano inquadrati nei Balilla, poi Avanguardisti o poi Giovani Fascisti. Le femmine erano le Piccole Italiane, poi Giovani Fasciste e Donne Fasciste. Solo le famiglie più motivate iscrivevano i piccoli prima dei sei anni ai cosiddetti Figli della Lupa. Ciascuno nella propria divisa era obbligato a partecipare alle adunate del “Sabato Fascista” così denominato ad imitazione del Sabato Inglese costituendo il precursore della futura “settimana corta”. Si deve poi ricordare che oltre a tutti i sabati le adunate in divisa erano obbligatorie, in questo caso anche per gli adulti tutti in divisa, nelle numerose ricorrenze nazionali come il 28 ottobre (anniversario della marcia su Roma), 4 novembre (anniversario della Vittoria contro l’Austria-Ungheria, in seguito tacitamente abbandonato dopo il Patto d’Acciaio con la Germania), 21 aprile (Natale di Roma), 9 maggio (proclamazione dell’Impero). Le adunate del sabato fascista erano di norma suddivise fra gli esercizi fisici (ginnastica e marcia) e la cultura fascista e militare; fra i primi il corretto allineamento e l’assetto di sfilata. Noi a Quittengo, ove la piazza non era molto grande, gli esercizi di sfilata avvenivano sulla strada principale a partire dalla fontana situata al centro del paese (conosciuta da tutti ancora oggi come “pisciùla”) verso la Chiesa di S. Rocco e oltre. Nelle grandi occasioni si era tutti convocati per ascoltare i discorsi del Duce alla radio posta sul davanzale della finestra della sede del fascio situata al secondo piano della casa comunale. Ricordo ad esempio il 3 ottobre 1935 le parole pronunciate da Mussolini nella dichiarazione di guerra all’Etiopia: “…Con l’Abissinia abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta!”. Il 9 maggio 1936 il discorso per la proclamazione dell’Impero “… L’Italia ha finalmente il suo Impero”. Questo periodo, come moti ricordano, fu quello del massimo successo del fascismo; poi venne il 10giugno 1940 con la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra che si concluse tragicamente come tutti sappiamo. Tornando al nostro sabato fascista ricordiamo che l’istruzione militare era imperniata allo studio, allo smontaggio e rimontaggio del Moschetto modello 1891 unico allora in dotazione alle nostre Forze Armate. Ricordo infine la cultura musicale impartita da due valenti musicisti locali ai due gruppi separati, quello dei maschi e quello delle femmine. Il giorno più festoso era quello della Befana fascista, ove nella stessa sede del fascio, venivano distribuiti modesti doni costituiti da quaderni, pastelli, frutta secca oppure sciarpe e berretti di lana confezionati dalle donne fasciste. Con l’inizio della guerra vennero l’oscuramento, l’arrivo degli sfollati dalle grandi città per sfuggire ai bombardamenti, le prime restrizioni alimentari destinate nel tempo peggiorare, ma questa è un’altra storia. Carlo Albertazzi |