Le Memorie di Carlo Albertazzi

San Silvestro a Sassaia
Il Treno della Balma
Il Bucato della Nonna
I mestieri e gli ambulanti
La canapa e i Canepali
Attività Valligiane
Le scuole tecniche di Campiglia
Le piccole scuole dei paesi
L'inaugurazione della strada carrozzabile
Il Sabato Fascista a Quittengo
La Società Operaia di Mutuo Soccorso di Campiglia
La Mia Guerra

San Silvestro a Sassaia
Di Carlo Albertazzi


Salendo per la carrozzabile dalla Balma verso Quittengo, dopo le prime curve, appare il campanile della chiesa di Sassaia contornato dalle poche case visibili dal basso. Questa è una delle poche immagini che si presentano per chi arriva dal basso della valle, della bella frazione di Quittengo che divide con Oriomosso una posizione altrettanto invidiabile.
Il campanile mi ricorda il Santo Patrono di Sassaia, San Silvestro, che un tempo e solo fino a pochi anni fa veniva festeggiato nel giorno della sua naturale ricorrenza del 31 dicembre.
Come in molti paesi della valle le feste nei diversi oratori venivano celebrate in inverno, quando le donne erano meno impegnate nei lavori agricoli e gli uomini rientravano per la chiusura dei cantieri.
La festa del paese era allora un vero avvenimento anche per la assoluta mancanza di altri motivi di intrattenimento. Dapprima al suono della campana si radunava in piazza il consiglio dei capi famiglia ove veniva nominato il “Ministro”, in genere a rotazione fra i vari cantoni della frazione. Esso doveva occuparsi delle varie incombenze quali la pulizia della chiesa e degli arredi ed anche, la cosa più importante, dell’ospitalità dei sacerdoti, che di norma erano tre, il Vicario e due vice, in quanto le funzioni occupavano l’intera giornata. Al mattino una prima Messa bassa, poi la cosiddetta Messa grande o cantata. Seguivano al pomeriggio i Vespri che terminavano con la solenne Benedizione Eucaristica. Seguiva infine l’incanto per la raccolta delle offerte in favore dell’Oratorio..
All’uscita della Messa Grande in molti paesi si sparavano i mortaretti, che altro non erano che dei forti botti provocati dall’esplosione di contenitori di ghisa pesante stipati con polvere pirica e polvere di mattoni.
La festa era preceduta dal suono del “campanone” di S. Giovanni i cui rintocchi raggiungevano tutti i paesi della valle. Per muoverlo occorrevano robuste braccia perché agivano due persone alla volta e due per il cambio. Per tradizione fra i paesi si faceva a gara fra chi riusciva a farlo suonare più a lungo. Durante le guerre napoleoniche il “campanone” era stato calato e interrato per evitarne l’asportazione e fusione per fabbricare cannoni. Oggi a cura dell’associazione degli Alpini l’impianto è stato meccanizzato e quindi non si richiede più alcuna fatica ma i rintocchi sono meno squillanti.
Ogni famiglia faceva del suo meglio per preparare i piatti migliori della tradizione non ricca dei nostri paesi e ciascuno cercava di fare bella figura con i propri ospiti invitati dai paesi vicini. Non mancavano mai le “miasce” ora ricomparse nelle feste pubbliche a cura dei volontari delle diverse Pro-loco, come le pere cotte nel vino e aromatizzate con i chiodi di garofano, gli ormai introvabili “Martin sec”.
Terminate le funzioni iniziava il “Torn”, ovvero il giro delle case più ospitali ove venivano offerti, oltre alle già citate “miasce”, i torcetti e le “noccioline di Chivasso”, il tutto innaffiato con qualche buon bicchiere di vino.
Alla sera nelle case dove era reperibile un locale adatto si chiudeva la festa con il ballo al suono di bravi musici che allora non mancavano mai nei nostri paesi. Di Sassaia ricordo il Renzo Martinero (clarino) e l’ing. Mario Catella (violino).
Anche a Sassaia si ballava la sera di San Silvestro e a questo proposito ricordo che, ancora piccolo (siamo nei primi anni ’30) mi raccontarono che in una di queste ricorrenze improvvisamente alla festa, al centro del ballo si presentò in sella al suo cavallo il Severino Picchetto, conducente di Campiglia.
Le strade per accedere a Sassaia erano unicamente due pedonali – la carrozzabile raggiunse il paese solo alla fine degli anni ’60 – una da Campiglia e l’altra, detta “strada delle forche”, che partiva dalla carrozzabile Quittengo-Campiglia nei pressi del ponte sul rio Sassaia.
Entrambe le strade erano importanti per la vita degli abitanti di Sassaia. La prima, per Campiglia, portava alle scuole, alla chiesa, al cimitero e ai negozi (alimentari, farmacia, sale e tabacchi, ciabattino, barbiere). La seconda, per Quittengo, portava al capoluogo, al municipio, e arrivare alla Balma dove vi era l’ufficio postale e il capolinea del treno che a sua volta permetteva di raggiungere gli opifici di Sagliano e Andorno e la stazione ferroviaria di Biella.




L’arrivo della luce elettrica
Di Carlo Albertazzi
Nei primi anni del secolo scorso nella nostra Valle arrivò la luce elettrica prodotta in loco dalle diverse centraline che sfruttavano piccoli salti d’acqua per fare girare i generatori.
Ricordo la S.A. Idroelettrica di San Paolo Cervo con centrale al Molino Pianelli (ora ripristinata); poi la centrale di Campiglia, quella al ponte Pinchiolo e quella di Piedicavallo.
Dalle centrali si diramavano le linee elettriche sostenute da pali di legno verso i paesi. Maggiore era la distanza più forte era la caduta di tensione. Nelle frazioni più lontane come il Santuario di S.Giovanni, quando il prelievo di corrente superava di poco il normale si dovevano spegnere alcuni apparecchi per potere fare funzionare gli altri come ad esempio le macchine del caffè espresso. Le lampadine stesse nelle prime ore serali emettevano una luce davvero misera e di intensità variabile.
Le difficoltà cessarono con l’arrivo dell’ENEL che in breve tempo provvide a rifare tutte le linee in alta tensione e a dotare tutte i centri dei necessari trasformatori. Con l’energia elettrica si diffusero nelle case gli elettrodomestici, primi fra i quali le lavatrici che in poco tempo misero in disuso i caratteristici lavatoi presenti in tutte i paesi. Molti di essi erano dei veri e propri modelli della nostra architettura rurale.
I lavatoi erano il vero luogo di socializzazione ed erano denominati “il parlamento delle donne”. Erano ciascuno delle vere opere d’arte, ancora oggi visibili nei paesi ove sono stati ben conservati come a Quittengo, Sassaia, Forgnengo, Rosazza e Piedicavallo. Ciascuno aveva almeno tre vasche separate: una per il primo lavaggio, una per il risciacquo e una dell’acqua pulita per l’abbeveraggio del bestiame.
Il giorno del bucato il lavatoio era più affollato. Le donne erano occupate per quasi tutta la giornata, sia per lavare, sciacquare e scaldare l’acqua per farla passare ripetute volte nella vasca della cenere, tanto che rimasto famoso il detto : “al dì dla buà l’omo l’è mal sciadlà”, cioè “il giorno del bucato l’uomo (il marito) è male accudito”, nel senso che la donna è troppo occupata per badare al marito.. Questo detto appare un pò in contrasto con l’altro detto ”oggi ho fatto giornata piena: ho fatto il bucato, ho seppellito il marito e ho pascolato le vacche”. Sempre a proposito di lavatoi e lavandaie ricordo anche che alcune famiglie, penso non molte, che soggiornavano in inverno in città quali Torino, erano use mandare in valle la biancheria da lavare per mezzo di robusti contenitori in vimini a forma di baule spediti per ferrovia fino a Biella e poi da biella Campiglia per corriere (traino a cavallo) e di qui a spalle alle lavandaie di destinazione: la biancheria lavata e stirata ritornava ai proprietari con gli stessi mezzi, in attesa di un successivo carico.
Ritornando alle centrali elettriche, quella di S.Paolo aveva assunto anche un’altra funzione leggermente diversa da quella di produzione di corrente elettrica. Serviva alla moglie del custode per richiamare il marito che spesso, alla sera si attardava alla Balma all’osteria della Rosetta a suonare il violino con il compare Oreste. Il richiamo consisteva in ripetute brevi interruzioni di corrente che facevano sapere in tutte le abitazioni servite dalla rete nelle quali le lampadine erano accese, che il Canova era ancora una volta in ritardo e doveva rientrare a casa a sorvegliare la centrale.


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Il Treno della Balma
di Carlo Albertazzi

Sul finire del secolo XIX,intorno al 1890, una società belga venne nel biellese a costruire alcune linee ferroviarie a scartamento ridotto fra Biella – Balma e fra Biella – Cossato – Vallemosso e più tardi, nel 1924, il ramo per Masserano. Poiché inizialmente il nome della società era Ferrovie Economiche Biellesi (F.E.B.), era uso comune dire “ci vediamo alla stazione delle economiche”.
Nel 1924 la linea venne elettrificata conservando la stessa sigla che però significava Ferrovie Elettriche Biellesi.
Più tardi, nei primi anni del secolo XX, vennero costruite la Biella – Oropa e le linee per Mongrando e per Borriana. Ora che siamo nei primi anni del duemila, stanno per compiersi 50 anni dalla soppressione delle ferrovie e tramvie. Non sono più molti che ricordano la loro esistenza e sono scomparsi quasi tutte le tracce del loro passato.
Ci sembra doveroso ricordare la loro importanza che ebbero a quel tempo per lo sviluppo della nostre vallate prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione privati.
Qui parliamo della Biella – Balma che serviva la nostra Valle del Cervo e che doveva proseguire fino a Rosazza. Si diceva che la realizzazione fosse stata ostacolata perché si temeva che l’afflusso di troppa gente potesse recare disturbo ai villeggianti di quel caratteristico paese considerato la “perla della valle”.
Le rotaie si fermarono in ogni modo alla Balma e comunque contribuirono al forte sviluppo della cave di sienite di cui la Valle era ricca; sono tuttora ben visibili le buche dove veniva estratto il famoso materiale che, dopo le lavorazioni eseguite in loco da abili scalpellini, veniva spedito in tutto il mondo.
La Biella – Balma, a differenza della Biella – Oropa che correva in gran parte sulla sede stradale, aveva una sede propria e sono tuttora evidenti, alla sinistra della sede stradale salendo verso la Balma, i numerosi e pregevoli manufatti quali ponti e viadotti, nonché alcuni fabbricati delle stazioni.
Inizialmente i vagoni erano trascinati da locomotive a vapore. Si narra in proposito che durante la Grande Guerra ‘15/’18, per la difficoltà di reperire il carbone, quando si verificava un calo di pressione il treno si fermava in salita; il personale doveva allora scendere per raccogliere i ricci secchi dei castagni accumulatisi ai bordi della ferrovia per riattivare il fuoco della caldaia.
Vi erano cinque stazioni vere e proprie con il Capostazione, ufficio biglietteria, sala di attesa e alloggio al primo piano. Esse erano dislocate a Tollegno, Miagliano, Andorno (tuttora ben visibile nella sua caratteristica architettura, alla destra lungo la circonvallazione del paese), Sagliano e Balma capolinea con la rimessa le motrici. Quest’ultima, restaurata di recente a cura della Provincia proprietaria dello stabile, è tuttora ben visibile con la sua grande scritta.
La stazione di Biella, cui facevano capo anche le altre linee, ultima sede della dogana, è stata demolita appena da qualche anno in sede di ampliamento della via Bertodano.
In alcune stazioni vi erano anche dei binari di raccordo per il servizio di trasporto merci delle aziende come a Miagliano, Sagliano, Bogna – Molino Lace.
Da Biella alla Balma il treno impiegava 40-45 minuti per percorrere l’intera tratta tenendo conto delle manovre per l’inversione di marcia a Miagliano,dove doveva compiere un ampio giro per superare la differenza di quota con Adorno.
Il biglietto per l’intero tratto costava nel 1940 Lire 3,80, quello di andata e ritorno Lire 5,50, l’abbonamento mensile Lire 69,00.
Nelle ore di punta il treno era sempre molto affollato e c’era il tempo per conversare o, come si dice oggi, per socializzare, e per discutere spesso di politica oppure anche per giocare a carte. I passeggeri si conoscevano tutti e poiché provenivano da tutti i paesi e le frazioni della vallata le notizie circolavano in “tempo reale” con aggiornamenti quotidiani. All’arrivo alla Balma si verificava l’assalto alla corriera per Piedicavallo che disponeva di soli 50 posti, per cui molti saltavano giù dal treno ancora in movimento prima del suo arrivo in stazione per occupare gli ambiti posti a sedere. Anche i conduttori erano conosciuti da tutti: Alessio e Pietro per l’autobus, il Gamba, Tarello, Rosazza e Romersa per i treni.
Alla Balma dormivano i ferrovieri dell’ultimo treno che arrivava intorno alle ore 23 e che attendeva l’uscita degli operai dell’ultimo turno. Ripartiva al mattino alle ore 5 per lo stesso motivo per il turno in fabbrica delle ore 6, oppure per portare i viaggiatori al primo treno per Torino delle ore 7. In questo caso alcuni treni arrivavano fino alla stazione della Biella-Santhià situata in via Lamarmora, dove ora si trova la galleria del C.D.A.
Verso la fine degli anni cinquanta del secolo scorso la sorte dei treni e delle tramvie era ormai segnata, nonostante le proteste e i tentativi di resistenza della popolazioni e della amministrazioni. Tutto scomparve in poco tempo insieme alle caratteristica tramvia ancora oggi ricordata e rimpianta. Tutto fu svenduto in fretta, materiali, fabbricati e terreni per fare posto alla crescente invasione della motorizzazione privata.
Dei mezzi di allora, lenti ma comodi resta più soltanto il ricordo degli ultimi nostalgici.

6/8/06 C.A.

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Il Bucato della Nonna
Ovvero La Buà (in dialetto al femminile)

di Carlo Albertazzi

Occorre premettere che il bucato, nella maggior parte delle famiglie che non potevano permettersi le lavandaie a pagamento, era una incombenza molto importante (ovviamente prima dell’avvento delle lavatrici) e gravosa, che teneva impegnate le donne di casa per più di una giornata.
Esso veniva eseguito esclusivamente dalle donne di casa in media ogni tre, quattro settimane a seconda anche delle condizioni del tempo poiché il sole era un fattore di primaria importanza per la buona asciugatura della biancheria fino a quando furono messi in commercio gli strizzapanni a manovella
In genere il bucato veniva fatto in un locale al piano terreno provvisto di un grande camino ove doveva trovare posto un grande paiolo per il riscaldamento e la bollitura dell’acqua da utilizzare per il lavaggio. Occorreva poi un grande mastello (in genere una vecchia botte tagliata a metà detta “scarrà”) oppure un grande contenitore in lamiera zincata e, più tardi, in alluminio. Questi recipienti avevano tutti un grosso foro alla base per consentire il recupero della “liscivia”. Da questa caratteristica sembra derivare il termine di uso generale “bucato” imoiegato per denominare tutta l’operazione.
La suddetta “scarrà” doveva esse poi posta su un particolare sostegno costituito da due barre di legno unite a V a una estremità e dotate di tre piedi, con il lato aperto in corrispondenza del foro di uscita della liscivia.
La biancheria doveva essere preventivamente bagnata e insaponata nei lavatoi esistenti in ogni cantone prima di essere collocata nel mastello dal quale dovevano uscire alcuni straccetti inseriti nel “buco” per indirizzare e regolare il deflusso della liscivia insieme ad alcune cannucce di legno (canien) incrociati per evitarne l’otturazione.
A proposito dei lavatoi quasi tutti sono ancora esistenti e visibili nelle diverse frazioni della valle. Nei paesi più popolati erano costituiti da più vasche ed erano riparati da coperture e mura perimetrali. In certi casi erano situati in posizioni distanti dalle abitazioni, pertanto nell’esecuzione del bucato bisogna anche mettere in conto la fatica per il trasporto a spalle della biancheria una volta per l’insaponatura e un’altra per il risciaquo .
A partire dal fondo del recipiente si posavano ben distesi i capi più grandi e pesanti come le lenzuola, poi salendo gli asciugamani, le camicie, i fazzoletti e via via le cose più piccole e leggere. Venivano inseriti fra i diversi strati dei rametti di alloro per profumare. Alla fine tutto veniva coperto con un grande telo di canapa grezza e pesante detto “chandrei” che serviva da contenitore della cenere che era il l’agente principale del lavaggio. Essa doveva essere ben bruciata, non contenere residui carboniosi, setacciata e provenire da legno “forte” come quello del faggio o del frassino. La cenere di castagno era tassativamente da evitare per il suo contenuto di tannino che avrebbe ingiallito la biancheria bianca.
Si iniziava la mattina presto con l’accensione di un bel fuoco per iniziare a riscaldare l’acqua nel paiolo e si disponeva nel mastello in modo ordinato la biancheria insaponata in precedenza al lavatoio. Per evitarne l’otturazione veniva posto in corrispondenza del foro di scolo un frammento di piatto La prima acqua tiepida insieme a un po’ di polvere di liscivia si versava sulla cenere e iniziava a passare attraverso la biancheria e a uscire dal “buco”, raccolta e riversata sopra la cenere. Man mano che l’acqua si scaldava veniva poco alla volta aggiunta fino a quando giungeva all’ebollizione.
Si comprende da questa breve descrizione che tutta l’operazione occupava più donne per una intera giornata: da qui il detto già riportato in altra occasione “quand ca la fumna la fa al buà l’omo l’è mal sciadlà”, cioè il marito è male accudito, soprattutto per quanto riguarda la preparazione dei pasti. Da notare che il verbo “sciadlè” qui è utilizzato in riferimento al marito mentre in genere aveva il significato di accudire il bestiame.
Tornando al bucato alla fine si doveva eseguire il risciacquo al lavatoio dopo avere lasciato riposare la biancheria nel mastello per tutta la notte. Seguiva poi la torcitura dei panni lavati in modo da eliminare quanta più acqua possibile. Questa operazione richiedeva una certa forza soprattutto nel caso delle lenzuola: una donna teneva ben stretta fra le mani una estremità mentre un’altra avvolgeva e torceva finché aveva forza l’altra estremità. A questo punto si poteva procedere all’asciugatura al sole, distendendo talvolta i panni bianchi sull’erba per migliorare il candeggio. La biancheria pulita finalmente “sapeva di bucato”.
L’acqua utilizzata per il lavaggio ( la liscivia) non veniva buttata via perché serviva per lavare i pavimenti essendo ricca di sapone prodotto dalla reazione chimica fra i sali sodici e potassici contenuti nella cenere e i grassi asportati dai panni sporchi.
Secondo il racconto dell’amica Maria Pia di Roreto, dalla quale abbiamo appreso molti particolari riguardanti l’esecuzione del bucato, quanto sopra detto valeva per il bucato usuale e cosiddetto “dei vivi” poiché, quando accadeva un decesso in famiglia, si eseguiva la “buà di mort”, ossia il lavaggio di tutta la biancheria utilizzata dal defunto. Esso prevedeva le stesse operazioni di base ma aveva una procedura diversa.
Innanzi tutto doveva essere eseguito assolutamente fuori dalle mura domestiche, pertanto veniva svolto nei pressi del lavatoio dove doveva essere acceso il fuoco necessario al riscaldamento dell’acqua. La prima acqua che usciva dal tino veniva gettata via per evitare un eventuale contagio da possibili malattie (quali non si sa bene poiché il più delle volte la causa della morte non era chiara). Nel caso di malattie infettive dichiarate gli indumenti e tutta la biancheria del defunto dovevano essere rigorosamente bruciati.
Fra la biancheria venivano inseriti oggettini sacri e nella zona circostante venivano appoggiate a terra numerose cannucce ricavate dalla canapa (canien) disposte a croce. Durante tutto lo svolgimento del bucato venivano recitate dalle donne inginocchiate intorno al mastello varie giaculatorie in memoria del caro estinto.

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I mestieri e gli ambulanti
Di Carlo Albertazzi


In alta Valle, fino a mezzo secolo fa, la vita era caratterizzata da una economia poco più che di sussistenza, conseguenza della scarsità di risorse alimentari ricavabili dal poco suolo utilizzabile e dagli altrettanto modesti allevamenti di bestiame.
La maggior parte delle risorse economiche proveniva dalle rimesse dei lavoratori emigrati in diverse parti del mondo, dalla vicina Francia all’Africa. alla Cina e alle Americhe. Essi erano prevalentemente muratori, scalpellini, oppure, dopo l’istituzione delle Scuole Tecniche Professionali di Campiglia e Rosazza, assistenti, capimastri e costruttori edili in genere.
Gli approvvigionamenti alimentari avvenivano nei numerosi negozi presenti in quasi tutti i principali centri abitati. Negli abitati minori e più disagiati ma comunque abitati da numerose famiglie alcuni rifornimenti e “servizi” erano assicurati da figure particolari e caratteristiche, gli ambulanti, dei quali non molti conservano la memoria, che passavano a cadenza fissa in tutte le case delle frazioni. Arrivavano dalle nostre parti, attraverso i valichi della Mologna, anche le donne della vicina alta valle di Gressoney, chiamate “uite”, portando in spalle il loro caratteristico cestone lungo a fondo largo e piatto, diverso dal nostro a fondo lungo e sottile. Esse venivano per vendere i loro prodotti caseari e per recarsi a rifornirsi al mercato di Adorno, soprattutto di sale e altri primari generi alimentari quali farina e zucchero.
Nel versante di Quittengo, Sassaia, Oriomosso, passava settimanalmente Emilia Baruzzi, conosciuta come la “Milia dal tumme”, la quale partendo da Sassaia andava a rifornirsi, valicando la montagna, in alta Val Sessera di ottime tome, le famose “Tome del Maccagno”, che oggi vengono giustamente difese e rivalutate.
Con in spalle il cestone (scistun) ricolmo scendeva bussando a tutte le case del versante proponendo la vendita del prezioso carico. Essa fu in seguito sostituita, per breve tempo dall’Aurora, anch’essa di Sassaia, la quale assunse poi il ruolo di portalettere che divise con la sorella Pierina. Esse scendevano tutti giorni dell’anno da Sassaia con qualunque tempo, pioggia o neve, per iniziare, a partire dalla Balma la distribuzione della posta in tutti i paesi e le frazioni.
A Quittengo si ricorda la “Vivina”, proveniente da Montesinaro, anch’essa con le sue tome.
Proveniente da Passobreve con un carico non meno pesante di frutta e verdura, saliva a Rialmosso e a Oriomosso per scendere poi, attraversando le frazioni Albertazzi e Roreto, verso Quittengo, la Caterina detta, non so per quale ragione, “Tabescia”.
Queste donne, non meno delle nostre mamme, che vivevano tutta una vita di fatiche, recando sulle loro spalle carichi pesanti di legna, fieno, erba, letame, materiali da costruzioni (pietre – i cantùn – calce, laterizi, sabbia), tutti portati inesorabilmente in salita per scale, scalinate, sentieri scoscesci, ripidi pendii (le rive), meritano un ricordo doveroso e riconoscente unito a un grande rispetto ancora poco diffuso ai nostri giorni.
Per i fabbisogni non propriamente alimentari, ma altrettanto necessari, passava il “merciaio” (marsè) con una grossa cassetta-armadio sulle spalle munita di numerosi sportelli e cassetti contenenti i più svariati articoli di merceria: fili di ogni colore e diametro, aghi per cucito a mano e a macchina, ditali, crouchet, ferri da maglia,fettucce, uova di legno per il rammendo delle calze,elastici, bottoni, forbici, mollette per i capelli, pettini, specchietti, catenelle, cerniere, pusoir, ganci e gancetti e persino occhiali pince-nez.
Altro ambulante era il “Jaco brugiun” così soprannominato perché gridava per segnalare il suo arrivo con il suo vocione “fasulit”, cioè fazzoletti e telerie di ogni specie.
In primavera, stagione delle semine, proveniente dal canadese arrivava il venditore di semenze per gli orti che portava i suoi semi che vendeva misurandone le quantità con dei piccolissimi bicchierini a forma di ditale.
Tra i mestieri scomparsi ricordiamo quelli che ora denomineremmo “fornitori di servizi” quali l’ombrellaio (umbrelat) che passava gridando “paracqua” e rimetteva a nuovo gli ombrelli, il ciabattino che riparava scarpe, scarponi e zoccole e gridava “scarpe rute”.
Poi lo stagnaro detto “magnin” che raccoglieva i contenitori di rame da stagnare (operazione di chiusura dei fori e delle fessure che si producevano con l’uso che perdurava per molti anni), soprattutto pentole, paioli, casseruole, forme per i dolci (stampini); li accumulava nella piazza del paese dove scavava un buco per accendere il fuoco sul quale fondeva le barre di stagno.
Allo stesso modo raccoglieva i suoi pezzi l’arrotino che gridava “mulitta” che lavorava con una pesante ruota di pietra mossa a pedale (mola) montata su un carretto con ruote.
Così il “cadregat”, l’impagliatore di sedie che girava con grandi fasci di paglia di diverso colore e il materassaio che si recava nelle case a rifare i materassi portandosi sulle spalle la pesante cardatrice munita di panca e l’appuntita frusta d’acciaio utilizzata per fare rinvenire (ammorbidire) la tela.
Un’altra figura caratteristica era lo stracciaio (strasciat) che non vendeva ma acquistava. Passava all’incirca una volta l’anno a raccogliere abiti, cappotti, coperte, calzettoni, maglioni, coperte, lenzuola talmente usurati da essere ormai inutilizzabili nonostante i numerosi e ripetuti rammendi e rattoppi. Venivano conservati comunque dei ritagli, soprattutto di velluto, che venivano utilizzati per confezionare i caratteristici “scapin”, calde e robuste pantofole da casa. Pagava gli stracci a peso. Con una bilancia da tasca (una sorta di dinamometro), costituita da una specie di matita che conteneva una molla all’estremità della quale era fissato un gancio al quale appendeva il sacco, determinava, molto approssimativamente, il peso e quindi il valore da corrispondere a chi gli forniva la merce. La stessa persona svolgeva anche la funzione di “rottamaio” acquistando rottami metallici.
Ricordo infine la Terzilla della Balma che faceva servizio di trasporto con la gerla delle valige dei viaggiatori in arrivo alla stazione della ferrovia elettrica. All’occorrenza recapitava anche i telegrammi ricevuti dall’ufficio postale poiché il telegrafo è stato per lungo tempo l’unico mezzo di comunicazione rapida delle notizie più importanti (soprattutto decessi di persone lontane). Il telefono iniziò a diffondersi nelle case solamente a partire dagli anni sessanta quando fu costruita la centrale ex Stipel, ora Telecom, di Campiglia. Sempre a Campiglia fino allo stesso periodo era attiva una piccola officina con cinque, sei dipendenti che produceva tra l’altro anche pezzi di ricambio per la Fiat, come altre aziende dei cosiddetti “terzisti”.
Molti mestieri, pure del tutto scomparsi (almeno nell’alta valle), venivano esercitati nei rispettivi laboratori quali il falegname, il fabbro ferraio, la sartoria e il mugnaio nei mulini ancora operativi fino alla fine degli anni trenta a Rialmosso, Malpensa, ponte Pinchiolo e Piedicavallo.

Carlo Albertazzi

 

La canapa e i Canepali
di Carlo Albertazzi
Arrivando da Biella la strettoia di Passobreve preavvisa l’inizio dell’Alta Valle, della “Bürsch” come è stata recentemente richiamata nel bellissimo omonimo libro dell’illustre studioso Massimo Sella, che visse per molti anni in estate a Quittengo. Tale appellativo è stato felicemente confermato nello statuto della Comunità Montana, anche per la tenace volontà del suo primo Presidente Nello Casale che fu fautore di molte altre iniziative a favore della montagna e dei suoi abitanti.
Pare utile precisare che per noi della Bürsch, i “valit” propriamente detti, sono quelli originari dell’alta valle, un tempo chiamata Valle d’Andorno; anzi il suddetto appellativo viene pronunciato da Passobreve in giù con una certa supponenza, un certo retro-pensiero che non sapremmo altrimenti definire; basti pensare per esempio che l’alpeggio di Campiglia, sopra Piaro, viene ancora oggi chiamato ”al camp dal valëtte”.
Per tornare al nostro tema occorre notare che salendo dopo Bogna, appaiono sulle pendici del monte Pila, una serie infinita di muretti o terrazzamenti, sempre più diffusi salendo per la vallee meglio visibile in inverno con le piante spoglie e in assenza di vegetazione.
Con tali manufatti di pietra i nostri più antichi predecessori avevano ricavato, con non poca fatica, dei ristretti ripiani di terreno coltivabile strappati alle ripe ovunque molto scoscese, non altrimenti utilizzabili se non per le magre coltivazioni, molto simili ai fitti terrazzamenti che si vedono in Liguria nelle famose Cinque Terre.
Qui da noi si coltivavano prevalentemente (ora non più perchè tali campi, così come i prati, sono pressocchè scomparsi invasi dalla vegetazione spontanea in continuo aumento) patate, fagioli, segala, orzo e la famosa canapa un tempo molto diffusa. Da essa si deduce il termine di “canepali” (canvai) per indicare in ogni caso qualunque appezzamento coltivato.
La segala e l’orzo erano gli unici cereali prodotti in loco, diversamente dalla vicina Valle d’Aosta, dove il grano veniva coltivato ad altitudini molto maggiori delle nostre.
La segala, da noi chiamata biada (biava), serviva oltre che per il pane (nero) anche per la paglia usata per ricoprire i tetti delle baite di montagna; l’orzo invece, dopo la tostatura nell’apposito attrezzo (brüsacafè), veniva usato come surrogato del costoso caffè coloniale non sempre reperibile nelle case e poi scomparso del tutto nel periodo delle due grandi guerre. Il caffè d’orzo è ora tornato in voga nei bar di città.
Ritornando alla canapa, occorre ricordare che essa ha anche contribuito alle risorse di molte famiglie, almeno di quelle che disponevano di sufficienti “canvai” bene esposti per le semine. Essa aveva uno stelo alto e molto robusto, con una forte e tenace corteccia, la vera e propria canapa, dalla quale con le successive operazioni che vedremo, usciva come prodotto finale la bellissima e resistente tela per la biancheria della casa oppure destinata alla dote per le ragazze da marito.
Nella Casa Museo di Rosazza sono visibili in un apposito locale gli attrezzi e i vari passaggi di lavorazione della canapa; sono pure esposti i diversi manufatti di tela e le carte di dote o “fardello” con l’elenco in duplice copia che veniva controfirmato dal futuro sposo e da un testimone, contenente la distinta di tutti i capi e gli oggetti che venivano consegnati in dote alla sposa.
Dopo il raccolto della canapa a fine estate e una prima essiccazione, gli steli venivano raccolti in fasci detti “manavei” e messi a macerare negli appositi “gorg d’la canva”, vasche comuni scavate in terra esistenti in ogni paese in prossimità dei corsi d’acqua ove erano mantenuti a bagno per il tempo necessario. Dopo una certa esposizione al sole gli steli venivano scorticati per separarli dalle fibre. Gli steli secchi e nudi, chiamati “caniun” venivano anch’essi, per non sprecare nulla, utilizzati, dopo averne intinta un’estremità nello zolfo fuso, per ravvivare il fuoco al fine di risparmiare anche la spesa dei fiammiferi o zolfanelli!
La canapa passava alla poi alla “pista”, una specie di mulino tuttora visibile a Rialmosso, ove veniva schiacciata e pestata sotto una grossa macina di pietra rotante uguale a quella dei classici mulini; si otteneva così il fiocco adatto per la successiva filatura. Le fibre più grezze e non altrimenti utilizzabili venivano solamente intrecciate o mò di cordino (trascìt) per la cucitura a mano delle suole di panno dei tradizionali “scapin”.
La filatura del fiocco era svolta dalle donne più anziane della casa che usavano la conocchia, un’asta leggera detta “ruca” e i fusi di legno che ruotavano di continuo appesi al filo che usciva dalle abili mani sempre inumidite con la saliva, tanto che le donne dicevano alle nipoti che la tela prodotta era il frutto delle “bave della nonna”. Ai bambini si cantava nel frattempo la nenia: al füs e la ruca, al muntagne d’l Urupa (Oropa)…..
Il filo veniva poi avvolto nell’aspa, raccolto in matasse e portato al mercato di Adorno per essere scambiato con la tela prodotta dalle tessitrici provenienti da Sala, che si trattenevano la loro parte in compenso del loro lavoro di tessitura.
La tela veniva misurata con il “ras”, l’unità di misura di lunghezza (circa 60cm) usata prima del sistema metrico decimale, così come il “trabucco” (circa 3m) e la “emina “ (circa 20 litri) utilizzata al posto del peso per i cereali e le farine.
Carlo Albertazzi.

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Attività Valligiane
di Carlo Albertazzi

Fino agli anni trenta del secolo scorso, precedenti la seconda guerra mondiale, il segno più evidente della popolazione che risiedeva nella Valle era la presenza e la diffusione su tutto il territorio di numerose e svariate attività che rispondevano alle necessità e ai fabbisogni degli abitanti.
Le cave, ove si estraeva la famosissima nostra sienite (*), erano attive sia a Rosazza che a S.Paolo e a Quittengo, nelle zone di Balma e Bogna. Esse occupavano fra tutte più di cento operai e un tempo più addietro superavano anche i 200, non tutti valligiani. Molti erano arrivati da altre regioni quali il Lago Maggiore, il Varesotto, il Bresciano, il Veneto e pure la Puglia (Minervino Murge). Molti di essi si sono qui sposati e hanno formato le loro famiglie bene integrate con la nostra popolazione.
Ciascuna cava, grande o piccola, possedeva una propria fucina (forgia) ove i fabbri (furgiarun) provvedevano al riassetto degli attrezzi di acciaio (punte, scalpelli e cunei - punciot) arroventandoli al calor bianco nei bracieri della forgia sempre accesi, per rifare loro le punte e dare ad esse una nuova tempera.
Esiste tuttora una sola cava di sienite a quota elevata dei fratelli Gamma sulle pendici a monte della strada provinciale da S.Giovanni verso la galleria Rosazza. Qui vengono ormai estratti solo grossi blocchi che vengono trasportati e lavorati altrove.
Molte famiglie del posto possedevano uno o più capi di bestiame e in estate occupavano gli alpeggi più prossimi agli abitati poiché i pascoli alle quote più alte venivano sfruttati dai margari provenienti da fuori. Lo sfalcio del fieno e la raccolta delle foglie e del legname per uso famigliare contribuiva a mantenere la perfetta pulizia dei prati e dei boschi. La cura del territorio si nota soltanto più in altre regioni e vallate anche prossime la nostra. Purtroppo la nostra Valle, per la ridotta presenza di abitanti, rimane preda della vegetazione spontanea che aggredisce fin quasi a soffocarli i nostri bellissimi paesi unitamente ai ripetuti danni provocati dalle precipitazioni, conseguenza della cessata regimentazione delle acque.
Erano in quel tempo in funzione molti negozi e osterie nei principali centri abitati. Salendo dal basso l’osteria a Bogna Molino Lace, a Balma l’osteria e panificio Caroli, tabaccheria e giornali e la famosa cantina della Rosetta, vicino alla stazione, vero luogo di sosta e ristoro per la partenza e l’arrivo dei treni. Oggi, sempre alla Balma, in controtendenza alla scomparsa di molti esercizi, da qualche anno è aperta la farmacia del dott. Marzia, un pugliese che da vero pioniere e con molto coraggio ha sfidato il nostro spopolamento.
A Rialmosso erano aperte due botteghe, una con tabaccaio e l’altra annessa la mulino del cantone Tomati, oltre all’osteria detta del “Rico”. A Quittengo il negozio con tabacchi e telefono pubblico detto del “Circolo” delle sorelle Sogno.
Risalendo nel fondovalle, alla frazione Malpensa c’era il negozio con forno della famiglia Casale, detto della “Martina” e così pure la trattoria e il macello dell’Aldo Vella. Proseguendo, all’Asmara c’era l’omonimo ristorante albergo con annesso negozio alimentare e tabacchi (tuttora attivo) e distributore di benzina, ove il titolare Eugenio Maciotta svolgeva anche servizio di autonoleggio con una bella e famosa Lancia Lambda. Si narra che il padre di questi, il “Basiliun”, soleva reclamizzare l’albergo vantando con i clienti i suoi servizi nel seguente modo: “vin dla mia casi-na (vino della mia cascina), eve dal mie gali-ne (uova delle mie galline), bero dal mie vache (burro delle mie vacche), servi dal mie mate (serviti dalle mie figlie): que n’avete ad pü? (cosa ne volete di più?)”.
A Campiglia, vero centro della Valle, importante per la sede parrocchiale e famosa per le sue rinomate Scuole Tecniche Professionali, ormai chiuse da più di trent’anni, erano allora aperti molti esercizi: quattro alimentari, due fruttivendoli, una merceria, una macelleria, una cartoleria, un ferramenta, una banca, una farmacia e due alberghi-ristoranti, l’ufficio postale, oltre a due barbieri e un calzolaio con edicola. Fra gli esercizi alimentari occupava un posto non secondario il grande magazzino della Società Operaia di Mutuo Soccorso, con forno, osteria, campo delle bocce e un grande salone da ballo, dove si teneva il 6 gennaio di ogni anno la festa sociale con la banda musicale che apriva il corteo prima del grande “bal dal trumbe”. La presenza delle scuole richiamava molti studenti da fuori che alloggiavano in pensione presso le famiglie del posto.
L’arredo dei negozi non era certo quello di oggi. Alle pareti vi erano scaffalature aperte di legno con alla base svariati armadietti chiusi e cassetti. Al centro del bancone campeggiava la grande bilancia a stadera con un grande piatto appeso all’asta graduata che serviva a pesare soprattutto il pane. Di fianco vi era una piccola bilancia a due piatti per le merci più minute, in maggior parte vendute sfuse in pacchetti di carta confezionati dalle abili mani delle venditrici. Dalla marmellata al caffè, al riso, alla pasta, alla farina, allo zucchero sempre avvolto nella sua caratteristica “carta da zucchero” del classico colore azzurro. Vi era infine una bilancia con un piatto costituito da un contenitore di vetro utilizzata esclusivamente per pesare il sale.
Vicino alla porta di ingresso erano fissati al muro cartelli di latta sui quali vi erano scritti in rilievo i nomi dei prodotti che richiedevano una autorizzazione particolare per la vendita; fra questi ricordo “chinino di stato”, “olio di oliva” e “olio di semi”.
Salendo ancora, a Rosazza vi era l’albergo Gragliasca, ove, per un breve periodo durante l’ultima guerra, fu aperta anche una sala cinematografica. In questo comune vi era anche un magazzino con forno della locale cooperativa e le Scuole Tecniche Professionali di Rosazza.
Arrivando a Piedicavallo, importante soprattutto come punto di partenza per le escursioni in montagna, ricordiamo diversi negozi, la Società Operaia, il teatro Margherita, il grande albergo Mologna e l’altro minore, la Rosa Bianca, l’unico tuttora funzionante nell’Alta Valle Cervo, assieme all’albergo Asmara e alla struttura turistico alberghiera recentemente rinnovata presso il Santuario di S.Giovanni. Il citato albergo Mologna, ormai chiuso e smembrato da molti anni, era dotato anch’esso di un rinomato ristorante e una grande sala da ballo dove si esibivano in prevalenza le orchestre locali composte da numerosi musicisti del posto.
A Piedicavallo era molto diffuso lo spirito di accoglienza verso i forestieri, tanto che molte famiglie avevano attrezzato le loro abitazioni per l’affitto stagionale ai turisti e integrare così i modesti redditi di casa.
L’accoglienza per i giovani da fuori paese, che frequentavano il ballo per incontrare le ragazze locali, non era sempre così benevola perché venivano talvolta allontanati a sassate dalla strada per Montesinaro che sovrasta la strada provinciale.
Di questi grandi balli che si tenevano alla Società Operaia o al Mologna, come pure a Forgnengo, Rialmosso e Ribella, e che si svolgevano alla luce del sole (si fa per dire) per consentire alle madri di sorvegliare le loro figlie, non rimane soltanto che un tenue ricordo.
Chiudiamo questa sintetica panoramica ricordando i pochi negozi rimasti ancora aperti fino a non molto tempo fa a Montesinaro, Valle Mosche (che ora si chiama Valle Mosca) e Riabella.

(*) La sienite è una roccia rara e molto pregiata, il cui nome deriva da Siène, l'antica Assuan, in Egitto, dove esistono grandi cave sfruttate fin nei tempi antichi dai faraoni per costruire le piramidi. Molto resistente viene impiegata per pavimentazioni esterne, soglie, colonne, bordure, davanzali, portali, che rimangono inalterati nel tempo. A Siène Eratostene di Cirene, filosofo greco, intorno al 230 a.C. misurò per la prima volta le dimensioni della Terra.

Carlo Albertazzi

 

LE SCUOLE TECNICHE DI CAMPIGLIA
A Campiglia Cervo, nel 1862, furono istituite le Scuole Tecniche Professionali a indirizzo edìle, che divennero presto tra le più importanti del Piemonte e rimasero molto frequentate fino alla metà del Novecento.
Il giorno 5 novembre 1937 ebbe inizio per l’ultima volta il 1° Corso (allora di 5 anni). Le lezioni si iniziavano dopo avere pagato la “minervale” di 50 Lire (corrispondenti a circa 500 Euro di oggi), come veniva allora denominata la tassa annuale di iscrizione.
I corsi duravano 5 mesi, da novembre a marzo, a differenza delle scuole pubbliche, ciò per le caratteristiche professionali della scuola che doveva consentire agli allievi, in genere occupati nel settore edilizio, di partire per il lavoro con l’inizio della bella stagione.
Il regime di scuola privata con un proprio ordinamento non soggetto a vincoli governativi, pur consentendo una assoluta indipendenza sia nei programmi sia nel corpo insegnante, anche in senso economico, divenne nel tempo il suo principale handicap nei confronti della scuola pubblica, in quanto mancando il riconoscimento giuridico non era consentito ai suoi diplomati l’accesso verso il pubblico impiego pur rimanendo comunque apprezzati e ricercati nel settore edilizio privato. Nei primi decenni del secolo scorso gli assistenti edili diplomati a Campiglia erano assunti e stimati anche nelle carriere dello stato, come le ferrovie, il genio civile, l’ANAS, raggiungendo, molti di essi, i vertici delle carriere come ispettori di 1° classe nel gruppo A dei laureati. A questi ultimi, cessato il servizio con il collocamento a riposo, veniva conferito il titolo di Cavaliere.
In quell’anno 1937 si parlava che si sarebbe istituita anche a Campiglia la scuola statale di Avviamento al lavoro, presente allora solo a Biella e a Vallemosso, che aveva anch’essa i suoi pregi, innanzi tutto il valore legale del diploma di scuola media, per entrambi i sessi, che consentiva l’accesso al pubblico impiego.
Ciò portò di conseguenza la soppressione contemporanea e graduale dei primi tre anni delle Scuole Tecniche che rimasero funzionanti con i soli 4° e 5° corso per altri trent’anni, chiusi poi per mancanza di iscrizioni intorno agli anni settanta.
I programmi delle Scuole Tecniche erano ridotti all’essenziale e limitati alle sole materie strettamente tecniche attinenti il settore delle costruzioni, come l’algebra, la geometria, la trigonometria, la topografia e il disegno. Soltanto negli ultimi anni furono aggiunti ai programmi brevi lezioni di italiano e computisteria.
Per le materie professionali non si usavano libri di testo poiché le nozioni essenziali venivano dettate e spiegate al mattino e trascritte a casa in bella copia su fogli protocollo, che a fine anno venivano fatti rilegare a Biella alla cartoleria Mersi, con copertina telata nera e scritte in oro riportanti il nome della scuola, la materia l’anno scolastico e il nome dell’allievo. Ogni fine anno si esponevano i lavori, il libro, i disegni e i progetti redatti sui rilievi effettuati direttamente sul terreno.
A conclusione del corso veniva organizzata una cerimonia pubblica nella quale venivano premiati gli allievi più meritevoli con un 1° e 2° premio e talvolta qualche “Menzione onorevole”. Veniva distribuito un pieghevole con l’elenco dei premiati e di quelli licenziati con allegato l’agognato “Libretto di diploma” con il quale molti si apprestavano a partire per raggiungere i cantieri a volte dislocati anche in regioni molto lontane nel mondo dove erano attesi da amici e parenti che già lavoravano in imprese della valle o di origine biellese.
Nel tempo i nostri diplomati usciti da Campiglia (e anche dalle Scuole tecniche di Rosazza) hanno prestato la loro opera e le loro competenze tecniche in ogni continente a partire dall’Europa, l’Africa mediterranea e l’Africa nera fino al Sudafrica e il Madagascar, le tre Americhe, la Persia, la Cina, l’Australia fino alle isole Cook, tutti occupati in grandi opere come dighe, gallerie, ponti, ferrovie e strade.
Con l’esaurirsi delle ondate migratorie, le quali per altro hanno in parte contribuito al rapido spopolamento della valle, si vanno allontanando dalla memoria i ricordi delle nostre benemerite scuole, facendoci dimenticare che oggi il fenomeno inverso degli stranieri che cercano lavoro da noi dovrebbe farci riflettere sulle nostre condizioni passate di emigranti.
Sopravvive a tutt’oggi, non sappiamo fino a quando per il vero, una modesta, poco più che simbolica, testimonianza verso gli studenti più meritevoli ancora qui residenti. Grazie alla generosità di un benefattore torinese, l’Ing. Norzi, rifugiatosi a Oriomosso per le persecuzioni razziali durante il periodo fascista, il quale riconoscente verso la popolazione che lo accolse nella sua clandestinità, lasciò alla Scuola, allora ancora funzionante, una rendita che consente ancora di fare fronte alle spese di conservazione dello stabile e alla erogazione delle borse di studio.
Carlo Albertazzi

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Le piccole scuole dei paesi

di Carlo Albertazzi

Dagli anni trenta alla fine del secolo scorso fino ai primi anni del dopoguerra, entro il 1960-70, quando si chiuse con l'ultimo Parroco-insegnante Don Angelo Rossetti, la scuola elementare di Rialmosso, funzionavano ancora le scuoli frazionali di Riabella e Oriomosso. Prima di allora, oltre che nei cinque capoluoghi dell'Alta Valle Cervo, esistevano scuole a Mortigliengo, Piaro, Valmosca (allora Valle di Mosche) e Montesinaro, ciascuna dotata di un proprio alloggio per le maestre. I paesi erano molto più affollati e gli spostamenti, non facili come oggi, rendevano necessario l'alloggio sul posto per l'insegnante, salvo i casi in cui, per esempio a Oriomosso il maestro erl lo stesso Parroco.
Si escludono da qusto racconto, perchè non compresi nel tema, le scuole raggruppate nel grandioso complesso del Santuario Ospizio di S. Giovanni, con annesso collegio convitto, eretto nell'ottocento per merito di insigni benefattori, che contava più insegnanti e comprendeva alcuni corsi post-elementari.
Parliamo ora qui della scuola elementare di Oriomosso che chiuse i battenti nel 1934, non per mancanza di allievi ma per l'inopinato abbandono del Parroco-maestro Don Marcellino Cossavella, che improvvisamente chiese il trasferimento alla Parrocchia di Rialmosso, ove morì poco tempo dopo. Io frequentai le prime tre classi negli anni 1930-31-32 quando ancora si contavano 10-12 alunni, alcuni dei quali salivano a Oriomosso anche dai centri vicini di Rialmosso, Minencio, Ballada, Gruppo e Roreto.
Alcune famiglie come la mia passavano una parte dell'anno (da maggio a ottobre ) negli alpeggi di montagna dove veniva trasferito il bestiame per sfruttare i prati e i pascoli situati più in alto. Per frequentare la scuola si scendeva tutti i giorni dalle baite dei "Casèn", "Vei", "Machet", e "Cà di Niènt". In autunno a volte cadeva la prima neve e allora i trasferimenti alla scuola e ritorno diventavano faticosi e impegnativi.
Con le giornate che si accorciavano si doveva studiare e svolgere i compiti alla debole luce del lume a petrolio. Le candele, molto più luminose, non venivano quasi mai usate per il loro costo elevato e la breve durata.
Ricordo che il maestro Don Marcellino, amante del bel canto e della buona musica, ci faceva iniziare ogni giorno le lezioni con un canto religioso o patriottico accompagnato dal melodioso suono del suo armonium. Abbiamo tutti imparato la canzone del Piave, del Montegrappa, il coro del Nabucco, l'Inno a Roma (...sole che sorgi libero e giocondo...) senza contare gli inni del regime quali Giovinezza e Fischia il sasso, rimastimi tuttora nella memoria al punto che sono ancora oggi grato al mio vecchio maestro. Non solo per questo ma anche perchè ci ha fatto imparare in Chiesa e preparato per la festa patronale di Oriomosso del 2 febbraio, dedicata alla Purificazione di Maria Vergine (la Candelora) la "Messa degli Angeli", completamente in latino e in canto gregoriano. Questa festa solenne era celebrata con due messe, canto dei vespri, benedizione e l'intervento di tre preti: oltre al Parroco anche Don Mersi da Rialmosso e Don Quazza da Riabella.



QUADRO SINOTTICO
delle distanze parziali e progressive dei paesi e borgate siti lungo la linea statale
da Biella a Piedicavallo

E DISTANZE DA CAMPIGLIA CERVO ALLE SINGOLE FRAZIONI DEI QUATTRO COMUNI DELLA VALLE SUPERIORE D'ANDORNO
COLLA POPOLAZIONE E ALTITUDINE

DESIGNAZIONE DELLE LOCALITA'
DISTANZE

POPOLAZIONE
dei
capoluoghi
comuni e frazioni


DISTANZE
da Campiglia
alle principali
frazioni
ALTITUDINE
Parziali
Progressive
Da Biella al ponte della Maddalena compreso..................................
525,00
00
     
Da ponte della Maddalena alla diramazione strada di Mosso.........
1128,00
1653
Biella 14.844
Quittengo 1260
Biella (ruotaia stazione) 410,00
Dalla diramazione strada a Mosso al ponte Nelva...........................
2346,00
3999
Andorno 2715
Roreto 1820
Andorno 554,09
Dal ponte Nelva ad Andorno.............................................................
1202,50
5101,5
 .
Pila di sotto 2520
Da Andorno a Sagliano Micca-chiesa S. Stefano..........................
1205,50
6407
Sagliano Micca 2538
Rialmosso 3600
Quittengo 803,14
Da Sagliano Micca alla casa di Pietro Micca.................................
305,50
6712,50
 .
Sagliano Micca 581,94
Dalla casa di Pietro Micca a Passobreve (nuova Panetteria)........
1250,00
7962,50
.
Oriomosso 3600
Ponte Balma 699,40
Da passobreve al ponte di Rialmosso...............................................
2023,00
9985,50
 .
Albertazzi 2120
Rialmosso 785,61
Da ponte di Rialmosso al ponte della Balma.....................................
765,00
10750,50
 .
Comune di Quittengo
Quittengo (capoluogo),Ballada,Gruppo,Molino Fontane e Sassaia.
 .
 .
453
Sassaia 1180
Orio Mosso (soglia chiesa)1037,00
Orio Mosso,Roreto,Albertazzi,Cà dei Romani,Maciotta,Balma e Zoè
.
.
494
S.Paolo Cervo 1800
Campiglia C. 786,24
Rialmosso,Bogna,Tomati,Lace e Fucina
 .
441
Quittengo totale 1388
Rivabella 4190
S. Paolo 795,65
Comune di S. Paolo Cervo
Piana, Magnani, Driagno, Pianelli e Bariola........................................
.
.
333
Oretto 800
Rivabella 847
Mortigliengo,Mazzucchetti,Oreto e Santuario S. Giovanni.........
 .
 .
343
 Mortigliengo 1360
Mortigliengo (soglia oratorio) 886,23 
Riabella
 .
 .
322
Ospizio S. Giovanni 1575 
Ospizio S. Giovanni 1020,17 
Dal ponte delle Fontane a Campiglia Cervo (casa comunale).......
1065,00
12966,50
S. Paolo (totale) 998
 .
 .
Comune di Campiglia Cervo
Campiglia Cervo (capoluogo).............................................................
 .
 .
347
.
.
Piaro e Forgnengo ..............................................................................
 .
 .
457
Forgnengo 1410
Piaro (soglia oratorio) 974,55
Valle Mosche e gli Iondini ..............................................................
 .
 .
411
Valle Mosche 1400
Valle Mosche 873,65
Da Campiglia Cervo al ponte Concabbia .....................................
989,50
13956
Campiglia totale 1215
.
.
Dal ponte Concabbia al ponte Concresio e strada carrozzabile per l' Ospizio di S. Giovanni .....................................................................
875,00
14831
.
.
.
Dal ponte Concresio a Rosazza (chiesa nuova).............................
395,00
15226
 .
Rosazza 2260
Rosazza (portico nuova chiesa) 882,63
Da Rosazza al Pinchiolo e biforcazione per strada mulattiera per Montesinaro e Valle Sesia del Croso ............................................
1529,00
16755
Montesinaro 4180
Momtesinaro (soglia chiesa) 1033,18
Dal Pinchiolo a Piedicavallo ..........................................................
1083,00
17838,50
 .
Piedicavallo 4870
Piedicavallo (soglia chiesa) 1038,18

N.B. Sarebbe cosa veramente desiderabile che le Amministrazioni Tecniche, Governative e Provinciali facessero mettere lungo le strade Nazionali e Provinciali gl' Indicatori Chilometrici
allo scopo di far conoscere, il più possibile, le distanze esistenti dei singoli Comuni dai Capoluoghi di Circondario e così familiarizzare la popolazione alle distanze
chilometriche
come p.e. già esiste nella Valle Sesia lungo la strada che da Varallo tende ad Alagna ecc
.

Dicembre 1882
IL CENSORE, I MAESTRI E GLI ALLIEVI DELLE SCUOLE TECNICHE DI CAMPIGLIA CERVO

La tabella è un estratto di un lavoro esposto nel 1882 alla fine dell'anno scolastico.
Le misurazioni sono il risultato dei rilievi topografici eseguiti direttamente sul terreno dagli allievi delle Scuole Tecniche di Campiglia Cervo.
Si può notare che i comuni dell'alta valle erano a quella data quattro in quanto Rosazza era ancora una frazione di Piedicavallo insieme a Montesinaro. Il comune di Rosazza venne istituito nel 1906
dopo essere stato prima frazione di Campiglia Cervo e, dal 1722, di Piedicavallo.
Interessante il confronto fra il numero di abitanti di oggi (838) con quello dei presenti nel 1882 nell' alta valle (6512). La diminuzione complessiva è del 87% e i residenti rimasti sono il 13% di quelli di allora.

Popolazione odierna
1882
Variazione
Quittengo
238
1388
- 83%
S. Paolo Cervo
146
998
- 85%
Campiglia Cervo
178
1215
- 85%
Rosazza
89
1339
- 94%
Piedicavallo
187
988
- 81%
Andorno Micca
3.549
2.715
+ 13%
Sagliano Micca
1.676
2.538
- 34%
Biella
45.740
14.844
+ 32%

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IL SABATO FASCISTA A QUITTENGO

Si premette innanzi tutto che si tratta esclusivamente di alcuni tratti di memorie personali e di brevi spunti di vita vissuta nel piccolo centro di Quittengo prima della tragica avventura della seconda guerra mondiale.
Diciamo che dopo l’avvento del regime fascista, a partire dal 1926, con la istituzione dell’Opera Nazionale Balilla, tutti i giovani al compimento del sesto anno, con l’iscrizione alla prima classe elementare, erano iscritti d’ufficio alla detta ONB, alla quale subentrò poi la G.I.L. ossia la Gioventù Italiana del Littorio.
La tessera costava già 5 Lire che non erano poche per molte famiglie; i maschi venivano inquadrati nei Balilla, poi Avanguardisti o poi Giovani Fascisti. Le femmine erano le Piccole Italiane, poi Giovani Fasciste e Donne Fasciste.
Solo le famiglie più motivate iscrivevano i piccoli prima dei sei anni ai cosiddetti Figli della Lupa.
Ciascuno nella propria divisa era obbligato a partecipare alle adunate del “Sabato Fascista” così denominato ad imitazione del Sabato Inglese costituendo il precursore della futura “settimana corta”.
Si deve poi ricordare che oltre a tutti i sabati le adunate in divisa erano obbligatorie, in questo caso anche per gli adulti tutti in divisa, nelle numerose ricorrenze nazionali come il 28 ottobre (anniversario della marcia su Roma), 4 novembre (anniversario della Vittoria contro l’Austria-Ungheria, in seguito tacitamente abbandonato dopo il Patto d’Acciaio con la Germania), 21 aprile (Natale di Roma), 9 maggio (proclamazione dell’Impero).
Le adunate del sabato fascista erano di norma suddivise fra gli esercizi fisici (ginnastica e marcia) e la cultura fascista e militare; fra i primi il corretto allineamento e l’assetto di sfilata.
Noi a Quittengo, ove la piazza non era molto grande, gli esercizi di sfilata avvenivano sulla strada principale a partire dalla fontana situata al centro del paese (conosciuta da tutti ancora oggi come “pisciùla”) verso la Chiesa di S. Rocco e oltre.
Nelle grandi occasioni si era tutti convocati per ascoltare i discorsi del Duce alla radio posta sul davanzale della finestra della sede del fascio situata al secondo piano della casa comunale.
Ricordo ad esempio il 3 ottobre 1935 le parole pronunciate da Mussolini nella dichiarazione di guerra all’Etiopia: “…Con l’Abissinia abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta!”. Il 9 maggio 1936 il discorso per la proclamazione dell’Impero “… L’Italia ha finalmente il suo Impero”.
Questo periodo, come moti ricordano, fu quello del massimo successo del fascismo; poi venne il 10giugno 1940 con la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra che si concluse tragicamente come tutti sappiamo.
Tornando al nostro sabato fascista ricordiamo che l’istruzione militare era imperniata allo studio, allo smontaggio e rimontaggio del Moschetto modello 1891 unico allora in dotazione alle nostre Forze Armate. Ricordo infine la cultura musicale impartita da due valenti musicisti locali ai due gruppi separati, quello dei maschi e quello delle femmine.
Il giorno più festoso era quello della Befana fascista, ove nella stessa sede del fascio, venivano distribuiti modesti doni costituiti da quaderni, pastelli, frutta secca oppure sciarpe e berretti di lana confezionati dalle donne fasciste.
Con l’inizio della guerra vennero l’oscuramento, l’arrivo degli sfollati dalle grandi città per sfuggire ai bombardamenti, le prime restrizioni alimentari destinate nel tempo peggiorare, ma questa è un’altra storia.

Carlo Albertazzi


La Società Operaia di Mutuo Soccorso di Campiglia

Nel 1871 nell'abitato di Campiglia venne instituita la Società operaia di mutuo soccorso della Valle su iniziativa degli operai valligiani che rientravano dopo la conclusione dei lavori per la costruzione della galleria del traforo ferroviario del Frejus terminati nello stesso anno.
Queste maestranze avevano già iniziato a versare volontariamente delle quote per costruire un fondo di assistenza per fornire agli associati e ai loro eredi sussidi e previdenze in caso di malettie, infortuni gravi e decessi. La sede iniziale fu posta a Campiglia sulla strada principale al centro del paese come attesta la lapide ancora visibile sulla parete del fabbricato. In principio la Società operaia acquistava all'ingrosso, per i soci, le principali derratealimentari quali farina, grano, granturco e vino . In seguito venne aperto il negozio con forno da pane e osteria che per quasi ottant'anni fu in grado di calmierare i prezzi dei generi alimentari. Successivamente venne costruita la nuova sede con il grande negozio e la sovrastante sala da pranzo.
L'aspetto più importante era quello di fornire contributi nei casi più gravi molto tempo prima che venissero istituite per legge le previdenze sociali.
Nel periodo invernale la maggiorparte dei soci rientrava in valle per la chiusura dei cantieri pertanto il 6 gennaio (l'Epifania) di ogni anno si svolgeva la festa sociale con pranzo nel grande salone al primo piano della sede, seguito dal corteo con la banda musicale che attraversava l'intero paese fino ai "Borghesi", aperto dalla bella bandiera sociale. Seguiva nel pomeriggio la festa danzante con banda nota a tutti come "bal dal trumbe".
Sopra l'ingrasso della nuova sede è stata apposta una bella scultura commemorativa, raffigurante l'ingresso del tunnel del Frejus con i nominativi dei soci fondatori.

 

La Mia Guerra

Mi sia consentito ora richiamare un breve cenno di storia personale che nei suoi tratti essenziale ha dell'incredibile e che ho intitolato "La mia guerra".
I fatti più salienti sono avvenuti nei mesi di gennaio e febbraio 1945, mentre il periodo precedente e quello seguente sono trascorsi per me senza tante novità di rilievo e serviranno soltanto per meglio delineare il quadro degli avvenimenti di quell'epoca.
Nel novembre 1943 il governo della Repubblica Sociale Italiana, costituitosi a Salò ad opera dei tedeschi, diramò la chiamata di leva per la mia classe 1925, ed io che avevo passato la visita di leva, non ancora diciottenne, ricevetti la famosa "cartolina rosa" per presentarmi al Distretto Militare di Vercelli il 25 di quel mese.
Dopo lo sfacelo dell'esercito in conseguenza dell'armistizio dell' 8 settembre, si stavano formando in montagna i primi raggruppamenti di soldati, ufficiali e prigionieri delle forze alleate, evasi dai campi di concentramento. Le formazioni partigiane non erano ancora chiaramente individuabili cpme tali anche se tutte le baite pullulavano di gente armata e non, con problemi crescenti di approvigionamento e di sistemazioni di fortuna, poichè con l'arrivo dei tedeschi erano stati subito pubblicati i bandi di presentazione degli sbandati e di conseguenza delle armi, divise e oggetti provenienti dal disciolto esercito.
Dopo il famigerato 8 settembre 1943 con la rapida dissoluzione dell'esercito e la fuga del re e del governo Badoglio a Brindisi, tutti si aspettavano la soluzione rapida della guerra, ma col passare del tempo ci si dovette rendere conto che la speranza sfumava ogni, con l'avvicinarsi dell'inverno molti erano già discesi nei paesi, chi per nascondersi, chi, pochi in verità, per presentarsi e chi, più dotato di mezzi, per espatriare nella vicina Svizzera.
Nel quadro di questi avvenimenti dovetti a 18 anni fare una ben chiara e determinata scelta, che fu quella di non presentarmi alle armi e di nascondermi in un casolare appartato, facendo credere in paese che ero partito per ignota destinazione. Dichiarato renitente alla leva, mia madre viene arrestata dai carabinieri, portata in caserma ad Andorno e con apposito verbale - che conservo - venne diffidata a ricercarmi e a farmi presentare. Stetti nascosto per oltre un mese e poi uscii allo scoperto, scoprendo che anche molti altri avevano seguito il mio stesso esempie e che la vita in paese, lontano dai centri ove esistevano presidi tedeschi e fascisti, poteva svolgersi con una relativa tranquillità, sempre stando attenti alle rare escursioni sporadiche dei primi rastrellamenti. Il 12 febbraio 1944 però, nel corso di un rapido rastrellamento nella zina sopra Oriomosso, all'alpe Oriosecco, venne ucciso il primo Partigiano caduto nella Valle, Pierino Lanati e vennero messi a fuoco dai fascisti quasi tutti i cascinali del vallone del rio Males, compreso il nostro di Cà di Nent, ove si erano già accasati i primi gruppi di partigiani.
Venne l'8 mazo con il bando Graziani, cosiddetto della "pena di morte", con il quale si faceva obbligo a tutti i renitenti o sbandati -così fummo chiamati- di presentarsi entro tale data, sotto pena appunto, della pena di morte mediante fucilazione nella schiena.
Le prospettive di una rapida soluzione della guerra erano ancora sempre molto remote; il fronte ristagnava sempre a sud di Roma e i nazi-fascisti non davano segno di prossimo rapido cedimento. Mi presentai come moltri altri e finii nell'esercito della Repubblica Sociale, l'esercito di Graiani, ove vennero reclutati quelli come me soggetti alle chiamate di leva. Altra cosa eranole formazioni volontarie come la Guardia Nazionale Repubblicana, la Folgore, la Muti e tante altre come la Decima Mas del col. Borghese, che sorsero con la funzione di polizia e di repressione contro le formazioni partigiane.
Trascorsi alcuni mesi tra Voghera, Tortona e Alessandria, in una compagnia di cavalleria che alcuni ufficiali del disciolto esercito aveva ricostituito per evitare l'avviamento in Germania ove, già con la chiamata di novembre, erano in corso di avanzato addestramento le divisioni Monte Rosa, Roma, Italia e Littorio che furono poi impiegate contro le forze armate alleate in Garfagnana negli ultimi mesi di guerra.
Passarono senza storia i mesi da marzo ad agosto; le forze partigiane erano ormai molto organizzate sui monti biellesi e ogno volta che qualcuno veniva a casa in licenza non tornava più al reparto, tanto che ad un certo momento le licenze vennero sospese. Io però feci in tempo ad allontanarmi prima e così scomparii, con un compagno, Efisio Ferraro che condivise poi con me buona parte della mia vicenda. Questa rievocazione costituisce anche un omaggio alla sua memoria.
Tornato a casa, come ho detto, nell'agosto 1944, mi ritrovai nella posizione di disertore, ma nessuno fece più ricerche perchèle forze di polizia fasciste ( G.N.R.,Brigata Nera ecc.) erano asserregliate in città e non si avventurarono in quei mesi nelle vallate ormai pressocchè sotto il controlle delle forze partigiane. Con l'inizio dell'inverno, anche a causa dell'infausto e famigerato invito del comandante delle forze armate alleate, maresciallo Alexander, rivolto alla resistenza dell'Alta Italia, di rientrare nelle loro case e di smettere la lotta, le forze di occupazione tedesche e fasciste, ripresero l'iniziativa intensificando i rastrellamenti.
Nel mio paese, a Quittengo, eravamo nel dicembre di quell'anno,una decina di "sbandati" o clandestini di varia origine e provenienza. Con queste premesse necessarie per una migliore introduzione alla narrazione degli avvenimenti successivi, si arrivò al 12 fennaio 945.
Al mattino si sentono degli spari in direzione di Riabella, un paesino situato nella parte opposta della vallata.
Per precauzione, ci siamo allontanati nel bosco sopra Quittengo in attesa che i fascisti rientrassero a valle come avevano fatto altre volte, quando facevano puntate dimostrative, mai allontanandosi dalla strada provinciale di fondovalle.
Questa volta iniziò un vero e proprio combattimento; vi furono dei morti fra i partigiani, le cose si fecero molto più serie; era iniziata , si comprese dopo, una grande manovra coordinata di rastrellamento a grande raggio; infatti alla sera gli occupanti non si ritirarono e incominciarono ad installarsi in diverse case in paese.
Nessuno allora immaginava che sarebbero rimasti molti giorni, e quindi non essendo prudente entrare nelle case, decidemmo di nasconderci tutti assieme in un antro sotterraneo nel cortile di una casa, una cantina a volta, abbanconata e rinchiusa come unico accesso da una botola di pietra.
Eravamo i 8 o 10 racchiusi in questa tomba e vi trascorremmo alcuni giorni al chiuso e al buio; solo la sera, col rischio del coprifuoco, le nostre famiglie ci portavano le vivande e ciò sempre che i fascisti si ritirassero. Ciò non avvenne, anzi, giunsero in paese altri rinforzi di teeschi con i cani e non vi erano indizi di ritirata; la situazione per noi rinchiusi si fece molto seria anche per una sopraggiunta nevicata, poichè dalle impronte la nostra posizione sarebbe stata presto individuata. Uscimmo quindi nottetempo, sparpagliandosi ciascuno per il proprio destin; io sempre con Efisio.

Quittengo

Passammo diversi giorni nascondendoci nei luoghi più disparati, cantine, stalle, sottotetti della chiesa sempre spostandoci di notte e sempre con il pericolo di essere catturati, anche perchè dalle solite spie, che non mancavano mai in questi frangenti, i fasisti della Brigata Nera di Vercelli erano in possesso dei nomi di tutti e quindi procedevano sistematicamente alla ricerca di ciascuno di noi. Buona parte vennero catturati; i partigiani Fritz e Tripoli riuscirono a cambiare zona; restavamo da catturare solo io ed Efisio.
I fascisti radunarono allora la popolazione in piazza e minacciarono di incendiare il paese se noi, ultimi due, non ci fossimo presentati. Devo dire per inciso che la mia casa ove viveva mia mamma sola, veniva tutti i giorni perquisita e ogni volta razziata di indumenti, oggetti e delle scarse cibarie. Lascio immaginare la disperazione di quella santa donna di mia madre che mi sapeva braccato e che mi venne a dire di presentarmi.
Un giorno, ricorreva la festa della Madonna che per antica tradizione era considerata la festa dell'oratorio di Roreto con messa solenne e vespri, si trovava ospitato a pranzo da una famiglia il Vicario don Morino, il quale con il podestà cav. Sogno, fecero opera di persuasione verso mia madre perche ci convincesse a presentarci, altrimenti gli occupanti non avrebbero lasciato il paese, fermo restando sempre la minaccia di incendio delle case. In cambio e diversamente dagli altri catturati che erano stati avviati verso il campo di concentramento di Bolzano, ci fu promesso che saremmo stati bene (senza botte!) e che anzi c avrebbero accolti come "bravi ragazzi" che si sarebbero presentati volontariamente nella Brigata Nera. In più dal comando di questa ci venne assicurato, sempre con la mediazione delle persone soprannominate, che al termine del rastrellamento e col rientro a Vercelli saremmo stati restituiti al nostro reparto dell'esercito che avevamo abbandonato.
Le vie d'uscite ormai erano ridotte al minimo: il rischio della cattura, con i fascisti sempre più inferocito, o la presentazione in cambio di quelle precarie assicurazioni. E pensare che alcuni giorni prima, quando i tedeschi battevano casa per casa, noi eravamo nascosti in un cascinale di Roreto. Sentendo battere alla porta, saliamo nel fienile mentre due tadeschisfondano la porta e salgono la scala. Facciamo in tempo a calarci in un cumulo di foglie secche affondando fino al capo; un soldato con la baionetta si mise a infilzare le foglie mentrenoi, in fondo al buio lo vedevamo in faccia e lui per il contrasto di luce non ci vide, si fermò e tornò indietro! Fummo salvi, almeno per quella volta.
E veniamo alla presentazione. Dopo una notte di riflessione e viste le scarse alternative accogliammo l'invito, invero non troppo disinteressato dei benpensanti che temevano l'incendio delle loro case, di presentarci sperando nella buona sorte. Indossiamo dei panni grigioverde, con un maglione scuro e accompagnati da un tenente e un maresciallo che vennero a prelevarci in casa dei vicini, ci avviammo verso il nostro nuovo destino. Sempre io ed Efisio.
A Quittengo, in casa Sogno Mestorino, veniamo presentati ai nostri nuovi commilitoni della Brigata Nera e armati di moschetto si parte per Sagliano e tutta la compagnia lascia finalmente il paese con grande sollievo di tutti. Sapemmo pio che la partenza era comunque programmata e che sarebbero in ogni caso partiti anche senza noi due, ma ormai era troppo tardi! Iniziò un marcia a piedi con soste a Sagliano, Locato, Chiavazza e Pollone ove giungemmo il 2 febbraio, che ricordo perchè in un combattimento a nord del paese trovarono la morte due valorosi partigiani, i fratelli Biscotti. Le circostanze di questi fatti non furono mai chiarite fino in fondo a causa dei contrasti esistenti fra le stesse formazioni partigiane. Tengo a precisare che non partecipammo direttamente a nessuna azione poichè la nostra affidabilità era tutta da provare; il nostro assenteismo nei confronti della Brigata Nera era così palese che già in Pollone ci fu chi tra i fascisti progettò di spararci alla serea in qualche contrada del paese. Però il progetto fu solo rimandato.
Da Pollone fummo trasportati a Sostegno; altra sosta di qualche giorno in paese alloggiati in una scuola e con il problema di procurarci dei viveri perchè erano pressocchè terminate le razioni del comando.
Un giorno, io ed Efisio, chiedendo in prestito due biciclette ci recammo alla frazione Casa del Bosco ed in una piccola bottega all'inizio del paese troviamo ad acquistare della marmellata. La vecchietta che ci servì probabilmente vide movimenti di armati, poichè presa da sicura compassione per la nostra sorte ci disse solamente che per tornare era meglio che prendessimo un'altra strada. Per nulla sospettositorniamo all'indomani con un'altro compagno, un brigatista volontario che si era aggiunto a noi per la ricerca di cibarie,inconsapevole di andare incontro al suo fatale destino. Infatti all'entrata del paese fummo accolti da un grido "mani in alto!" seguito da una scarica di fuoco. Io ed Efisio, alzammo immediatamente le mani, il terzo certo Marchiori, che aveva tentato di rispondere col mitra, fu trapassato da un proiettile.
Sbucarono partigiani in divisa delle formazioni Moscatelli, i quali, prese le nostre armi, ci ordinarono di caricarci a spalle il compagno e con non poca fatica fummocostretto a trasportarlo in un vigneto, scavargli una fossa e seppellirlo in gran fretta per poi fuggire.
Durante un lngo interrogatorio cercammo in tutti i modi di far capire la nostra non certo facile situazione, nel senso che non eravamo fascisti, ma catturati alcuni giorni prima nel biellese e perciò molto distanti da quei luoghi; spiegammo la nostra singolarissima avventura, ma il fatto che eravamo armati e la divisa non facilitava certo la nostra posizione che, date le circostanze, era tutt'altro che facile.
Qualcuno invero mostrava una certa attenzione, altri invece più imtransigente, non voleva sentire ragioni e insisteva per la fucilazione immediata. Prevalse infine una linea, se possiamo dire, mediana. Ci schierarino al muro nonostante le nostre angosciose implorazioni, caricarono le armi e ... ci fucilarono a salve! E' facile raccontarlo ora, ma certo quello fu davvero un'altro brutto momento.
Intanto a valle si organizzò la controffensiva; giunsero rinforzi tedeschi e fascisti così che i partigiani e noi con loro come prigionieri, dovettero in gran fretta sloggiare e salire sui monti più in alto. La posizione dei prigionieri in questi frangenti non è certo delle migliori, poicè costituiscono perlopiù un intralcio nei rapidi movimenti di sganciamento e devono anche essere custoditi a vista. Ci salvò ancora una voltala nostra buona stella perchè ci fu chi voleva liberarsi di noi con le armi, che in quel tempo sparavano per un nonnulla. Dormimmo tutta la notte all'addiaccio sotto le stelle, eravamo sempre ai primi di febbraio e poi ritornammo all'accampamento. Sempre in attesa, così dicevano, che arrivassero attraverso le staffette, le notizie per essere scagionati e lasciati liberi. Intanto fummo tenuti per una ventina di giorni rinchiusi al primo piano di un capanno, ove di sere si toglieva la scala per evitare la fuga di notte. Il motivo per cui ci avevanorisparmiati, lo avevamo nel frattempo capito. Cominciarono infatti ad affluire con noi degli altri prigionieri tedeschi e fascisti catturati con ardite incursioni della famose "Volante Loss" sull'autostrada Torino-Milano.
Arivò anche il famoso, per quei tempi, capitano Marino Marini, asso dell'areonautica di quel tempo, comandante di aerosiluranti, madaglia d'argento al valor militare, il quale, avendo aderito alla Repubblica Sociasle Italiana era divantato ilcomandante di quella aeronautica senza aerei di stanza a Lonate Pozzolo.
Tutto divenne più chiaro,quando vedemmo andare e venire all'accampamento un frate dei padri Bianchi del santuerio della Madonna di Rado in Gattinara, certo padre Russo, il quale stava trattando come mediatore un grosso scambio di prigionieri con il comando tedesco di Vercelli. I partigiani ci salvarono perchè stavano costituendo un numeroso gruppo di prigionieri da offrire in cambio dei loro compagni catturati dai fascisti e trattenuti nel campodi concentramento di Bolzano.
Cominciò così un'altro tormento perchè non volevamo tornare in mano alla Brigata Nera (avevamo giocata la vita per non essere catturati da questa) ed anche perchè correvamo il rischio di essere accusati di convivenza con i partigiani e di avere combinato l'agguato in cui ci fu anche il loro morto e inoltre essendosi noi arresi senza combattere. Stavmo di nuovo per vivere un altro brutto momento! Però non ci fu nulla da fare; una certa sera intorno al 25 febbraio, tutta la nostra colonna di prigionieri fu avviata verso il predetto Santuario di Rado ove fummo rifocillati da quei buoni frati.
Nella notte preceduta dall'auto con bandiera bianca di padre Russo arrivò da Vercelli un camion carico di partigiani festanti e lo stesso camion riportò indietro di tedeschi e fascisti altrettanto festanti per la ritrovata liberazione. Il mio compagno Efisio da quel momento si separò da me perchè riuscì in estremis a farsi togliere dalla lista e ciò con mia estrema disperazione, che sul camion dovevo in un certo qualmodo dissimulare la mia tristezza in quel gruppo di fascisti festanti.
Giunti a Vercelli bagno, lavaggio e visita medica per tutti. Per la scarsa igiene personale dovuta a più di un mese senza toglierci i vestiti e nelle condizioni più peggiori d'igiene e di pulizia con alimentazione di fortuna (ricordo soltanto molti pezzi di lardo o di carne) avevo il corpo diffuso di eczemi e con la scabbia. Con altri venni inviato all'ospedale militare di Milano Baggio ove stetti alcuni giorni e poi dimesso con permesso di viaggio per la Brigata Nera di Vercelli. Avevo a portata di mano una buona opportunità per tentare una nuova fuga; salii su un trenoe, anzichè scendere a Vercelli, scesi in piena notte a Santhià per tentare di raggiungere la zona biellese.
Le stazioni erano tutte presiediate, le sentinelle data l'ora tarda erano all'interno ed io mi misi a passeggiare con indifferenza allontanandomi sempre di più lungo il binario di Biella fino a scomparire dalla loro vista. Allungai allora il passo e raggiunsi la zona del Brianco, poi attraversai il Cervo e mi trovai ormai a giorno fatto nella zona di Arro. Sempre per strade di campagna andavo in direzione nord quando incontrai un uomo anziano con un giovane; questi mi lasciò passare e poi mi puntò una pistola alle spalleintimando il mani in alto. Ero ovviamente in divisa grigioverde senza particolari mostrine e senza altri documenti che non ilmio biglietto di viaggio.
Dopo che fui perquisito, fui portato in un cascinale e interrogato da altri sopravvenuti e dopo aver rispiegato la mia sempre più complicata e incredibile avventura feci capire che iopotevo provare che mi stavo allontanando disarmato dai fascisti e che stavo cercando di raggiungere i partigiani.
Fatto salire su un carro carico di spinaci che andava in direzione di Cerrione per rifornire le cucine partigiane, incontrai quel partigiano -Pittore- sfuggito alla fucilazione di quel giorno a Salussola. Raggiunta Vermogno chiesi di parlare con il comandante "Walter" che avevo conosciuto l'estate precedente in Valle del Cervo e col quale, esposta la mia storia, potei finalmente essere capito; chiesi di partecipare alla lotta di liberazione con i partigiani e così attraverso Cossila, Pralungo e Tollegno, raggiunsi Pettinengo S. Francesco, da dove potei finalmente in permesso farmi rivedere dai famigliari.

Ero stato assegnato al distaccamento "Freccia" comandato dal valoroso "Pisano", Carmine Sollazzo al quale chiesi di trasferirmi al "Dinamite" per raggiungere i miei amici. A questo casuale trasferimento, dovetti ancora una volta la mia salvezza, poichè come è noto tutti i componenti della "Freccia" furono barbaranente assassinati a Santhià a Liberazione praticamente conclusa.
Termina con quelle radiose e indimenticabli giornate dell'aprile 45 quella che ora dopo 45 anni possono chiamarsi "la mia guerra".
La sintesi e l'originalità della presente storia consiste essenzialmente in questo :
disertore e renitente alle ripetute chiamate del governo di Salò, sfuggito avventurosamente alla cattura, costretto a presentarsi "volontariamente" ai fascisti sotto minaccia d'incendio del paese.
Alcuni giorni dopo, in divisa fascista fui catturato dai partigiani e messo al muro. Trattenuto da questi fui poi riconsegnato nelle mani dei fascisti essendo stato fatto oggetto di uno scambio di prigionieri, contro la mia volontà e contro la dichiarata e asserita posizione non favorevole ai fascisti.
Sfuggito ancora, rientrai nelle file partigiane fino alla liberazione.
Nel giro di un mese mi trovai per forza a cambiare di campo e sempre nel campo sbagliato !
Termino il mio racconto nel ricordo dei miei compagni che hanno perso la vita prima di vedere la fine della guerra e concludo pensando ai grandiosi festeggiamenti per l'arrivo degli Alleati.
La guerra era finalmente finita !

Alcuni nomi dei caduti sono riportati nella lapide commemorativa esposta sulla facciata del municipio di Quittengo che mi consente di ricordare l'esecutore nella persona del carissimo amico Pierino Machetti.


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