Chi fu Peter Bangher
Un volgare bandito oppure un moderno Robin Hood ?
Ai tempi della nostra infanzia il nome di Peter Bangher era usato come spauracchio per noi bambini. Se ci comportavamo male, eravamo minacciati del suo intervento come castigamatti oppure, per intimorirci e non farci allontanare troppo dal centro abitato, ci veniva detto che il bandito, aggirandosi nei pressi del paese, avrebbe potuto rapirci. Ma chi fu questo personaggio, che si potrebbe definire quasi mitico e che, per mezzo secolo , fu argomento di conversazione durante le lunghe veglie invernali nelle stalle e fece versare parecchio inchiostro sulle pagine dei giornali locali ? Peter Bangher era nato a Levico, presso Trento, a quell'epoca territorio austriaco; il padre si chiamava Bartolomeo e di professione faceva il mugnaio, la madre Rosa Hues. Il personaggio veniva descritto come persona tarchiata, col viso ricoperto da una nera barbaccia incolta, dotatodi una forza eccezionale, camminatore instancabile, cacciatore abilissimo e tiratore infallibile. Il suo nome appare per la prima volta nelle cronache giudiziarie nell'anno 1877. Il tribunale di Trento lo condanna in contumacia per reati comuni, dopo questo fatto il Bangher si dà alla macchia sulle montagne. A poco a poco, probabilmente coadiuvato dai fumi dell'alcool, da vagabondo asociale diventa un delinquente comune, violento e prepotente.All'inizio si procurava di che vivere, eseguendo piccoli lavori e servigi per gli alpigiani. Dalle Alpi trentine si trasferisce sui monti che circondano il lago di Garda, in seguito si trovano tracce del suo passaggio sulle Alpi bergamasche poi su quelle ticinesi ed ossolane. La sua tattica era sempre la stessa: dalle alture scendeva in pianura, dove compiva le sue rapine, quindi con la massima tempestività ritornava sui monti in alta quota e qui si sentiva al sicuro dalle forze della legge. Fu così che raggiunse la Valsesia, ma in questi anni di lui si hanno solo notizie tramandate dalla tradizione popolare e dalla leggenda.
I primi riscontri ufficiali iniziano nel 1882. Il tribunale di Varallo lo condanna, dopo averlo arrestato, al carcere per aver innescato una rissa in un'osteria di Varallo con aggressione e ferimento dei clienti del locale. Scontata la pena nel carceremandamentale, si allontana dalla Valsesia per qualche tempo, dopo qualche mese ne fa ritorno. Una notte chiede ospitalità in un alpeggio, dove dimorano tre giovani donne; nel cuore della notte scende dal fieniel e, armato di un coltellaccio, sfonda la porta della baita e tenta di violentare una delle donne, ma queste reagiscono e lo mettono in fuga. Questo episodio suscita molto scalpore nell'ambiente valsesiano, guastando i rapporti, fino ad allora abbastanza buoni, con i valligiani. Nella Val Barbina, nei pressi di Scopello, un cacciatore di nome Eugenio Topini, mentre con il suo cane ricercava, in mezzo a della sterpaglia, una lepre da lui abbattuta, venne affrontato dal Bangher, il quale teneva in una mano, la lepre abbattuta dal Topini e nell'altro lo schioppo puntato su di lui; con tracotanza asserì che la lepre era stata da lui colpita e pertanto gli apparteneva di diritto, perciò la trattenne per sfamarsi. Il Topini, rientrato al paese, segnalò alla locale stazione dei carabinieri che il fuorilegge era solito pernottare in una baita posta in località Lavaggi. Essendo il Bangher colpito da mandato di cattura, fu subito formata una squadra composta da carabinieri, guardie forestali e guide alpine al comando del brigadiere Veneroni. La baita venne circondata e fu intimato l'ordine di arresto al fuorilegge, ma costui grazie alle sue straordinarie doti atletiche, riuscì a fuggire dal casolare attraverso il tetto. Il fuggitivo si dileguò, malgrado i colpi d'arma da fuoco. Il Topini, anche lui montanaro e di gamba buona, si diede all'inseguimento riuscendo a catturarlo. Le pubbliche autorità considerarono l'operazione di arresto un'operazione molto brillante e tributarono un encomio solenne al brigadiere Veneroni, mentre agli altri membri dell'arresto fu concessa una gratifica di lire 15. Il tribunale di Varallo lo giudicò, ma non avendo prove concrete e testimoni a sostegno degli atti d'accusa, potè emettere una condanna abbastanza lieve rispetto alla gravità dei reati da lui commessi. La pena fu di anni due di carcere da scontarsi nel penitenziario di Amelia nei pressi di Terni. Scontati i due anni di detenzione, per qualche tempo non si ebbero più notizie del Bangher. Con ogni probabilità, dopo la scarcerazione, il nostro uomo risalì la penisola a piccole tappe per fare ritorno ai monti valsesiani, disabitati e lontani dal mondo civile, condizioni che appagavano la sua asocialità.
La sua presenza nel territorio biellese ricomincia ad avere documentazione storica nel 1888 e si può dire che da quella data abbia inizio la sua epopea. Il bandito tirolese trova la sua zona di azione tra i monti circostanti Rassa, dai quali scendeva per fare le sue rapine nelle vicine zone del Verbano, dell' Ossola, del biellese occidentale e della Valle del Lys. Qualche volta riusciva ad estendere il suo raggio d'azione fino al Canton Ticino, ritornando sempre nelle mintagne valsesiane. quest'individuo non può essere considerato un vero e proprio criminale ingordo di ricchezze,ma lo possiamo ritenere un animale da preda che c'impossessa di quello che serviva alla sua sopravvivenza, toglieva ai montanari più abbienti quello che gli necessitava per sfamarsi. Infatti, se riuscì per quasi cinquantanni asfuggire a ogni agguato tesogli dal braccio della legge, fù grazie alla solidarietà e alla collaborazione dei montanari che lo consideravano uno di loro. Ci troviamo di fronte a un problema di omertà che piò considerarsi unico nelle nostre regioni, rispetto ad altre dove l'omertà fa parte di un patrimonio culturale atavico. Con il trascorrere degli anni, probabilmente trovandosi con la mente ottenebrata dall'alcool e dalla solitudine, costella di atti criminosi in aumento la mappa dei territori valsesiani, biellesi, valsesserini e gressonari; non solo ma la sua audacia lo spinge sovente ad operare anche nei grandi centri abitati come Varallo, Biella, Borgosesia, Coggiola e Cravacuore. A Coggiola entrò in un'osteria e, dopo essersi ubriacato, attaccò briga con gli altri avventori dando luogo ad una rissa con accoltellamenti e distruzione delle suppellettili del locale. I Carabinieri, tempestivamente avvertiti, giunsero sul posto e non poterono far altro che constatare l'entità dei danni, perchà il furfante era fuggitoverso i monti del circondario. In quel di Biella, dopo aver effettuato una grossa rapina, si mise in salvo risalendo il greto del torrente Cervo attraverso l'orrido della Maddalena sfuggendo così ai blocchi stradali dei carabinieri. Risalì lìintera vallata e, attraverso i monti, fece ritorno a Rassa. Nel 1891 piombò in ina baita nei pressi di Fobello, nella valle del Mastellone, dove usò violenza ad una ragazza. Delitti analoghi vengono segnalati a Campello Monti, a Forno, a Cireggio e a Quarta, come appare da sentenza del tribunale di Pallanza, che lo condannava sempre in contumacia, a 14 mesi di reclusione. Un giorno, durante une visita a Varallo, entra nellìosteria deo Tre Re, sita in piazza dell'indipendenza e, in seguito ad una rissa accoltella al ventre un avventore del locale. Il ferito esce in piazza e chiede soccorso, i carabinieri, prontamente intervenuti, non riescono ad arrestare il fuorilegge, che si dà alla fuga riparando sui monti. Nel 1896 durante una sua incursione nella valle di Gressoney assale due viandanti, li tramortisce a bastonate, li depreda di ogni loro avere e rientra in Valsesia; per questo crimine il tribunale di Aosta lo condanna, sempre in contumacia, a 6 anni e 4 mesi di carcere. Nella notte tra il 3 e 4 luglio 1899 entrò in un alpeggio al Piano di Vocca, dove abitavano due sorelle di 29 e 12 anni. Rinchiusa la più giovane in uno sgabuzzino, assale la maggiore e la violenta. Su istanza del sindaco, il tribunale di Varallo emette sentenza, sempre in contumacia, per una pena di 6 anni e 5 mesi di reclusione.
In considerazine di tutti questi gravissimi delitti, le autorità locali, constatando che con la forza non si sarebbe potuto effettuare l'arresto del Bangher, emisero un bando dove si sarebbe corrisposta una taglia di 100 lire a chiunque avesse collaborato all'arresto del fuorilegge. A sua volta l' On. Carlo Pizzetti, deputato del mandamento di Varallo, offrì di tasca sua un'ulteriore taglia di 100 lire . A quell'epoca la somma di 200 lire costituiva un gruzzolo, che avrebbe allettato più di una persona a dara informazioni, che tornassero di qualche utilità per la cattura del bandito. Occorre puntualizzare che Peter Bangher taglieggiava solo i montanari più abbienti, mentre con i più bisognosi si rendeva utile nelle loro faccende o distribuendo una parte degli introiti delle sue rapine in maniera da mantenerseli amici e complici.
La taglia di 200 lire posta sulla sua persona diede risultati positivi e nel dicembre 1899 due margari biellesi, un certo Giacomo Umbertalli di anni 52 di Portula e Giovanni Battista Ferla di 19 anni di Trivero, decisero di catturare il fuorilegge. Fu la sera del 21 gennaio 1900 che i due cacciatori di taglie incontrarono il Bangher che camminava nei pressi di Portula, armato della sua inseparabile doppietta. I due invitarono l'ignaro a partecipare con loro a una battuta di caccia che avrebbe avuto luogo il giorno appresso. Egli accettò di buon grado, per cui fu invitato a pernottare in una baita di proprietà del Ferlo sita in frazione Fasolaro di Porula.
Durante la notta il Ferla e l'Ubertalli entrarono furtivamente nella baita e, sotto la minaccia dei loro fucili, catturarono il Bangher, lo legarono e lo scortarono fino alla stazione dei carabinieri di Coggiola, da dove fu poi trasferito al carcere di Biella. Vi fu chi sfuttò subito l'avvenimento sotto un profilo economico. Fu così che per la tipografia Zanfa, per immortalare l'evento stampò un ritratto fotografico del Banghe posto tra le immagini dei due catturatori, il Ferla e l'Ubertalli, e l'ingente taglia fu incassata dai due biellesi. Il tribunale di Varallo, dove la maggiorparte dei crimini era avvenuta, aveva totalizzato condanne per un periodo di detenzione pari a 11 anni e 3 mesi. La difesa del criminale fu affidata all'avv. Giovanni Bruno di Torino che, con molta abilità e professionalità, tenendo conto che i vecchi reati erano in parte prescritti ed anche questa volta per la mancanza di testimoni a sostegno delle accuse, riuscì a contenere la pena a soli 11 anni e 3 mesi di reclusione, seguita da 3 anni di libertà vigilata da scontarsi sotto la giurisdizione del prefetto di Novara. I valsesiani, riconoscenti di essere stati liberati da quel flagello, aprirono una sottoscrizione per premiare ulteriormente il Ferla e l'Ubertalli. Nel 1902 venne condotto al carcere di Castelfranco Emilia, nello stesso anno fu trasferito al carcere di Fossano e nel 1909 nella Colonia Penale dell'isola di Pianosa. Scontati gli 11 anni di reclusione, si doveva pensare alla località di Novara dove fargli trascorrere i 3 anni di libertà vigilata. Il prefetto di Novara che avrebbe dovuto accollarsi la responsabilità e gli oneri derivanti da questo domicilio coatto, trovò questa scappatoia legale: fece scortare il Bangher, cittadinoaustriaco, al valico di frontiera di Ala di Trento, da dove venne estradato econsegnato alla Gendarmeria austro-ungarica. Purtroppo questo non fu l'epilogo del Bangher. Purtroppo questo non fu l'epilogo della vicenda Bangher. Trascorso qualche mese dalla sua estradizione, ricominciano ad arrivare segnalazione della presenza poco gradita del fuorilegge sui monti della val Introna, in seguito sui monti valsesiani e soprattutto nelle osterie dell'alta valle .Il 6 ottobre 1913 entra nell'abitazione di un certo Vittorio Carmelino di Riva Valdobbia, dove si impossessa di un fucile da caccia con relative munizioni, di capi di vestiario e di cibarie per un valore di 150 lire.
Molte denuncie pervengono nuovamente alla stazione dei carabinieri posta in valsesia, di conseguenza il tribunale di Varallo emette una sentenza di condanna, in contumacia, a 4 anni di carcere. Si formò un comitato, composto da cittadini valsesiani, che chiedeva alla magistratura di indagare sulle persone che avevano aiutato il fuorilegge alla cattura. Come di consueto non fu possibile trovare prove tangibili e testimonianze per inquisire i colpevoli. Dopo questa ultima condanna non si hanno più notizie ufficiali e verbali della presenza del Bandito. Dal comune di Levico, divenuto territorio italiano, si riceve l'informazione che all'anagrafe locale risulta non deceduto, ma "radiato" in mancanze di sue notizie da cinquant'anni.

La leggenda invece, fa calare il sipario su questo discusso personaggio e afferma la fine dei suoi giorni giustiziato dai fratelli di una giovane da lui stuprata, sorpreso alle spalle e accoltellato, mentre cuoceva la polenta in una baita. Il suo corpo fu sepolto in gran segreto, in una località sconosciuta. Qualcuno asserisce che l'esecuzione avvenne in una baita dell'alta Valsesia. Così finì l'odissea che occupò la cronaca locale per cinquant'anni.

Ritengo doveroso portare a conoscenza dei nostri figli e nipoti questa pagina di storia locale, anche se le opinioni, su questo personaggio, potranno essere contraddittorie.

Testo inviato da Paolo Hary
Tratto da "Un secolo di vita valsesiana" Bangher il bandito e altre storie
di Enzo Barbano.