La mia vita militare è cominciata nel dicembre 1939 con la domanda di frequentare il Corso aspiranti allievi ufficiali alla Scuola di Bra come soldato volontario classe 1920 (anni 19 compiuti).
La Seconda Guerra Mondiale era iniziata il 1 settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista e la conseguente entrata in guerra della Francia e dell’Inghilterra, alleate della Polonia.
L’Italia, dichiaratasi neutrale, nella speranza che continuasse su quella strada e che la guerra finisse presto dopo la caduta della Francia, mi dava la possibilità di fare il mio servizio militare a Bra, subito dopo proseguiva con gli 8 mesi da Ufficiale ed infine il congedo e l’ingressso nella libera professione come geometra.
L’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, sconvolse il mio programma e dovetti , mio malgrado, continuare fino a metà giugno 1945.
5 anni e mezzo durò il mio calvario, di cui 2 anni e mezzo lontano da casa e dalla famiglia per essersi divisa l’Italia in due fra nord e sud in una guerra fratricida con tedeschi, angloamericani e loro alleati.
Riprendendo il filo del discorso, in data 13/1/1940 entro alla Scuola di Bra come soldato volontario classe 1920, Distretto militare di Torino con firma ordinaria e rinuncia ad ogni beneficio di eventuale congedo anticipato. Sono aspirante allievo ufficiale arma artiglieria specialità divisione di fanteria.
Superata positivamente una prima serie di esami in data15/4/1940 sono promosso allievo ufficiale.
Scoppiata per noi la guerra il 10 giugno 1940 ci vengono ritirati i famosi sciaboloni che mi arrivavano quasi fino all’inguine, ci danno la baionetta e si va a fare il cosiddetto “campo” nei dintorni di Bra inquadrato nella 1a batteria ippotrainata.
Promosso aspirante sottotenente e, subito tre mesi dopo sottotenente, sono destinato all’11° reggimento Artiglieria “Divisione Ravenna” e mandato a Briga al confine con la Francia dove il mio reparto riposa.
Ora un breve cenno sui miei camerati avuti al corso. Eravamo in 5 diplomati geometri presso l’istituto Tecnico per geometri Germano Sommelier di Torino.
Io e Canuto, che non si vede nella foto, siamo insieme in batteria con i cavalli. Boggio Errmanno, Ramella e Carena nella sommeggiata con i muli. Avevamo una batteria con 4 cannoni 100/17, gli altri tre una batteria 75/27.
Canuto fu destinato ad Asti con la Divisione Sabaudia, si salvò dal conflitto ed è morto di malattia qualche anno fa. Boggio è finito nella famosa “Divisione Giulia”, fronte greco- albanese, fronte Russo, disperso sul Don.
Ramella, anche lui biellese come il Boggio di Mortigliengo, finì sul fronte greco-albanese, si salvò, credo sia ancora vivo (forse).
Carena anche lui sul fronte greco-albanese, ferito, si salvò, lo incontrai un giorno sul treno per Roma, io stavo andando a Taranto in marina, è morto anche lui qualche anno fa.
Credo di essere rimasto solo.
Ed ora ritorno alla mia storia, la mia Divisione Ravenna che aveva partecipato alla breve guerra con la Francia: era composta dal 37° e 38° Reggimento di Fanteria dislocati rispettivamente a Tortona ed Alessandria e il mio 11° Reggimento Artiglieria pure ad Alessandria. Io passai l’estate a Briga, fronte francese.
Nell’autunno del 1940 rientrammo in sede ad Alessandria, Caserma Cavalli, e si aprirono le licenze. Ne beneficiai anch’io pur non avendo partecipato al conflitto perché giunsi a cosa fatte.
L’inverno 1940/41 e l’inizio della primavera 1941 li passai ad Alessandria in batteria con i cavalli nelle stalle ed i cannoni allineati nel cortile.
Essendoci necessità di un ufficiale per il servizio di assistenza ai militari in transito nella stazione ferroviaria, essendo il più giovane sottotenente del gruppo, fui destinato subito.
Il mio turno incominciava alle ore 14 e finiva alla sera alle 20, poi ero libero fino al mattino e riprendevo alle 8 fino alle 14. Tornavo alla sera alle 20 e cessavo il mattino dopo alle 8 per riprendere il giorno dopo alle 14.
Disponevo di molto tempo libero, consumavo i pasti in una pensione dove ci dormivo anche ed il servizio mi piaceva.
Davo informazioni ai militari che transitavano in stazione ed anche ai civili, se interrogato, sapevo a memoria tutti gli orari e mi sembrava di essere un vice-capostazione!
In quel tempo l’Italia era in guerra contro la Grecia e sovente sostavano in stazione nei cosiddetti “binari morti” militari che arrivavano dal fronte in licenza o che ci andavano, treni ospedali carichi di feriti ed io passavo un po’ di tempo con loro offrendo a volte fiaschi di vino specialmente se erano alpini.
Ricordo un particolare curioso che non credo sia successo a tanti.
Una sera, a sorpresa, fui raggiunto da un capitano di fanteria che mi avvertì di tenermi a disposizione perché doveva passare il Maresciallo d’Italia Cavallero ,in transito per Roma.
Emozionato, mi preparai in perfetto ordine e quando scese dal treno e aspettava la coincidenza restai sull’attenti impalato come un palo telegrafico!
Ed ora faccio ridere chi ha occasione di leggere questo mio scritto.
Trovandomi con molto tempo libero pensai se non fosse il caso di fare qualche capatina a Torino, ma c’era il problema del permesso per recarsi fuori distretto. Preciso che sui treni sovente viaggiavano ufficiali inferiori con tanto di sciarpa azzurra per il controllo della licenza dei militari, Ufficiali superiori viaggiavano invece sui vagoni di Ia e 2a classe per controllare gli ufficiali.
E allora? La prima volta che salii alle 8 sul treno che veniva da Napoli per Torino restai in piedi nel corridoio, ben attento a chi saliva. Scendevo alle fermate e cambiavo vettura.
Mi godevo il pomeriggio e la sera per ripartire il mattino dopo ed essere pronto per il servizio alle ore 14.
Non mi sentivo però tranquillo ed allora escogitai un trucco.
Salivo sul retro in divisa alle 8 e mi ritiravo subito nel gabinetto. Lì mi toglievo cinturone, pistola, berretto e speroni che mettevo in una valigetta e mi infilavo sopra la divisa un paio di pantaloni borghesi. Dall’impermeabile che portavo (non il pastrano) toglievo le stellette e mi sedevo comodamente in vettura con un giornale.
Giunto a Torino Porta Nuova andavo al gabinetto e facevo l’operazione inversa e uscivo dalla stazione confuso tra la gente.
Questa manovra la ripetei spesso e a Torino mi divertivo un mondo!
Il bel gioco però dura poco e un bel 6 aprile 1941 venni richiamato in reggimento in partenza per il conflitto contro la Iugoslavia. Passammo con armi e bagagli il confine a Monte nevoso con la mia batteria su “il cavallo Camillo” che, poverino, non ci vedeva da un occhio, e facemmo una grande fatica sulla salita perché i cavalli non ce la facevano più, si dovette fermarsi e dargli la biada! Se fosse stato necessario il nostro intervento con il fuoco dei cannoni non so come ce la saremmo cavata.
Arrivammo fino alle vicinanze di Lubiana senza incontrare uno slavo!
Un giorno il mio cavallo incespicò e cadde, per l’urto si piegò il fodero della mia sciabola!
Trovammo una linea telefonica aerea che seguimmo per un po’ e un elmetto slavo ai piedi di un albero che al ritorno regalai al nostro colonnello Zandrino che morì l’anno dopo in Russia sul Don.
Un giorno al termine di una cavalcata facemmo sosta in una trattoria e approfittammo di una breve merenda a turno, lasciando i cavalli sorvegliati da parte del plotone.
Prima di rientrare ad Alessandria il 31 maggio 1941 andammo un mese in Istria per la quarantena e in quella occasione noi ufficiali visitammo le Grotte di Postumia e Trieste. Ricordo la Pasqua 1941 passata a cavallo consumando per pranzo una scatoletta di carne con galletta e fumando pipe.
Nella campagna iugoslava il reggimento non subì perdite. Nel giugno 1941 per la seconda volta vengo inviato in licenza e naturalmente a Sassaia con i miei in divisa.
Il 10 agosto 1941 partiamo per le esercitazioni a Lerma, vicino a Ovada e poi Fontanelle vicino a Boves.
Sempre per essere il più giovane del gruppo con altri tre colleghi mi mandano a Predeboni a dirigere i tiri d’artiglieria del gruppo.
Sarebbe come se io fossi sul “Der Martin”, le batterie salivano a Campiglia e dirigevano il tiro sul Tovo!
Ero alloggiato presso la casa canonica del Parroco Don Manera e i pasti “lauti” si andava a gustarli alla Trattoria della Pace. Vita beata, mi arriva la fisarmonica, studio il metodo, gioco a bocce. Passano così i mesi di settembre e ottobre, poi si torna in sede.
Dal 21 ottobre al 20 novembre 1941 sono per la terza volta in licenza e alla fine, dopo una breve sosta al Deposito di Alessandria, con mia grande sorpresa arriva il trasferimento in Marina e mi presento a Roma Ministero.
Mi vengono proposte tre alternative: Brindisi: fronte greco; Messina: Africa e traspoorti armati; Taranto: la flotta. Scelgo Taranto.
Scambio il simbolo 11° Reggimento con l’ancora sulla visiera del cappello e ne aggiungo un altro al braccio.
Vengo assegnato alla batteria n. 1 contraerea con cannoni da 90, composta tutta da marinai e conosco il comandante tenente Giuseppe Grasso, un vero padre! Nel frattempo vengo promosso tenente con anzianità 13/1/1942 ma la conferma ufficiale mi verrà comunicata a fine guerra.
La vita in batteria si svolge abbastanza lieta senza allarmi.
Il guaio più grosso era già avvenuto nel novembre 1941 con un attacco d'aerei silurantiche affondò tre corazzate e colpì alcuni cacciatorpedinieri nel golfo di Taranto. Ottenemmo solo l'abbattimento di un aereo!
Dopo uno scherzo fattomi il primo aprile 1942 con un falso fonogramma che mi annunciava il trasferimento nell'isola di Lero che mi costò una bottiglia di Anisette, a fine maggio 1942 arriva veramente l'ordine di trasferimento a Teodo, Bocche di Cattaro, sul mare del Montenegro! Viene a darmi il cambio un tenente di Modena che incontrerò l'anno dopo a Kobila sempre nelle Bocche e sarò io a dargli il cambio a lui che torna in Italia. Vengo inviato alla batteria contraerea di Mercevaz vicino al comando Marina Teodo (Bocche di Cattaro).
Tanto per la cronaca nell'estate 1942 mentre io mi apprestavo ad andare in Montenegro, la mia vecchia Divisione "Ravenna" partiva per la Russia trascinandosi combattendo fino al Don dove nell'inverno 42/43 venne distrutta dall'offensiva sovietica che letteralmente la travolse e con yuttl l'8° armata italiana. Della Ravenna poche migliaia di uomini ritornarono in patria!
Tornando al mio racconto, dopo pochi mesi vengo trasferito a Platamone, un vero inferno. Abbiamo un solo grosso cannone, siamo senza acqua potabile, quella che c'è è in una vasca di cemento sulla riva del mare, scoperta e con vermi grossi un dito, rifornita pompata da una cisterna che viene per mare da Teodo. A tavola io e il tenente comandante siamo obligati a bere vino Chianti acquistato con i viveri a Budua, porto franco in Albania, dove andiamo settimanalmente con una barchetta per i viveri. Non abbiamo la radio perchè siamo senza luce elettrica ed il telefono è a manovella collegato solo con il comando di Teodo. Dietro noi c'è il bosco folto e non sappiamo sde in giro ci sono partigiani, oltretuttonon siamo nemmeno protetti da una cinta, rete metallica o altri ripari.Peggio di così non si può stare!
Un giorno si presenta un tenente di fanteria che mi prende con se per un servizio di sorveglianza nel bosco vicino e nei villaggi abitati sorvegliati da civili armati che spuntano al nostro arrivo senza che ce ne accorgiamo. Sono dei collaboratori e chissà che fine faranno se perdiamo la guerra ! Passai un gran brutto giorno!
La situazione in quelle baracche si faceva insostenibile finchè a novembre, tramite l'amico Franco Festa, tenente di marina e segretario dell'ammiraglio comandante, mi trasferii a Petrovich, una grossa polveriera in galleria circondata da un recinto metallico illuminato (stavolta!). E' dotata di una bella villetta per me, comandante della guardia e per il sottotenente del CREM Marina Canepa comandante del deposito. Con radio, luce elettrica, cucina con cuochi personali, camera da letto, sala riunioni, è una vera pacchia! Però c'è sempre qualcosa che va storto in tanto benessere: il pericolo di saltare in aria con tutte quelle polveri, granata ,cassette di munizioni, personale civile del posto che va e viene portando e prendendo qualcosa che può scoppiare e noi non sappiamo nemmeno cosa ci sia nelle cassette siggillate che trasportano i rimorchiatori sul molo e poi in galleria. Pochi mesi prima era scoppiata una polveriera nelle bocche e non ci furono superstiti non molto lontano da noi. In compenso tramiye l'idrovolante quasi giornaliero si riceve la posta, il giornale, si sentivano le notizie per radioe si fumavano sigarette orientali con del begli accendini.
Nelle sere senza luna con un secondo capo (sottufficiale) e un amrinaio andavamo a pescare in barca con la lampara a prua. Portavamo ilpesce fresco in polveriera per tutto l'equipaggio.
A dicembre ebbi di nuovo la licenza (l'ultima) di un mese e tornai a casa a Sassaia. A fine maggio 1942 nell'andata a Teodo (Bocche) navigai sull'incrociatore ausiliario Bari che finì affondato davanti a Livorno due anni e mezzo dopo. Questa volta vado in licenza su un piroscafo civile fino a Bari e poi in treno. Al ritorno ho preso il piroscafo partendo da Fiume e costeggiando tutta la costa dalmata fino a Teodo solo di notte e per cinque giorni.
La vita nella polveriera di Petrovich si svolgeva abbastanza tranquilla finchè non successero tre grossi episodi.
Il primo avvenne sulla punta del molo dove il mare è più profondo mentre scherzavo con la mia ordinanza (attendente) che si vantava essere un provetto nuotatore. Per mia sventura senza volerlo gli diedi una spinta e lo buttai a mare ma lui nel cadere mi afferròper un braccio e anch'io caddi con lui. Il guaio era che io non sapevo nuotare e lui cercò di salvare se stesso senza pensare a me. Scesi annaspando a fondo per bere ben tre volte, l'ultima mi fu fatale e non ebbi più speranze. Fortuna volle che le sentinelle di guardia lungo il sentiero della polveriera, su in alto, vista la scena si misero a urlare attirando l'attenzione di un marinaio che poco lontano stava cercando polipetti vicino al molo. Sentite le grida, di corsa si lanciò in mare e mi sollevò spingendomi su portandomi pian piano a riva semisvenuto.
Sarà stata la paura o l’essermi fermato un po’ a discutere bagnato fradicio, tenni la febbre a quaranta per due giorni!. Al mio salvatore, un marinaio di Bari, concessi subito otto giorni di licenza premio.
Secondo episodio: una sera mentre ascoltavo la radio venne il capoposto di guardia per dirmi che una sentinella dormiva su un tettuccio sopraelevato di cemento che copriva la canna di aspirazione della galleria, con il fucile e le due bombe a mano posate a terra. Immediatamente mi recai a controllare e con molta pazienza e destrezza, issatomi sul tettuccio, portai via le armi e poi lo svegliai. Naturalmente dovetti fare il rapporto al Comando e portare il marinaio a marina Teodo dove, dopo un breve interrogatorio, scattò l’ordine deferito alle autorità competenti. Il guaio è che dovetti recarmi a Cettigne, capitale del Montenegro, al tribunale militare per il processo. Condannato, u inviato in Italia per scontare la pena in carcere militare. In quella occasione conobbi un tenente Avvocato dell’accusa, torinese, che abitava in Piazza Statuto. Una noia non indifferente, il viaggio di andata e ritorno avvenne su una moto carretta scoperta ed io seduti su un panchetto assieme alla posta, attraverso boschi e sterpaglie alla mercè di eventuali attacchi da parte dei partigiani. Inoltre dovetti pernottare una notte a Cettigne in un albergo dove mancava persino la serratura alla porta della camera e per stare tranquillo dovetti appoggiarvi una sedia e tenere la pistola carica sotto il cuscino!
Terzo: episodio fu un fatto assai curioso che ebbe un seguito in tutte le Bocche di Cattaro. Una sera il solito capoposto mi viene a chiamare per rumore sospetto al di là del recinto di rete in mezzo alla boscaglia. Ci vado subito, sento il rumore anch’io, afferro il fucile del capoposto, grido il “ Chi va là” più volte e sparo due colpi dove sento il rumore. Uno strisciare convulso e poi la caduta di un corpo che una volta uscito dal reticolato si rivela essere quello di un asino colpito da me in pieno nonostante il buio! Fu un colpo fortunoso che però attirò l’attenzione del Comando che volle indagare e così venne fuori la storia dell’asino scappato dalla stalla. Conclusione: la pelle dell’animale conciata andò a finire ad un capitano di corvetta del comando, il proprietario dell’asino non fece storie ed io con un pezzo di pelliccia mi feci fare un colletto che cucii al pastrano. Ma la cosa non finì così: un giorno che ero andato per servizio al comando marina l’Ammiraglio mi invitò a togliere il colletto del cappotto perché non regolamentare! Prima dell’estate vengo di nuovo trasferito e vado a Kobila, all’inizio delle Bocche di Cattaro, posizione altamente strategica perché dominante tutto il passaggio delle navi in uno stretto canale. La batteria è composta di quattro cannoni 76/40 contraereo e antisbarco con una mitragliera e una stazione con due siluri sulla riva del mare. Comandante era il capitano napoletano Marsiglia, un vero bravo padre di famiglia, ed io comandante in seconda. Il bello è che quando sbarcai sul molo con le mie valigie trovai a darmi il cambio il tenente di Modena che mi aveva rilevato a Taranto ed ora se ne andava in Italia! Qui conobbi il marinaio segretario di fureria Polidori, milanese, con il quale strinsi amicizia: fu con lui che ci salvammo salendo da una barchetta sul peschereccio che ci portò avventurosamente in Italia. Il caso volle che anche in Italia ci trovammo assieme nella stessa mia vecchia batteria di Taranto. A Kobila avvennero quei tragici avvenimenti che anticiparono e seguirono l’8 settembre 1943, giorno dell’Armistizio da parte dell’Italia, con tutte le dolorose e sanguinose storie fratricide, con il nostro Paese sconvolto dalla guerra e diviso fra nord e sud. Di questo invito chi legge questo scritto a riferirsi al mio racconto assai particolareggiato, già pubblicato. Giunto a Taranto dopo la metà di settembre del 1943 trovo rifugio ,come già detto, nella mia vecchia batteria n. 1 e rivedo il comandante Grasso promosso Capitano. Sono però nei guai percjè ho perso tutto l’equipaggiamento nella fuga da Kobila e ho soltanto una tuta con sotto cannottiera e mutandine, berretto, calze, scarpe e portafoglio. Sono costretto, quando mi lavano quel po’ di biancheria, a mettermi nudo a letto anche di giorno. Poco a poco mi sistemo aiutato dai colleghi, da qualche acquisto all’Unione Militare e dal Comando con un concorso in danaro in busta paga. Col nuovo 1944 le cose migliorano e incomincio ad andare fuori in permesso. Con l’aiuto dell’amico Franco Festa conosco la Famiglia De marco dove lui è alloggiato in un appartamento attiguo requisito dalla marina. Ogni tanto fanno delle feste e si balla e così vengo a conoscere Maria che diventerà mia sposa il 28 dicembre 1944. Godo di una licenza matrimoniale di un mese, lascio la batteria che avevo rilevato nel comando dal capitano Grasso congedato e a sua volte ceduta al sottotenente collega Dimitri prima del matrimonio. Alla ripresa del servizio vengo assegnato al comando di un plotone di marinai per il servizio di ordine pubblico nella città di Taranto, solo il mattino. Col 20 giugno 1945 vengo congedato e con Maria ritorno a Torino con un viaggio assai avventuroso per le condizioni delle strade, ferrovie e ponti sinistrati e la moglie incinta. Dopo circa 40 anni, un giorno, con Vito, siamo al 3 maggio 1987, vado in gita in auto a Pradeboni dove ero stato nel 1941 per il controllo dei tiri di artiglieria sulla “Bisalta”. Il parroco Don Manara è morto nel 1962 a 62 anni dopo 29 anni di vicariato. Ho visto la sua tomba nel piccolo cimitero vicino la chiesa che apre solo di tanto in tanto. La canonica nel 1962 risultava lottizzata in tre alloggetti in parte ancora disabitati e il giardino si presentava incolto e disadorno. Questa è la storia in succinto della mia lunga vita militare durata 5 anni e mezzo, un po’ in giro per il mondo in mezzo a pericoli e guai, ma sempre a galla! Non finirò mai di ringraziare il Signore Iddio e i suoi santi per le grazie ricevute negli anni di vita militare, culminati nei seguenti episodi principali • Il mio trasferimento in marina che mi ha salvato dalla fine in Russia, della mia Divisione Ravenna, che ha colpito tutti gli ufficiali miei colleghi di batteria compreso in colonnello comandante di gruppo; • Il salvataggio in mare da parte di un marinaio della polveriera dove prestavo servizio, che mi salvò dopo che per la terza volta sprofondavo fra le onde ormai sfinito e privo di forze; • Il mio tempestivo intervento nel richiamare l’attenzione di un lontano rimorchiatore fermo sulla spiaggia di Petrovich, nelle Bocche di Cattaro, perché venisse a prelevarci e portarci in Italia dopo che ci eravamo liberati della prigionia tedesca: il mio gesto salvò la batteria.
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