11 Settembre
Dalle due sono qui in centrale sulla solita panca a pensare, riflettere e sonnecchiare al chiarore della lanterna a petrolio. Albeggia, il sole spunta facendo capolino dalle montagne di Cattaro. Il Capitano comandante la batteria giunge e mi comunica d’aver ricevuto l’ordine di distruggere tutti i segreti. Dobbiamo attendere una commissione di persone per consegnare la batteria. Chi saranno e quale sarà la sorte nostra?
Si riprende la manipolazione dei bagagli. Verso le 10 giunge un mezzo con l’ufficiale pagatore. Si distribuisce la paga al personale e si viene a conoscenza di strane notizie. Tutte le segreterie dei vari Comandi sono state distrutte con i documenti al completo! I magazzini di sussistenza e vestiario in parte aperti al personale di Marina e dati al saccheggio! Fermento, disordini, tutta la gente sulle banchine in attesa di sfollamento! E noi?…
Il mezzo con il S. Ten. Ligresti Commissario e il Sec. Capo Baldisseri si allontana ed io e il Capitano ritorniamo ancor più sconsolati nei nostri alloggiamenti. Pertanto, avendo fatto movimento il personale elettricista e fuochista per la Difesa, la nostra forza compreso il silurista è rimasta di 67 persone così distribuita: 2 ufficiali, 2 sottufficiali, 3 sergenti, 60 sottocapi e comuni tra marò, cannonieri, silurista e un solo elettricista.
La giornata passa calma e giunge la sera.
Sono le ore 21 circa. Un battello viene avvistato nel Canale di Cobila diretto al mare aperto. Si avvisa immediatamente il Comando Difesa che dà ordine di aprire il fuoco con le mitraglie. Lascio il Capitano al telefono e corro giù in batteria, faccio trasportare la mitraglia in posizione e carico. Da lungi giungono le grida del Comandante: “fate attenzione!… Boffa non sparare… aspetta!…”
L’arma è carica mentre il battello scivola nella notte sempre più lontano. Premo e tutto il caricatore parte sgranandosi con un sordo miagolio che risveglia tutta la baia. All’ultimo momento la mia coscienza ha fatto deviare la mira ed i colpi sono andati a lato. Giunge il Capitano: “Sono dei pazzi che tentano di fuggire con un battello a remi”. “Hanno disertato!”. “Allora sparo ancora!” soggiungo vivamente mentre infilo un altro caricatore.
Stavolta le pallottole traccianti vanno alte, così ho voluto io per intimorire soltanto i fuggitivi. Il mio istinto mi dice di non colpire e lascio l’arma mai più pensando che su quel battello v’erano imbarcati (come seppi poi) cinque marinai della mia ex polveriera di Petrovich fra cui la mia ex ordinanza Ferraro. Frattanto la batteria di Orza sita sulla sponda opposta ha seguito il nostro gesto e apre il fuoco sul battello. “Poveretti… si salveranno?”.
La notte è scura il battello scompare forse colpito, forse libero e in salvo. Ritorna il silenzio e gli animi eccitati si calmano. Il Comando Difesa ordina di cessare il fuoco ed avvisa che due torpediniere fra poco transiteranno dirette fuori delle Bocche autorizzato ad uscire. Con qualche parola si calma il disordine del personale, tutti in silenzio aspettano, poco dopo passano le due misteriose torpediniere nel buio della notte sotto la nostra costa e scompaiono.
Le ho seguite a lungo con lo sguardo fino a che la notte le ha inghiottite ed il mio sguardo si è fissato più a lungo su un mas, non segnalato, navigante in mezzo alle due sottili unità.
Chi ci sarà stato a bordo? Dove vanno? Mistero!
Il telefono squilla: “…tutti i comandanti di opere all’apparecchio!… parla il Comandante Capitano di Vascello Sig. Azzi della base di Teodo!…” Siamo all’interno della centrale, io e il Capitano, entrambi vicino al microfono mentre fuori la gente, che forse ha avvistato altre imbarcazioni, mormora attendendo notizie. Parla il Sig. Azzi: “La situazione che si annunzia grave nei confronti degli avvenimenti successivi all’armistizio sta per risolversi in modo insperato a seguito di accordi intervenuti coi superiori Comandi. Da domani delle commissioni militari si recheranno nelle batterie e i comandanti dovranno fare consegna delle armi in piena efficienza. Dopo qualche tempo il personale raggiungerà e si concentrerà in località già prestabilite.
A cominciare da stasera farò partire una rappresentanza di Marina Teodo con un primo contingente di personale comprendente una batteria, la 305 della Milimart, imbarcato sulle due torpediniere slave; poi in seguito … anche noi partiremo… per dove gli altri ci hanno preceduto. Raccomando ai Comandanti di Batteria di riunire subito il personale e di parlare opportunamente allo scopo di tenere calmi gli animi per modo di non compromettere l’esito degli accordi. Avete ben capito Comandante di Mercevaz… Comandante di Bianca… di Obostenigo… Forte Cuk… Zelenica… Traste… Platamone… Radisevic… Orza… Cobila?”.
Con la risposta affermativa di tutti i Comandanti e un furente cicchetto al Comandante di Radisevic un po’ recalcitrante, termina la comunicazione lasciandoci nella più profonda costernazione. Subito dopo telefona il Comandante la Difesa avvertendo che l’indomani mattina sarebbe venuta una commissione di ufficiali accompagnati da ufficiali nostri a prendere in consegna quanto già disposto con l’obbligo di adoprarsi ad istruire le truppe circa l’impiego delle armi se richiesto.
Si fa l’assemblea ed il Comandante parla all’equipaggio riferendo quanto sopra. … Mormorii di disapprovazione… Saremo fatti tutti prigionieri ed andremo a finire in uno dei tanti campi di concentramento…! Tentiamo ristabilire la calma cercando spiegare a loro che il Comandante Azzi ci ha promesso di inviarci a Cumbor, per di là partire in seguito per dove il primo scaglione ci ha preceduto. Invano, nessuno crede, gli animi si eccitano sempre più mentre manca la fede e la fiducia.
Nel frattempo, verso le 22 circa, alcuni battelli a remi ed a motore escono dallo stretto di Cumbor, attraversano il nostro canale di Cobila passando sotto la costa opposta e favoriti dall’oscurità tentano la fuga verso il mare aperto. Ciò contribuisce a rendere ancor più eccitati ed irrequieti i marinai. Temono d’essere traditi dai Comandanti che con personale dei Comandi lasciano il proprio posto per raggiungere l’Italia.
La rivolta serpeggia fra le loro file, i più scalmanati urlando al tradimento pretendono voler sparare contro i fuggitivi. Il Comando Difesa avverte di lasciar passare: “sono mezzi autorizzati!”. Il Capitano urla, sbraita, chiede la calma, impone il silenzio, minaccia con la pistola.
Io sorveglio dietro di lui con la destra sulla fondina. Alcuni marinai corrono ai fucili, sono tutti armati mentre il clamore aumenta, altri piangono, implorano con le lacrime agli occhi dilatati dal terrore e dall’incubo per il tremendo destino che ci lega su questa isolata posizione infernale.
Dalla sponda opposta la stazione lancia-siluri di Cobila spara con fucili e mitragliatori contro i battelli. Alcuni implorano: “…Siamo in cinque venite a salvarci…! Venite a prenderci… siamo marinai…! Fermatevi… vigliacchi… prendeteci… vi uccidiamo… fuoco!”.
L’urlo straziante giunge fino a noi turbandoci sopraffatto dal crepitio delle fucilate. Allora furente dall’ira troppo a lungo contenuta e dalle urla dei marinai di Cobila chiedo al Comandante di poter telefonare in Difesa. Si fa silenzio e tutti pendono dalle mie labbra.
“Pronto… gruppo… dammi la Difesa. Mari dife… il Comandante Moretti degli Adimari… Come non c’è!… dammi il Comandante Moretti subito!… Non c’è più nessuno!… Chi parla? Sei tu Zanotti? Sei rimasto solo mentre tutti gli altri se ne sono andati?… Ah, manca la luce!… ma cosa succede, che si deve fare?… Fuggire anche noi? Pronto… pronto… pronto…!”. Vigliacchi e traditori – avete sentito Capitano – ci hanno lasciato qui – ci hanno abbandonato mentre i più furbi se la squagliano… Alle armi Comandante! Dobbiamo affrontarli tutti, non se ne deve salvare uno!
“Calma Boffa… aspettiamo, vediamo gli eventi!. “No! Bisogna agire Comandante e subito prima che sia troppo tardi, gli altri se ne vanno e noi li vediamo passare tranquillamente. No, non sia mai!”. Il Capitano tentenna timoroso poi concede dicendo: “fai quello che vuoi!” e si ritira in centrale prendendosi la testa fra le mani.
“A me marinai! Ai pezzi! Granata navale, punteria diretta, alzo 20, caricate, fuoco, fuoco a volontà!”. Come un pazzo mi precipito ai pezzi.
Il pezzo 1-3-4 è quasi pronto. Al pezzo 2 non c’è nessuno. Ci vado io, un marinaio ed il Serg. Capo Prim. Tiro la funicella e con alzo zero parte il primo colpo seguito dalla salva degli altri tre pezzi. Il muretto paraschegge cade demolito dallo spostamento d’aria. La granata ha sfiorato l’orlo della piazzuola!! I colpi si succedono ai colpi bucando le tenebre che avvolgono i battelli fuggitivi con grandiose vampate. Riprende la fucileria di Cobila e radio Klinci.
Apre il fuoco Punta Ostro e l’isola di Mamola con fuoco incrociato di mitragliatrici a pallottola tracciante. Spara Orza col sordo boato dei suoi quattro pezzi da 156 mm.
Tutta la baia è in allarme, da tutti i settori si spara rabbiosamente, fratelli contro i fratelli, italiani contro italiani! Quelli fuggono per non essere prigionieri disertando, contrariamente ai voleri del superiore comando, noi e gli altri sparano per la rabbia nell’impossibilità di seguirli dovendo restare fedele alla consegna.
Ma chi è che fugge? Gente responsabile o irresponsabili?? Mistero!
L’odore della polvere si fa più intenso mentre le vampate sollevano nugoli di terra arsa dei terrapieni che penetra negli occhi impedendo l’osservazione del tiro alla cieca nella notte fonda. Il Capitano rimasto in centrale nel frattempo è riuscito ad avere la comunicazione col Comandante Moretti, prima irreperibile, il quale ordina di cessare subito il fuoco.
L’ordine urlato del Capitano giunge a me e immediatamente faccio cessare il fuoco. Mi avvicino a lui che sta cercando di calmare l’eccitazione dei marinai implorando con le lacrime agli occhi e l’aiuto nel suo difficile compito. Si invita un marinaio fra i più ribelli, Passariello, a parlare al telefono col Comando. Passariello è al telefono; parla il Tenente di Vascello Sommariva: “Marinai di Cobila, state calmi al vostro posto di dovere.
Siamo tutti con voi al nostro posto di responsabilità. Il Comandante Azzi c’è! Il Comandante Pagani pure! Io, Sommariva, vi parlo e vi dico di attenersi agli ordini del vostro Comandante”. Passariello risponde bruscamente: “Comandante qui scappano tutti, il canale è pieno di battelli!”.
Clac, il microfono ritorna al suo posto violentemente e termina l’interessante colloquio. Nel frattempo la sparatoria continua da parte degli altri reparti. La batteria da 156 ha spostato il tiro diretto ora verso la nostra costa. L’eco ed il rimbombo delle salve si ripercuote giungendo a noi sì come tuoni, e grandi vampate lacerano l’oscurità fitta della notte. Ci rifugiamo tutti in un camminamento augurandoci che il tiro non venga allungato.
Poi il fuoco rallenta, qualche colpo isolato… poi silenzio; è tornata la calma. Riprendono le discussioni, molti piangono terrorizzati per ciò che il domani ci preserverà. Noi, ufficiali e sottufficiali facciamo opera di convinzione cercando di risollevare il morale depresso dell’equipaggio ma senza riuscirci. Nascostamente provvedo, con un marinaio fidato a togliere gli steli ai pezzi onde evitare nuovi guai e mi tengo costantemente a contatto del Capitano, vegliando, dopo che qualcuno mi ha avvisato circa le cattive intenzioni di qualche esaltato.
Ci riuniamo coi sottufficiali al completo, fatta eccezione del Capo Cannoniere rimasto in casermetta, e decidiamo di mandare qualcuno a vedere se il nostro battello è ancora alla banchina. Di ciò si incarica uno dei due marinai barcaioli e si attende l’esito confabulando.
Il tempo passa e nessuno ritorna motivo per cui mi avvio io piano piano giungendo alla stazione lancio-siluri. Sono arrivato in tempo! Il Sergente Borghesi e tre marinai siluristi sono tutti affaccendati a caricare il battello di provviste: due barilotti d’acqua dolce, scatolette di carne, gallette.
Stanno per spiccare il volo! Dove vogliono andare? In Italia, forse, a remi come i pazzi che li hanno preceduti? Potevo rimanere senza battello se non mi fossi affrettato, penso, chissà… se ci sarà utile? Mi assicuro che tutto sia a posto, la barca dondola lentamente sulle acque tesando la fune che l’attracca alla banchina.
Ritorniamo indietro e riferisco al Comandante il quale impartisce ordini stabilendo un servizio di sentinella al molo. Sarà piuttosto fedele la sentinella alla consegna? Ne dubito fortemente!
Nel frattempo l’equipaggio apparentemente calmo si è diviso in diversi gruppetti capeggiati da elementi più o meno accesi e decisi a tutto osare. Notato il nostro conciliabolo sommesso e la visita al molo, è nato fra di loro il sospetto che noi, i loro capi, stiamo per prendere la fuga col battello. Ma vengo avvisato e mi accorgo d’essere sorvegliato e pedinato. Poveretti!
Il terrore dell’incerto avvenire fa nascere a loro sospetti ed idee contrarie a quelle che albergano nel mio cuore.
Resterò con loro fino alla fine, l’ho giurato perché questi sono i sentimenti miei e questo è il momento di mostrare il vero carattere di una persona.
La sorte di uno di noi dovrà essere quella di tutti ed io sarò sempre il Sig. Boffa che con loro ha vissuto e continua a vivere dove il dovere ci chiama. Non nascondo che questo loro dubbio mi addolora; non sanno, non mi conoscono ancora o meglio ancora non riconoscono più il superiore-amico.
Li comprendo e li compiango scorgendo le lacrime scendere sulle guance per l’ansia della terrorizzante attesa. Mi avvicino e parlo a loro con parole semplici incitandoli a sperare ed essere forti: “io e il Comandante siamo con voi e lo saremo, altri hanno mancato al loro dovere, noi vi seguiremo ed il nostro esempio vi spronerà oltre il dovere!”.
La mezzanotte è passata, nessuno pensa di andare a dormire. Il mare è calmo, nel canale nessuno più si avventura forse temendo la reazione di chi rabbiosamente spara per colpirli nel loro atto indegno.
Io e il Capitano saliamo lentamente in casermetta, un nuovo giorno sta per incominciare, cosa ci porterà?
L’oscurità è completa, un banco di nubi vela la luna mentre un gruppo di uomini su una lingua di terra attende l’alba sognando una dolce casetta, un focolare, visi provati dal dolore, immagini care e lontane.
Tutto tace, forse qualcuno pure guarda questo cielo pensando: “dove sarà?… che farà mai?”. Forse quello sguardo sarà diretto ad una stella più grande… perché a lei più vicina e più viva… perché più sentita; o un cuore, memore di dolci ricordi, palpiterà nell’attesa delle prime luci dell’alba per rivedere riaffermato il reciproco sentimento e gioire di nuovi bramati desideri. …
Guardando con tanta dolcezza il firmamento, si sentirà invadere di tanta gioia ed infusa di sì tanto orgoglioso vanto per la luce che la stella per lei solamente emana che non scorgerà il tremolio timoroso del piccolo e tanto lontano astro che inutilmente chiama. Di questo astro al quale il mio sguardo ora si collega e che rappresentando il mio palpito non riceve riflesso ed eco.
Ci furon notti in cui interrogavo le stelle per trarne conforto e coraggio, ora guardando più non vedo e non sono nemmeno più visto! La mia stella è rimasta in cielo ma è tanto piccola che più non desta lo sguardo di chi un giorno la cercava con tanta tenerezza, ed ora su nel cielo inutilmente luccica. E perché mai proprio in questo momento vorrei essere ricordato?
Sono passati più mesi da che qui esiliando mi trovo, sono pochi ma sufficienti per dimenticare.
Dimenticare… per chi può e gli è facile ma per chi non può e si sente solo non resta che chinare lo sguardo ed avviarsi verso la via del suo destino incerto, nascondendosi nell’oscurità, mentre tutte le stelle scintillando osservano e pare sommessamente ridano beffando.

In divisa da sottotenente 11° Reggimento Artiglieria Ippotrainata Divisione "Ravenna" Gennaio 1941I
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