L'8 Settembre 1943 del Tenente Artiglieria
BOFFA PEDRO PIETRO

 

Giorno dell'armistizio fra l'Italia e gli anglo-americani e loro alleati.

 

Premessa

La mia vita militare durò ben cinque anni e mezzo e incominciò presto, a diciannove anni compiuti e precisamente il 9 gennaio 1940, volontario, alla Scuola Allievi Ufficiali di Bra di Artiglieria e finì in Marina il 20 giugno 1945. Il mio intento per questo anticipato servizio era quello di stringere i tempi, prima con il corso Ufficiali, poi quelli di prima nomina presso qualche reggimento divisionale e alla fine il congedo e l’inizio della libera professione da geometra. Purtroppo la dichiarata neutralità dell’Italia al conflitto mondiale, di cui ci facevo conto, sconvolse i miei piani colla entrata in guerra del 10 giugno 1940! Assegnato all’11° Reggimento Artiglieria ippotrainata della Divisione “Ravenna” venni subito destinato al confine francese e precisamente a Briga dove passai l’estate 1940. Dopo l’autunno e l’inverno 1940/41 passato in sede ad Alessandria, partecipai nell’aprile 1941 alla campagna iugoslava che ci portò fino alle porte di Lubiana. Passarono alcuni mesi di riposo in giro per il Piemonte per esercitazione sui tiri delle batterie finché a dicembre venne la svolta decisa che cambiò radicalmente il mio futuro. Trasferimento in Marina con destinazione Taranto dove c’era la flotta! Il mese prima, novembre, era stato assai funesto per noi e per chi c’era sul posto prima di me. Un attacco di aerosiluranti a bassa quota aveva semiaffondato due nostre belle corazzate e danneggiata gravemente un’altra, adagiata sul fondo del mar Grande di fronte la città di Taranto. Dove ero io? Comodamente ancora nell’esercito in licenza per un mese a Sassaia. La mia permanenza a Taranto durò circa sei mesi e poi altro trasferimento in zona oltremare, nelle Bocche di Cattaro (Montenegro) Marina Teodo. Eravamo nel 1942 e nelle Bocche, sede della flotta austroungarica nella prima guerra mondiale 1915/18, trovai più di una sistemazione: batteria contraerea a Mercevaz, batteria navale a Platamone, polveriera a Petrovic e finalmente batteria contraerea e navale con stazione lanciasiluri a Kobila dove ebbi il mio 8 settembre 1943. Mentre io giravo nelle varie postazioni della Marina, come si usa fare qui a differenza dell’esercito dove in genere l’ufficiale segue il proprio reparto, la mia vecchia divisione Ravenna era andata in Russia con l’ARMIR. Trascinandosi penosamente combattendo da villaggio a città arrivò al Don dove si fermò! Una violenta offensiva sovietica condotta da centinaia di batterie e carri armati pesanti tonnellate scattata nel novembre/dicembre 1942 distrusse, con le altre, la mia vecchia “Ravenna” accerchiandola. Pochi reparti sbandati cercarono la salvezza in una penosa e tragica ritirata lasciando nella steppa nevosa migliaia di soldati. I miei colleghi morirono tutti, l’unico a salvarsi fu il tenente cappellano che nel 1950 trovai un giorno a Torino sul corso Oporto (ora Matteotti) che mi raccontò la dolorosa storia. Prima di passare al racconto del mio “8 settembre 1943” che mi vide protagonista così tanto da suscitare ammirazione e rispetto dal mio comandante di Batteria, rendo noto che il Capitano Marsilia mi propose per una ricompensa. Purtroppo lo sfacelo dell’Esercito al quale io ancora dipendevo, essendo solo aggregato alla Marina, la perdita degli archivi andati in parte distrutti fece sì che di tutto non se ne fece niente. Voglio però trascrivere in appresso le note caratteristiche che il mio comandante mi lasciò in data 23 marzo 1944 da Taranto (S. Pietro).
Oggetto: S. tenente complemento Pietro Boffa Pedro, note caratteristiche
Ho avuto alle mie dipendenze il sot. Tenente di artiglieria di complemento sig. Pietro Boffa Pedro quale sottordine in una batteria da 76/40 a doppio compito a difesa delle Bocche di Cattaro (Marina Teodo Dalmazia). Durante il suo periodo di Servizio dal maggio al 15 settembre 1943 il predetto ufficiale ha dimostrato di possedere doti di cultura e preparazione tecnica non comune. È dotato peraltro di molto spirito di iniziativa e attitudine al comando. Ha disimpegnato il suo servizio con fermezza e diligenza compiendo appieno il suo dovere in eventi bellici particolarmente delicati.
Firmato Cap. Art. Giuseppe Marsilia .


Il mio servizio militare nelle Bocche di Cattaro

Postazione n° 1. - Comando di Cattaro a Teodo: prima decade giugno 1942.
Postazione n° 2. - Batteria contraerea di Mercevaz: fino al 31.8.1942 come sottocomandante di batteria.
Postazione n° 3. - Batteria antisommergibile di Platamone: fino al 31.10.1942 come sottocomandante di batteria. Postazione n° 4. - Polveriera di Petrovic: fino al marzo 1943 come comandante della guardia.
Postazione n° 5. - Batteria contraerea e navale con stazione lanciasiluri al Forte Kobila: fino al 17.9.1943 come sottocomandante di batteria.


Bocche di Cattaro - Teodo

Avvenimenti dell’8 Settembre 1943

8 Settembre 1943

Giornata tediosa d’oltremare come le precedenti.
Ore 20.30: mentre si fa un po’ d’orchestrina in segreteria, giunge notizia da chi ascolta la radio in mensa dell’avvenuto armistizio. Il corridoio della casermetta rintrona di urla di giubilo dei marinai felici per le cessate ostilità condotte per una guerra mai sentita, sopportata con rassegnazione e auspicata conclusiva comunque pur di riavere il diritto alla vita.
Siamo vinti!
Profondo rammarico come combattenti, segreta soddisfazione per il riconoscimento dell’inutilità dello spargimento di sangue voluto dal Fascismo per la guerra di Hitler.
Noi lontano dalla patria attendiamo gli eventi.
Ci viene ordinato di andare ai pezzi al posto di combattimento; contro chi? Si lascia la radio per ritornare al cannone ed io attendo l’alba sonnecchiando su una panca in centrale con l’arma al piede pensando all’armistizio.

9 Settembre

In previsione dei disastrosi eventi uccidiamo il maiale che viene subitamente trasferito in cucina. Per passare il tempo facciamo tutti le valige e zaini, ed io per sistemare il mio equipaggiamento nelle valige procedo al primo spoglio.
Le prime vittime sono i libri di Commercio, una divisa logora ed altri indumenti fatti a pezzi e buttati dalla finestra.
I colli sono ridotti a quattro. Tutto ciò si svolge intercalato da qualche allerta per cui noto maggior attività aerea fra ieri ed oggi che nelle giornate scorse di guerra. Verso le 17 passa a bassa quota una formazione di Stukas, sono una trentina in formazione serrata; vengono da Nord diretti verso Sud, poi dirottano vero il Montenegro.
Poco dopo attraversa il canale d’imboccatura delle Bocche un mezzo della Croce Rossa che più tardi sul crepuscolo ripassa carico di feriti a bordo. Sono i naufraghi di una cisterna italiana affondata a Nord di Punta Ostro dagli Stukas, gli amici alleati di ieri che poi passano a missione delittuosa compiuta sopra il nostro cielo.


Formazione di Junker
Ju-87 Stukas


Immagine di una nave attaccata


La Dicat che ha segnalato in tempo gli aerei, raccomanda di fare attenzione a non fare atti ostili. Poi cambia disco e precisa di sparare davanti agli aerei incursori per intimorirli come se bastassero i quattro nostri antiquati e quanto mai scassati pezzi da 76 guerra mondiale 1914-1918.
Come sempre capita nessuno agisce prontamente, tutti tacciono restando al balcone ad osservare mentre un nuovo ordine raccomanda ancora di non sparare senza ordine ricevuto.
I gemiti dei feriti che il rimorchiatore conduce all’ospedale di Meline giungono fino a noi. Un'altra nave italiana giace in fondo al mare e questa volta sono stati i camerati dei fascisti. Si avvicina la sera, per avute disposizioni dal mio capitano sono di guardia fino alle due del mattino con metà equipaggio.
Tutto è pronto per la lotta, sacrificati in una posizione infame dietro un cestone esposti all’offesa precisa dal forte alfo disarmato, consci della nostra inferiorità per la grande avvedutezza strategica del nostro Comando preoccupatosi unicamente al problema del rifornimento viveri e servizi logistici, tutto a scapito della difesa vicina insostenibile.
Dalla sommità della centrale osservo il ristretto spazio disboscato coi smussati mezzi a disposizione. Tutto è avvolto dalla boscaglia fitta. Trinceramenti dopo due anni e più di occupazione ancora non si sono fatti. Per il reticolato di cui si ricevette il materiale nel mese 30° della Dalmazia Italiana, ancora si attende che il Maggiore del Genio venga a dare opportune disposizioni onde procedere alla recinzione dell’opera militare. Questa situazione l’equipaggio la conosce e come me attende vigilando contro un ignoto nemico. Sarà slavo… tedesco… ribelle… anglo-americano?
La panca anche stasera mi accoglie e su di essa aspetto le due del mattino.


10 Settembre

È notte ed io, terminata la mia guardia, mi avvio lungo la salita che porta in casermetta per il meritato riposo.
Quando mi alzo il sole è già alto per cui non mi resta che occuparmi come tutti gli altri dei bagagli. Si respira un’aria diversa e ci pare si debbano lasciare questi luoghi per altri lidi più o meno accoglienti.
Pertanto viene costituita una squadra mobile armata antisabotaggio di cui mi si dà il comando e si attende disposizione per una eventuale esercitazione. La Dicat raccomanda avvisando di una probabile visita di controllo da parte di un generale. È mai possibile che dette personalità non abbiano preoccupazioni maggiori del nucleo armato di Cobila? Come al solito si commentano le puerili disposizioni compatendo.
Pertanto per l’interruzione dei rifornimenti viveri si prende d’assalto la riserva di galletta.
Ore 14.30: Allarme nucleo mobile! Esercitazione! Costituito il nucleo armato di fucili e armi automatiche salgo per ordine del Comandante sul forte alto e ci appostiamo sulla terrazza del fortino ad attendere, mentre la batteria è pronta per l’offesa aerea e navale giù sotto il costone a mare.
Da questo forte, rimasto sempre disarmato e diroccato, come mi sarebbe facile mettere fuori combattimento tutto il personale della mia batteria esposto all’offesa dall’alto senza possibilità di difesa e protezione naturale o costruita!
Molti Superiori Comandi vennero a visitare le posizioni e nessuno di questi stratega comprese gli errori passati riparandoli, e né volutamente volle comprendere la necessità di esporsi al cattivo giudizio superiore nell’interesse della completa efficienza dell’opera, oltre la maggiore sicurezza per il personale militare.
L’esercitazione è terminata e ridiscendo in casermetta.
Oggi, giornata dell’arrivo dell’aereo postale bisettimanale, è trascorsa senza che il velivolo che ci unisce all’Italia sia giunto.
Siamo isolati ormai ed è con un senso di commozione che si constata.
C’è rimasta la radio ed io da essa ne cerco sollievo sperando notizie di pace.
Roma inspiegabilmente tace, mentre Londra lancia appelli su appelli, uno più clamoroso dell’altro.
Si fa tardi e mi sdraio vestito sul letto. Alle due sono di guardia.

 

11 Settembre

Dalle due sono qui in centrale sulla solita panca a pensare, riflettere e sonnecchiare al chiarore della lanterna a petrolio. Albeggia, il sole spunta facendo capolino dalle montagne di Cattaro. Il Capitano comandante la batteria giunge e mi comunica d’aver ricevuto l’ordine di distruggere tutti i segreti. Dobbiamo attendere una commissione di persone per consegnare la batteria. Chi saranno e quale sarà la sorte nostra?
Si riprende la manipolazione dei bagagli. Verso le 10 giunge un mezzo con l’ufficiale pagatore. Si distribuisce la paga al personale e si viene a conoscenza di strane notizie. Tutte le segreterie dei vari Comandi sono state distrutte con i documenti al completo! I magazzini di sussistenza e vestiario in parte aperti al personale di Marina e dati al saccheggio! Fermento, disordini, tutta la gente sulle banchine in attesa di sfollamento! E noi?…
Il mezzo con il S. Ten. Ligresti Commissario e il Sec. Capo Baldisseri si allontana ed io e il Capitano ritorniamo ancor più sconsolati nei nostri alloggiamenti. Pertanto, avendo fatto movimento il personale elettricista e fuochista per la Difesa, la nostra forza compreso il silurista è rimasta di 67 persone così distribuita: 2 ufficiali, 2 sottufficiali, 3 sergenti, 60 sottocapi e comuni tra marò, cannonieri, silurista e un solo elettricista.
La giornata passa calma e giunge la sera.
Sono le ore 21 circa. Un battello viene avvistato nel Canale di Cobila diretto al mare aperto. Si avvisa immediatamente il Comando Difesa che dà ordine di aprire il fuoco con le mitraglie. Lascio il Capitano al telefono e corro giù in batteria, faccio trasportare la mitraglia in posizione e carico. Da lungi giungono le grida del Comandante: “fate attenzione!… Boffa non sparare… aspetta!…”
L’arma è carica mentre il battello scivola nella notte sempre più lontano. Premo e tutto il caricatore parte sgranandosi con un sordo miagolio che risveglia tutta la baia. All’ultimo momento la mia coscienza ha fatto deviare la mira ed i colpi sono andati a lato. Giunge il Capitano: “Sono dei pazzi che tentano di fuggire con un battello a remi”. “Hanno disertato!”. “Allora sparo ancora!” soggiungo vivamente mentre infilo un altro caricatore.
Stavolta le pallottole traccianti vanno alte, così ho voluto io per intimorire soltanto i fuggitivi. Il mio istinto mi dice di non colpire e lascio l’arma mai più pensando che su quel battello v’erano imbarcati (come seppi poi) cinque marinai della mia ex polveriera di Petrovich fra cui la mia ex ordinanza Ferraro. Frattanto la batteria di Orza sita sulla sponda opposta ha seguito il nostro gesto e apre il fuoco sul battello. “Poveretti… si salveranno?”.
La notte è scura il battello scompare forse colpito, forse libero e in salvo. Ritorna il silenzio e gli animi eccitati si calmano. Il Comando Difesa ordina di cessare il fuoco ed avvisa che due torpediniere fra poco transiteranno dirette fuori delle Bocche autorizzato ad uscire. Con qualche parola si calma il disordine del personale, tutti in silenzio aspettano, poco dopo passano le due misteriose torpediniere nel buio della notte sotto la nostra costa e scompaiono.
Le ho seguite a lungo con lo sguardo fino a che la notte le ha inghiottite ed il mio sguardo si è fissato più a lungo su un mas, non segnalato, navigante in mezzo alle due sottili unità.
Chi ci sarà stato a bordo? Dove vanno? Mistero!
Il telefono squilla: “…tutti i comandanti di opere all’apparecchio!… parla il Comandante Capitano di Vascello Sig. Azzi della base di Teodo!…” Siamo all’interno della centrale, io e il Capitano, entrambi vicino al microfono mentre fuori la gente, che forse ha avvistato altre imbarcazioni, mormora attendendo notizie. Parla il Sig. Azzi: “La situazione che si annunzia grave nei confronti degli avvenimenti successivi all’armistizio sta per risolversi in modo insperato a seguito di accordi intervenuti coi superiori Comandi. Da domani delle commissioni militari si recheranno nelle batterie e i comandanti dovranno fare consegna delle armi in piena efficienza. Dopo qualche tempo il personale raggiungerà e si concentrerà in località già prestabilite.
A cominciare da stasera farò partire una rappresentanza di Marina Teodo con un primo contingente di personale comprendente una batteria, la 305 della Milimart, imbarcato sulle due torpediniere slave; poi in seguito … anche noi partiremo… per dove gli altri ci hanno preceduto. Raccomando ai Comandanti di Batteria di riunire subito il personale e di parlare opportunamente allo scopo di tenere calmi gli animi per modo di non compromettere l’esito degli accordi. Avete ben capito Comandante di Mercevaz… Comandante di Bianca… di Obostenigo… Forte Cuk… Zelenica… Traste… Platamone… Radisevic… Orza… Cobila?”.
Con la risposta affermativa di tutti i Comandanti e un furente cicchetto al Comandante di Radisevic un po’ recalcitrante, termina la comunicazione lasciandoci nella più profonda costernazione. Subito dopo telefona il Comandante la Difesa avvertendo che l’indomani mattina sarebbe venuta una commissione di ufficiali accompagnati da ufficiali nostri a prendere in consegna quanto già disposto con l’obbligo di adoprarsi ad istruire le truppe circa l’impiego delle armi se richiesto.
Si fa l’assemblea ed il Comandante parla all’equipaggio riferendo quanto sopra. … Mormorii di disapprovazione… Saremo fatti tutti prigionieri ed andremo a finire in uno dei tanti campi di concentramento…! Tentiamo ristabilire la calma cercando spiegare a loro che il Comandante Azzi ci ha promesso di inviarci a Cumbor, per di là partire in seguito per dove il primo scaglione ci ha preceduto. Invano, nessuno crede, gli animi si eccitano sempre più mentre manca la fede e la fiducia.
Nel frattempo, verso le 22 circa, alcuni battelli a remi ed a motore escono dallo stretto di Cumbor, attraversano il nostro canale di Cobila passando sotto la costa opposta e favoriti dall’oscurità tentano la fuga verso il mare aperto. Ciò contribuisce a rendere ancor più eccitati ed irrequieti i marinai. Temono d’essere traditi dai Comandanti che con personale dei Comandi lasciano il proprio posto per raggiungere l’Italia.
La rivolta serpeggia fra le loro file, i più scalmanati urlando al tradimento pretendono voler sparare contro i fuggitivi. Il Comando Difesa avverte di lasciar passare: “sono mezzi autorizzati!”. Il Capitano urla, sbraita, chiede la calma, impone il silenzio, minaccia con la pistola.
Io sorveglio dietro di lui con la destra sulla fondina. Alcuni marinai corrono ai fucili, sono tutti armati mentre il clamore aumenta, altri piangono, implorano con le lacrime agli occhi dilatati dal terrore e dall’incubo per il tremendo destino che ci lega su questa isolata posizione infernale.
Dalla sponda opposta la stazione lancia-siluri di Cobila spara con fucili e mitragliatori contro i battelli. Alcuni implorano: “…Siamo in cinque venite a salvarci…! Venite a prenderci… siamo marinai…! Fermatevi… vigliacchi… prendeteci… vi uccidiamo… fuoco!”.
L’urlo straziante giunge fino a noi turbandoci sopraffatto dal crepitio delle fucilate. Allora furente dall’ira troppo a lungo contenuta e dalle urla dei marinai di Cobila chiedo al Comandante di poter telefonare in Difesa. Si fa silenzio e tutti pendono dalle mie labbra.
“Pronto… gruppo… dammi la Difesa. Mari dife… il Comandante Moretti degli Adimari… Come non c’è!… dammi il Comandante Moretti subito!… Non c’è più nessuno!… Chi parla? Sei tu Zanotti? Sei rimasto solo mentre tutti gli altri se ne sono andati?… Ah, manca la luce!… ma cosa succede, che si deve fare?… Fuggire anche noi? Pronto… pronto… pronto…!”. Vigliacchi e traditori – avete sentito Capitano – ci hanno lasciato qui – ci hanno abbandonato mentre i più furbi se la squagliano… Alle armi Comandante! Dobbiamo affrontarli tutti, non se ne deve salvare uno!
“Calma Boffa… aspettiamo, vediamo gli eventi!. “No! Bisogna agire Comandante e subito prima che sia troppo tardi, gli altri se ne vanno e noi li vediamo passare tranquillamente. No, non sia mai!”. Il Capitano tentenna timoroso poi concede dicendo: “fai quello che vuoi!” e si ritira in centrale prendendosi la testa fra le mani.
“A me marinai! Ai pezzi! Granata navale, punteria diretta, alzo 20, caricate, fuoco, fuoco a volontà!”. Come un pazzo mi precipito ai pezzi.
Il pezzo 1-3-4 è quasi pronto. Al pezzo 2 non c’è nessuno. Ci vado io, un marinaio ed il Serg. Capo Prim. Tiro la funicella e con alzo zero parte il primo colpo seguito dalla salva degli altri tre pezzi. Il muretto paraschegge cade demolito dallo spostamento d’aria. La granata ha sfiorato l’orlo della piazzuola!! I colpi si succedono ai colpi bucando le tenebre che avvolgono i battelli fuggitivi con grandiose vampate. Riprende la fucileria di Cobila e radio Klinci.
Apre il fuoco Punta Ostro e l’isola di Mamola con fuoco incrociato di mitragliatrici a pallottola tracciante. Spara Orza col sordo boato dei suoi quattro pezzi da 156 mm.
Tutta la baia è in allarme, da tutti i settori si spara rabbiosamente, fratelli contro i fratelli, italiani contro italiani! Quelli fuggono per non essere prigionieri disertando, contrariamente ai voleri del superiore comando, noi e gli altri sparano per la rabbia nell’impossibilità di seguirli dovendo restare fedele alla consegna.
Ma chi è che fugge? Gente responsabile o irresponsabili?? Mistero!
L’odore della polvere si fa più intenso mentre le vampate sollevano nugoli di terra arsa dei terrapieni che penetra negli occhi impedendo l’osservazione del tiro alla cieca nella notte fonda. Il Capitano rimasto in centrale nel frattempo è riuscito ad avere la comunicazione col Comandante Moretti, prima irreperibile, il quale ordina di cessare subito il fuoco.
L’ordine urlato del Capitano giunge a me e immediatamente faccio cessare il fuoco. Mi avvicino a lui che sta cercando di calmare l’eccitazione dei marinai implorando con le lacrime agli occhi e l’aiuto nel suo difficile compito. Si invita un marinaio fra i più ribelli, Passariello, a parlare al telefono col Comando. Passariello è al telefono; parla il Tenente di Vascello Sommariva: “Marinai di Cobila, state calmi al vostro posto di dovere.
Siamo tutti con voi al nostro posto di responsabilità. Il Comandante Azzi c’è! Il Comandante Pagani pure! Io, Sommariva, vi parlo e vi dico di attenersi agli ordini del vostro Comandante”. Passariello risponde bruscamente: “Comandante qui scappano tutti, il canale è pieno di battelli!”.
Clac, il microfono ritorna al suo posto violentemente e termina l’interessante colloquio. Nel frattempo la sparatoria continua da parte degli altri reparti. La batteria da 156 ha spostato il tiro diretto ora verso la nostra costa. L’eco ed il rimbombo delle salve si ripercuote giungendo a noi sì come tuoni, e grandi vampate lacerano l’oscurità fitta della notte. Ci rifugiamo tutti in un camminamento augurandoci che il tiro non venga allungato.
Poi il fuoco rallenta, qualche colpo isolato… poi silenzio; è tornata la calma. Riprendono le discussioni, molti piangono terrorizzati per ciò che il domani ci preserverà. Noi, ufficiali e sottufficiali facciamo opera di convinzione cercando di risollevare il morale depresso dell’equipaggio ma senza riuscirci. Nascostamente provvedo, con un marinaio fidato a togliere gli steli ai pezzi onde evitare nuovi guai e mi tengo costantemente a contatto del Capitano, vegliando, dopo che qualcuno mi ha avvisato circa le cattive intenzioni di qualche esaltato.
Ci riuniamo coi sottufficiali al completo, fatta eccezione del Capo Cannoniere rimasto in casermetta, e decidiamo di mandare qualcuno a vedere se il nostro battello è ancora alla banchina. Di ciò si incarica uno dei due marinai barcaioli e si attende l’esito confabulando.
Il tempo passa e nessuno ritorna motivo per cui mi avvio io piano piano giungendo alla stazione lancio-siluri. Sono arrivato in tempo! Il Sergente Borghesi e tre marinai siluristi sono tutti affaccendati a caricare il battello di provviste: due barilotti d’acqua dolce, scatolette di carne, gallette.
Stanno per spiccare il volo! Dove vogliono andare? In Italia, forse, a remi come i pazzi che li hanno preceduti? Potevo rimanere senza battello se non mi fossi affrettato, penso, chissà… se ci sarà utile? Mi assicuro che tutto sia a posto, la barca dondola lentamente sulle acque tesando la fune che l’attracca alla banchina.
Ritorniamo indietro e riferisco al Comandante il quale impartisce ordini stabilendo un servizio di sentinella al molo. Sarà piuttosto fedele la sentinella alla consegna? Ne dubito fortemente!
Nel frattempo l’equipaggio apparentemente calmo si è diviso in diversi gruppetti capeggiati da elementi più o meno accesi e decisi a tutto osare. Notato il nostro conciliabolo sommesso e la visita al molo, è nato fra di loro il sospetto che noi, i loro capi, stiamo per prendere la fuga col battello. Ma vengo avvisato e mi accorgo d’essere sorvegliato e pedinato. Poveretti!
Il terrore dell’incerto avvenire fa nascere a loro sospetti ed idee contrarie a quelle che albergano nel mio cuore.
Resterò con loro fino alla fine, l’ho giurato perché questi sono i sentimenti miei e questo è il momento di mostrare il vero carattere di una persona.
La sorte di uno di noi dovrà essere quella di tutti ed io sarò sempre il Sig. Boffa che con loro ha vissuto e continua a vivere dove il dovere ci chiama. Non nascondo che questo loro dubbio mi addolora; non sanno, non mi conoscono ancora o meglio ancora non riconoscono più il superiore-amico.
Li comprendo e li compiango scorgendo le lacrime scendere sulle guance per l’ansia della terrorizzante attesa. Mi avvicino e parlo a loro con parole semplici incitandoli a sperare ed essere forti: “io e il Comandante siamo con voi e lo saremo, altri hanno mancato al loro dovere, noi vi seguiremo ed il nostro esempio vi spronerà oltre il dovere!”.
La mezzanotte è passata, nessuno pensa di andare a dormire. Il mare è calmo, nel canale nessuno più si avventura forse temendo la reazione di chi rabbiosamente spara per colpirli nel loro atto indegno.
Io e il Capitano saliamo lentamente in casermetta, un nuovo giorno sta per incominciare, cosa ci porterà?
L’oscurità è completa, un banco di nubi vela la luna mentre un gruppo di uomini su una lingua di terra attende l’alba sognando una dolce casetta, un focolare, visi provati dal dolore, immagini care e lontane.
Tutto tace, forse qualcuno pure guarda questo cielo pensando: “dove sarà?… che farà mai?”. Forse quello sguardo sarà diretto ad una stella più grande… perché a lei più vicina e più viva… perché più sentita; o un cuore, memore di dolci ricordi, palpiterà nell’attesa delle prime luci dell’alba per rivedere riaffermato il reciproco sentimento e gioire di nuovi bramati desideri. …
Guardando con tanta dolcezza il firmamento, si sentirà invadere di tanta gioia ed infusa di sì tanto orgoglioso vanto per la luce che la stella per lei solamente emana che non scorgerà il tremolio timoroso del piccolo e tanto lontano astro che inutilmente chiama. Di questo astro al quale il mio sguardo ora si collega e che rappresentando il mio palpito non riceve riflesso ed eco.
Ci furon notti in cui interrogavo le stelle per trarne conforto e coraggio, ora guardando più non vedo e non sono nemmeno più visto! La mia stella è rimasta in cielo ma è tanto piccola che più non desta lo sguardo di chi un giorno la cercava con tanta tenerezza, ed ora su nel cielo inutilmente luccica. E perché mai proprio in questo momento vorrei essere ricordato?
Sono passati più mesi da che qui esiliando mi trovo, sono pochi ma sufficienti per dimenticare.
Dimenticare… per chi può e gli è facile ma per chi non può e si sente solo non resta che chinare lo sguardo ed avviarsi verso la via del suo destino incerto, nascondendosi nell’oscurità, mentre tutte le stelle scintillando osservano e pare sommessamente ridano beffando.


In divisa da sottotenente 11° Reggimento Artiglieria Ippotrainata Divisione "Ravenna" Gennaio 1941I

12 Settembre

Stiamo per entrare in casermetta quando due ombre si staccano dal muro del fortino e si accostano a noi. Sono il serg. Borghese e il silurista Viola che vogliono viveri per rifugiarsi in montagna coi ribelli. Il Comandante pone un netto rifiuto e li sconsigliamo.
Chiuso il breve colloquio si va in segreteria dove il segretario Polidori è tutto indaffarato a segnare su un taccuino l’elenco degli indirizzi di tutti i suoi amori mentre da una valigia posta su un angolo del tavolo, non più ingombro di scartoffie distrutte il giorno prima, fanno mostra numerosi involti contenenti letterine di vario colore.
Nell’angolo opposto vicino al telefono sta Zucca, di servizio, intento ad ingannare il tempo con uno dei suoi interminabili chiacchierii col Capo Cannoniere che seduto su una cassa di munizioni ascolta dondolando il corpo stecchito sì come un pendolo. La camera densa di fumo di sigarette è vagamente rischiarata da una lanterna il cui lucignolo pare debba spegnersi da un momento all’altro con grande disappunto del segretario che, a mala pena, può ritrovare fra il carteggio una sperduta lettera di Fernanda mescolatasi con quelle di Carla, delle due Adrian ecc.
Ci uniamo al trio e si discute. Sono stanco, … mi capita fra le mani una piccola enciclopedia e mi metto a leggere la cronistoria della guerra mondiale 1915-1918 traendone profonde considerazioni.
Il silenzio che ci circonda è rotto dallo squillo del telefono: il Comandante della Difesa ci comunica che domattina alle sei manderà un rimorchiatore che prenderà trenta persone del nostro equipaggio per riportarlo in Difesa a Cumbor. Il restante personale deve attendere ordini.
Il Comandante compila la lista opportunamente e dà disposizioni al sergente d’ispezione.
Ricominciano i guai!
La gente viene su a reclamare. Tutti vogliono andar via ed ognuno giustifica come può questo desiderio lamentandosi, urlando e imprecando. Si alza la voce, il Comandante impone silenzio, cerca convincerli intanto le ore passano e ritorna la calma. Si attende l’alba sonnecchiando sul tavolo della segreteria.


In Istria dopo la campagna in Iugoslavia a riposo in quarantena.
Giugno 1941


A Taranto Batteria della Marina con il mio comandante e due colleghi. Primavera 1942

 

13 Settembre

Sono le sei ed è chiaro ormai, un altro giorno si apre che ci porterà?…
La vedetta avvista un mezzo che si dirige da noi. Tutto l’equipaggio che ha passato la notte seduto sui bagagli in attesa dell’alba lo scorge, tutti si affannano a caricarsi di zaini e valige non dimenticando le armi e si avviano verso la banchina. Io scendo dalla casermetta tutto intirizzito dalla brezza notturna, assonnato, stanco, con la gola arsa dal fumo delle sigarette e li fermo mentre il Comandante dall’alto chiede al personale imbarcato sul mezzo se sono venuti per prelevare noi. “Andiamo a Platamone!”. Il Comandante li lascia proseguire. Il mezzo scosta e se ne va verso Porta Orza per in verità…?
L’equipaggio che vede la salvezza sfuggire impreca contro di noi. Io che sono con loro cerco parlando per mezz’ora di convincerli a star calmi.
Pertanto è avvistato un altro mezzo che pure esso dirige verso di noi. Si dà ordine al personale di riunirsi al completo alla banchina. Tutti si precipitano in silenzio preoccupati per loro stessi ed i bagagli. Giunge il Comandante e parla: “Il mezzo inviato da Cumbor per le ore 7.00 è giunto. Si devono imbarcare 30 persone di cui è stata fatta la nota stanotte siete d’accordo?”…
“…O tutti o nessuno!” rispondono i marinai. “Ragazzi – continua il Capitano – forse con questo mezzo c’è la salvezza per trenta di voi, non rifiutate e siate più accorti!” “Debbo proprio telefonare in Difesa per dire che i trenta non vogliono imbarcarsi se non tutti o nessuno?” – “Sì, tutti o nessuno!”
Io sono vicino al Comandante al quale ho presentato la batteria per l’ultima volta, sono calmo anche se con la morte nel cuore e il pianto in gola, osservo questi marinai uno ad uno, nei ranghi di quella che fu la batteria Cobila. Sono tutti con gli occhi spalancati rivolti verso il mezzo che nel frattempo è giunto e si è accostato alla banchina. Tutti ne sono attratti mentre infuria nell’animo loro una tremenda tempesta, rimanere con noi Ufficiali e Sottufficiali o andarsene? Restare fermi al posto di dovere nell’attesa di una fine prossima o filare verso la salvezza, verso Cumbor?
Il Capitano fra un silenzio di tomba, sollecitato dal Comandante del rimorchiatore, lascia l’Assemblea per avviarsi al telefono a comunicare che nessuno vuole imbarcarsi.
Si fa strada il silurista Viola che si mette ad urlare: … “No! Voi non potete agire così, avete avuto l’ordine di far partire 30 uomini e questi debbono partire, chiedete chi vuole andare o se di questi trenta c’è qualcuno che non vuole partire, ma non rivolgetevi a tutti. Io me ne voglio andare e molti altri come me pure! Eseguite l’ordine e fatelo eseguire!”
Mi ergo io fra tanto disordine con una mano alla fondina: “Silenzio! Ascoltate”: “Avete avuto un Comandante che per la sua grande bontà e signorilità vi ha tenuto dandovi troppe libertà tanto da portarvi ad agire in un modo così pessimo che io mai riscontrai nella mia avventurosa e lunga carriera militare.
Eravate indisciplinati, scorretti e così lo siete ora che le acque si intorbidano ed è il momento di mantenersi uniti e compatti protesi verso il dovere, verso il supremo sacrificio.
Pregherò io il Comandante affinché faccia un appello dei 30 elencati nella nota, ognuno di voi chiamati dirà se vuol restare o vuol andarsene. Carte in tavola, dimostrate la vostra viltà o il vostro eroismo”. Comandante vi prego fate voi l’appello di questa "accozzaglia". Ad uno ad uno vengono chiamati i trenta elencati ed è un susseguirsi di “sì, voglio andarmene che per davvero mi stringe il cuore a tanta viltà e paura del “domani”. Sì andate via! Dimostrate al mondo quale siete nel vostro animo e tornando alle vostre case direte di essere stati eroi e dimenticherete questo pugno di uomini che è rimasto qui in balia del destino, nelle mani di Dio.
L’appello è finito, dei trenta un sottocapo, Torrente, e due marinai Variale e Luparello (credo) hanno preferito rimanere coi loro ufficiali e cedere il posto ad altri che si affannano a farsi avanti a sostituirli. Si scelgono tre persone a sostituire i volontari che rimangono, gli altri urlando si imbarcano con grande confusione: 28 marinai e due sergenti! I rimasti si riuniscono, incominciano ad imprecare e gran parte di essi si avvicinano ai partenti creando confusione oltre quella già in atto e cercando di svignarsela essi pure. Impugno la pistola, faccio fermare l’operazione di imbarco, minaccio severe sanzioni e controllo l’afflusso al mezzo con la lista alla mano. Ritorna il silenzio, i partenti abbracciano chi rimane e si riuniscono a prua per salutare ancora. Tutto è pronto. “Via!” il mezzo si scosta!
L’ultima salvezza è sfuggita per noi che rimaniamo. Se penso che il personale di bordo aveva tentato di indurre il Capitano di imbarcarci tutti e, trasgredendo agli ordini impartiti, filarsene verso l’Italia! No, mai! Serviamo ancora la causa del Re e la seguiremo fino all’estremo!
Ci sediamo sui tavoli vicino alle banchine. Io sono vicino al Comandante ed i sottufficiali formando un quadrato. Nessuno parla, ci guardiamo e ci capiamo con gli occhi. La gente mormora minaccia di buttarsi in mare e rincorrere il mezzo a nuoto, darei l’assalto, poi vistone l’impossibilità si accascia a terra vicino a noi e piange calde lacrime. Quali pensieri in quelle teste!! Quante amarezze, desideri e rimpianti!
Si segue con occhio di invidia il mezzo che piano piano si allontana, ancora si spera, il mezzo scompare per un po’ rimane sospeso nel cielo lì fermo poi più nulla. Sono le 8.00 saliamo lentamente la scarpata e torniamo su in casermetta dando frequenti sguardi là dove è scomparsa la salvezza mentre per noi sono rimaste queste ripe alle quali siamo abbarbicati come, per come e per quanto??
Che succede frattanto a bordo del mezzo?
Dopo i primi entusiasmi per il sentirsi al sicuro riaffiora e permane il pensiero di noi che siamo rimasti e con questi pensieri giungono in mezzo alla Baia di Castelnuovo quand’ecco scorgere numerose autocolonne tedesche scendere dai monti del Montenegro e da Igalo verso la nostra posizione e verso Cumbor. Altre ancora scendere dalla Croazia, da Gruda dirette pure verso la Baia.
Un senso di rabbia invade il loro animo, l’ira contenuta nei loro petti esplode d’un tratto mentre il velo si toglie ai loro occhi. Sono veramente i germanici, quella razza maledetta che stanno per giungere e noi dove andremo? Dove ci porteranno? Saremo loro prigionieri?? Il clamore aumenta, invitano il Comandante del rimorchiatore a tornare indietro a prendere i restanti 37 di Kobila e con essi al completo fuggire i tedeschi e filare verso la patria. Minacciano, corrono alle armi puntando i fucili contro il Comandante.
Questi si sbottona la giubba, si scopre il petto e dice: “Sono militare, sono sposato con quattro figli, se volete uccidetemi. Ho l’ordine di portarvi a Cumbor e là vi porto. Deciderà il Comandante Moretti del Comando Difesa!”
La gente si calma, i marinarii si fermano, il viaggio prosegue fino a Cumbor senza altri incidenti.
Alcuni giorni dopo partiranno imbarcati su un piroscafo diretti a Bari, porto dell’Italia libera (come si seppe più tardi). A noi rimasti al dovere che succede?

 

14 Settembre

I trenta se ne sono andati. Oggi è domenica, almeno così dice il calendario, ci affaccendiamo coi bagagli cercando di ridurli il più possibile colla solita frenetica frenesia, mentre non mancano i commenti sulla partenza del primo scaglione e si attende la Commissione.
Vengo a sapere che nella notte sono sparite numerose casse di munizioni cedute dai miei marinai ai ribelli che si aggirano in questi paraggi. Sono curioso di vedere chi verrà fra poco e quale Commissione di quale paese sarà quella che ci onorerà di una sua visita con scopi a noi ancora sconosciuti.
Sono le 9.00: il sergente Patronelli ci avverte che dall’alto del colle sta scendendo in batteria un gruppo di gente.
Sarà la Commissione?
Io e il Capitano andiamo a riceverli fermandosi al limitare della batteria. Siamo entrambi armati io col cinturone sulla tuta, il Capitano con la pistola nella tasca della giubba. Due ufficiali tedeschi, un capitano di aviazione italiano, un sottotenente di fanteria italiano con qualche soldato tedesco armato di pistola mitragliatrice si avanzano, scendono dalla scarpata e si avvicinano a noi.
I due tedeschi si fermano, salutano romanamente, il Capitano mio rimane fermo e non risponde, io saluto militarmente colla mano alla visiera. I due ufficiali italiani si presentano e ci presentano ai tedeschi.
“Questi sono i nostri nuovi padroni!” “Dobbiamo consegnare tutto a loro”, “fateci buon viso” ci raccomandano, “è meglio per tutti!”.
Frattanto scortati dai soldati tedeschi armati facciamo fare il giro dell’opera completa ai nuovi padroni dandoci tutte le spiegazioni che richiedono. Io mi apparto un po’ coi due ufficiali di scorta italiani e chiedo a loro cosa si deve fare e cosa faranno di noi. Non lo sanno nemmeno loro, saremo concentrati in qualche luogo e poi chissà…
Un campo di concentramento apprestato in tutta fretta forse ci attende, e là moriremo di fame e di stenti, premuti dal barbaro tallone tedesco!?… O saremo portati in Italia essendo noi in armistizio ormai?
I nostri ex alleati hanno preso possesso di tutto, hanno piazzato subito le mitragliatrici nei punti preminenti, ai posti di vedetta e si sono resi consci della situazione da quel poco che hanno potuto capire, mezzo interprete, da noi.
Quanta diffidenza fra noi e loro! È duro doverlo riconoscere ma lo si deve dire giustamente quanto indietro si sia rispetto a loro che veramente sanno condurre una guerra, mentre noi rimaniamo e rimarremo col passare dei secoli l’eterno popolo di musicanti, cantanti e scalpellini.
La guardia la faranno i tedeschi, a noi non resta che attendere.
Ci ritiriamo in casermetta a discutere, nel frattempo viene mezzogiorno e si mangia. Nelle prime ore del pomeriggio giunge il grosso del reparto tedesco. Noi ufficiali andiamo in batteria per dare delucidazioni. Trattengo a stento la rabbia che invade il mio animo non potendo saltare alla gola di uno di loro che guardinghi stanno vigilando colle armi in pugno. Parlano molto, ma sono duri di carattere e chiusi in se stessi.
Dentro di noi vive un senso di incubo e permane l’ossessione d’essere messo al muro.
Sì li odio, o meglio incomincio a odiarli veramente.
Fra noi si parla e si commenta, ci guardiamo negli occhi di tanto in tanto ed una muta incertezza vi si legge, l’incertezza del domani. Verso le 16.00 mi telefonano da Teodo. È il torinese Ferrero prima e poi l’amico Festa segretario dell’ammiraglio, rispondo in dialetto torinese per tema che qualcuno faccia finta di non sapere l’italiano e capisca, mentre sono circondato da una decina di tedeschi che sorridendo mi sorvegliano vigilandomi attentamente. Me ne infischio e ne dico di tutti i colori a loro danno, proseguendo nei fatti miei.
“Caro Festa (il caro collega di Acqui morto nel 1993), se non verranno a salvarci noi siamo perduti, i tedeschi non vogliono mollarci!”
La giornata sta per finire. Si cena.
Per la prima volta, dopo tanti e tanti mesi non facciamo guardia. La fanno i tedeschi che hanno piazzato sentinelle in ogni piazzuola e in centrale potentemente armati non solo ma che hanno circondato pure la casermetta per evitare una eventuale nostra sortita. Vigilano noi nell’interno e dall’esterno, vigilano fuori contro gli estranei.

15 Settembre

Siamo in segreteria.
Con me c’è il Capitano Comandante, Polidori, il segretario, il 2° Capo Prin ed i telefonisti Zucca, Monti e Lambertini. Tutti settentrionali tranne il Comandante. Anzi sono fiero di scrivere che i settentrionali appartenenti alla Batteria di Kobila sono rimasti nella percentuale del 28 su 30 in Batteria al loro posto di dovere.
Come dicevo poc’anzi, sono in segreteria, il morale è basso assai, lo si scorge negli occhi di tutti. Il Comandante poi è addirittura accasciato.
Propongo di fare una partita a carte in quattro, accettano e al chiarore di una lampada di 50 candele ci accingiamo a passare un’oretta allegra. Più niente economia di luce come nel passato. Ci diamo allo spreco. Io sono in coppia con Polidori, Capo Prin col Comandante. Li battiamo su tutta la linea mentre la sentinella passeggia fuori vicino alla finestra. I passi cessano quando noi ci mettiamo a parlare per riprendere subito appena si fa silenzio. Ci spia! L’alleato ascolta e vigila col mitra al fianco.
La mezzanotte è scoccata! La notte è buia, qualche stella su nel cielo luccica e ci sorride come nei giorni passati. Lassù nulla è mutato, qui gli uomini ora si vigilano l’un l’altro pronti a scagliarsi reciprocamente nel baratro sanguinoso della lotta a oltranza. Il segnale si attende con gli ordini, intanto il telefono tace, il telefonista sonnecchia, il silenzio della notte addormenta lo spirito invitando al riposo.
Si sospende di giocare poiché il Comandante malgrado le nostre frasi scherzose nuovamente si accascia. “Boffa – mi dice – staremo assieme nel campo di concentramento?” “Sì – rispondo – non dubitate ci faremo buona compagnia!” Si va a letto stanchi!
Sono le ore 0:30. Mentre mi tolgo le scarpe sento squillare il telefono nella camera appresso del Comandante. “Cosa dite?… Tenersi pronti per il tiro! Chi siete? Un Maggiore italiano della divisione? Ma noi riceviamo ordini dal Comando Marina e non dall’Esercito e poi abbiamo i tedeschi in casa!? Ci mancano carte e tabelle di tiro distrutte ieri l’altro per ordine del Comando!”
“Prepararsi lo stesso! Punteremo alla garibaldina ma contro chi? Ribelli? Contro il forte spagnolo? Ma siamo o non siamo in armistizio? Va bene!!” “Sì spareremo dopo gli altri come potremo!!!”
Il Capitano mi chiama, so di che si tratta, vado da lui. Avvertiamo l’interprete tedesco il quale sveglia i tedeschi e circondati da loro scendiamo in batteria. Come siamo ridotti!! Radunati i marinai, sotto la sorveglianza dei germanici prepariamo tutto per il tiro a occhio e restiamo in attesa di ordini telefonici. Che succederà ora? Noi coi guardiano spareremo contro i ribelli mentre gli aguzzini arbitreranno??
Un’ora è già passata e nulla ancora è successo, il Comandante considerato che tutto procede nella calma più completa, decide di tralasciare questa attesa inutile e ritorniamo su in casermetta per rimetterci a letto, questa volta decisi a rimanerci a qualunque costo.
Mi sveglio verso le 10 del mattino, indosso la solita tuta con cinturone e pistola e fuori a prendere il sole. Trovo delle novità. I tedeschi se ne stanno andando verso Porta Ostro, sono giunti altri rinforzi provenienti dalla Bulgaria.
È un contingente di alpini, un centinaio circa. Un ufficiale si presenta parlando in francese. Faccio io da interprete al Comandante e trasmetto a lui il volere del nazista. “Una camera da letto con accessori!” Lo accompagnamo nella stanza di Capo Prin e poi riscendiamo abbasso a vedere che succede. Un grande trambusto! Tedeschi fanti e alpini che passano nel corridoio su e giù per riempire la borraccia, si cerca di capirli ma inutilmente ci sforziamo aiutandoci con gesti.
Viene mezzogiorno e si mangia.
Nel pomeriggio constatiamo che anche questo nuovo reparto se ne sta andando. Anzi il proprio ufficiale che, in francese aveva chiesto una stanza, dimostrando chiaramente di preoccuparsi più di se stesso che di tutto il resto, è stato il primo ad andarsene seguito da tutte le suppellettili della camera trasportate via, da buon tedesco, su al forte. Saliamo infatti su da Capo Prin e lo troviamo a dormire per terra in mancanza di letto ed altre suppellettili. Pare sia sparita pure una valigia; mi conforto al pensare che poi in fondo questi sono quelli che dicono aver avuto da Dio l’incarico di portare la civiltà al mondo liberando i popoli dalla schiavitù e dai ceppi.
Mi preoccupo di chiudere a chiave la camera mia, nessun allarme! Misure prudenziali unicamente!
Giù nel cortile continua il baccano. Un altro reparto sta giungendo che a quanto pare resterà qui mentre gli altri procedono la marcia su al forte e oltre. Sono vestiti in cachi, sono dell’artiglieria contraerea “Flack” comandanti da un solo ufficiale, un sottotenente alto da non finire mai e grosso pure. C’è pure un gran cane lupo nero come la notte che poco mi garba.
Sembra sia stato allevato proprio per mettercelo tra i piedi. Fortunatamente è tenuto al guinzaglio da un tedesco che credo sia l’ordinanza dell’Ufficiale.
Questo reparto, un nucleo di circa 50 uomini fa parte di un contingente di 1200 uomini giunti giorni fa a Teodo imbarcati su una nave italiana e precisamente l’8 mattino. Giunta la notizia dell’armistizio la nave fu fermata in rada e sorvegliata da due torpediniere italiane. Il 9 settembre ordinarono ai tedeschi di abbandonare le armi e scendere a terra. Questo opposero un netto rifiuto piazzando i cannoni sulla tolda del piroscafo. Gli italiani risposero armando i pezzi delle due unità sottili di vigilanza continuando a guardarsi in cagnesco. Il giorno dopo in virtù di accordi presi fra i Comandi, accordi il cui tenore è e rimane tuttora un mistero, i tedeschi sbarcarono con tutte le loro armi costruite in Germania per combattere gli anglo-russi americani e non per cederli agli italiani, come dissero ai parlamentari nostri saliti a bordo per discutere la resa tedesca.
Naturalmente i nazisti se ne andarono per i fatti loro anzi pensarono di inviare un reparto a Cobila, dove mi trovavo io, in rinforzo alle truppe alpine giunte dalla Bulgaria per prendere possesso dell’ingresso delle Bocche.
Sono con il Capitano in batteria, ho conosciuto il sottotenente tedesco e si discorre in francese cercando di fare a lui comprendere il funzionamento dei nostri pezzi e centrale come da ordini ricevuti.
Dalle parole e dai gesti si comprende come siano per loro, armati modernamente, vecchi ed oltrepassati i nostri mezzi. Noi spieghiamo a loro che eravamo poveri e con niente. Hanno voluto che facessimo la guerra in queste condizioni ed abbiamo perso.
Intanto vengono le ore 17.00. Giunge un capitano tedesco accompagnato da un “centurione” della ex milizia italiana. Trova tutto in ordine e si compiace. È il Comandante di gruppo! Ci chiediamo se, ora che abbiamo passato le consegne, possiamo rientrare al comando italiano.
“No!” risponde il tedesco, ancora qualche giorno dobbiamo rimanere per aiutare i “camerati ad impratichirsi del vostro materiale”. In parole povere siamo ostaggi prigionieri fino a quando piacerà a loro.
Giunge un marinaio della Finanza italiano a bordo di una barca a remi proveniente da Castelnuovo. Ha gli occhi sbarrati da una paura folle, balbetta qualche parola come un balbuziente senza farsi capire. È stato mandato dal Comandante di un peschereccio attraccato a Castelnuovo che vuole fuggire verso l’Italia. Consapevole della presenza dei tedeschi a Cobila, vogliono un lasciapassare da loro per recarsi a Trieste.
Il vecchio capitano tedesco sorride ironicamente e ritorna il biglietto scritto in tedesco al marinaio dicendo: “Non essere possibile, fra qualche giorno navigazione libera ora… chi passare… colpire con cannoni…!”.
Il finanziere cerca aiuto con gli occhi imploranti a me e al mio Comandante. Cosa possiamo farci noi!?
Abbattuto e brancolante ritorna alla banchina, riprende i remi per dove è venuto con l’amarezza nel cuore e l’incubo della terrificante prigionia.
Il Centurione italiano ci saluta e se ne va col collega tedesco lasciandoci nel più tetro abbandono.
Vigliacco anche lui! Sapeva il San Sepolcrista che all’indomani sarebbe successo il conflitto sanguinoso e noi già eravamo nelle mani nemiche esposti alle barbare rappresaglie! Nulla ignorava tanto che la sera stessa a bordo di un mezzo veloce fuggiva dalle Bocche per rientrare in patria, nella patria occupata dal nazifascismo per farsi sotto la loro bandiera!! Manca poco alle 18 quand’ecco che mi sento chiamare in buon piemontese da un tedesco barbuto dagli occhi nascosti da un elmetto giallo.
Ciò desta in me non poca meraviglia. Mi avvicino a lui e mi racconta di essere un ex carabiniere italiano che faceva parte di un battaglione ammutinatosi alcuni giorni fa e passato parte ai ribelli, parte ai tedeschi. Lui e un altro di Parma, che subito si avvicina a noi hanno vestito la divisa germanica cambiando bandiera.
Discorro un po’ parlando il caro idioma paesano ancora una volta, poi ci ritiriamo col Capitano su in casermetta nei nostri alloggi.
Verso le 19 sale il sottotenente tedesco viene da noi e riprendiamo la conversazione in francese affabilmente. Lo invitiamo a cena con noi, accetta dimostrandosi gentile e cortese. Strano per essere un tedesco!
Si affanna a dimostrarci che per la Germania la guerra è una necessità di vita. Non manchiamo di dargli ragione, per quel che costa!
Si esce a far due passi nel cortile mentre in segreteria Polidori e compagni urlano, cantano e fanno un fracasso indiavolato bevendo numerose bottiglie di vermouth fatte comperare dal Capo Dorni il mattino, coi soldi della gamella. Cercano di distrarsi poveretti da mille pensieri, io ogni tanto vado a trovarli e suono un po’ la chitarra poi li lascio per riprendere la conversazione in francese col “camerata”. I ragazzi vorrebbero ch’io mi fermassi con loro ma: “non posso, ragazzi – dico io – è meglio che cerchi di imbonire il tedesco chissà che non ci venga d’aiuto in seguito…!” Parole sante… i fatti che seguiranno lo dimostreranno luminosamente.
Sono ormai le ore 22. Si va a letto. Ci stringiamo le mani tutti e tre e a nanna, ciascuno nella sua camera. Nella casermetta vige un silenzio assoluto. Tedeschi ed italiani dormono colle armi in pugno; fuori e sul tetto le sentinelle naziste vigilano.


16 Settembre

Lo passiamo assieme ai tedeschi in discreta armonia.
Dal Comando nessuna notizia e alla sera invitiamo dopo cena l’ufficiale a prendere il caffè-surrogato con noi. Il colloquio scorre all’apparenza cordiale seppure con tutte le difficoltà derivanti da un ufficiale tedesco che non capisce nulla di italiano ma parla bene il francese e due ufficiali italiani di cui uno, il sottoscritto, che parla un francese maccheronico e l’altro solo l’italiano con uno spiccato accento napoletano.

17 Settembre

La giornata passa come la precedente senza nulla da segnalare oltre alla continua incertezza del domani, e non è poco, e la sensazionale notizia sentita alla Radio nel Comunicato delle otto di sera dell’affondamento della nostra corazzata Roma per opera di bombardieri tedeschi.
Immaginate il nostro imbarazzo con l’ufficiale tedesco seduto con noi ed io che mi sforzo a sminuire l’avvenimento col mio linguaggio malgrado mi renda perfettamente conto che anche i reparti tedeschi hanno le loro informazioni e certo non a nostro favore.

La Corazzata "Roma" orgoglio e vanto della nostra Marina Militare, viene abbattuta il 9 settembre mentre viaggiava in formazione con altre navi al largo della Corsica da un nuovo tipo di Bomba la FX 1400 in dotazione ai cacciabombardieri Junkers, che oltre a contenere una tonnellata e mezzo di esplosivo, era radioguidata e con propulsione a razzo.

Corazzata Roma

Aereo Junker

Bomba FX 1400

L'esplosione della Corazzata Roma

18 Settembre

Alle sette del mattino ci sveglia il rombo del cannone e tutti italiani e tedeschi ci precipitiamo fuori nel cortile dietro la casermetta al riparo.
Tutte le nostre batterie della Baia sparano contro le nostre postazioni, cannoni, casermette dei marinai, stazione lanciasiluri, fortino. È un inferno e noi per ordine dei tedeschi ci ricoveriamo dentro il forte e restiamo tutti seduti a terra lungo il corridoio cercando di evitare di trovarci in corrispondenza delle porte delle camere.
Per prudenza abbiamo chiuso tutte le antine di ferro delle finestre come se ciò bastasse ad impedire alle granate di entrare e attendiamo gli eventi mentre quasi tutti i tedeschi sono corsi in batteria a rispondere al fuoco.
Un colpo di cannone prende in pieno l’ultimo locale in fondo al corridoio e distrugge mezza cucina riempiendoci di polvere e calcinacci. I marinai gridano, si affannano, qualcuno piange cercando di resistere e nel frattempo arriva l’ufficiale tedesco e mi chiede chi sono quelli che ci sparano.
Rispondo di non essere informato sulla situazione e porto il tenente in segreteria dove gli mostro il telefono che tace perché evidentemente staccato il contatto col comando o per essere la linea interrotta.
Esce furibondo e con una trentina dei suoi armati fino ai denti si avvia verso Castelnuovo.
Nessuno pensa a mangiare e viene sera.
L’ufficiale ritorna urla, come si vede fare i tedeschi nei film, mi dà del coniglio, del traditore, mi pare capire, perché negli scontri che ha avuto, perdendo degli uomini, ha trovato cadaveri di militari italiani.
Continuo a ripetere che io non ne so niente, sono rimasto isolato senza ordini e che forse le batterie che sparano sono in mano ai ribelli slavi. Mi obbliga a riunire la truppa e ci disarma tutti.
Il mio Capitano gli consegna la pistola mentre io preferisco mandargliela a mezzo dell’ordinanza.
Siamo di nuovo riuniti nel fortino con sentinelle tedesche all’esterno e nell’ingresso del corridoio del piano terreno.
Viene notte, i combattimenti cessano e noi ci mettiamo a mangiare qualcosa discutendo animatamente sulla situazione. Io poi incomincio a preoccuparmi perché in valigia tengo la pistola di mio padre, ma della prima guerra mondiale e non so come disfarmene non avendola consegnata assieme a quella d’ordinanza. La metto in tasca e mi avvio verso le due sentinelle in fondo al corridoio chiedendo a gesti di poter andare al cesso. Smonto la pistola e la butto nel buco.
Si va a dormire vestiti in attesa del domani.

Continua

19 Settembre

È giorno e tutto tace finché arriva il sottufficiale tedesco a dirci, a gesti, che essendo morto l’ufficiale in uno scontro la sera prima ed essendo ormai distrutta sia la nostra batteria che le loro artiglierie mobili sono costretti ad arrendersi. Restiamo così stupiti da non riuscire a dir parola anche perché non possiamo dialogare, andiamo giù in batteria e troviamo tutto distrutto.
Raduno i miei ventotto disperati e con il comandante li convinciamo a non fare scene isteriche e stare calmi.
I tedeschi si radunano nel cortile dietro il fortino e mettono tutti gli zaini a terra bene allineati. Ad un mio cenno accatastano le armi in un angolo e restiamo tutti tranquilli in attesa che qualcuno, poveri illusi, venga a prenderci per portarci in Italia.
Nel frattempo faccio portare delle bottiglie di “vermouth” che beviamo tutti assieme scambiandoci “pacche” sulle spalle con grande effusione: Pace camerati, tutti a casa e cose di quel genere!
Arrivano le prime ore del pomeriggio e mentre attendiamo qualcuno che venga da noi, italiano o ribelle slavo partigiano e per questi ho pronta la mia ordinanza che parla un po’ la loro lingua, andiamo a controllare di tanto in tanto il telefono in segreteria che continua ad essere muto. Ad un certo punto si sente un rombo infernale di aerei, è una squadriglia di bombardieri Stukas che ci passano sopra la testa e vanno a bombardare il nostro Comando a Teodo dove c’è il mio amico Franco Festa.
I tedeschi galvanizzati si rialzano da terra, il sottufficiale mi fa capire che vuole riprendere le armi ed io gliele mostro ancora lì accatastate e loro si riarmano, si infilano gli zaini e si avviano su velocemente versoi forti alti sopra il fortino. Il sottufficiale sempre a gesti mi chiede se voglio seguirlo ma io rispondo che per noi è in vigore l’armistizio e che tutto è finito.
L’accompagno per un tratto sull’erta che va su ai forti, lui è l’ultimo della colonna, si ferma mi dà la mano, mi saluta e se ne va a raggiungere i suoi uomini.
Chissà che fine farà?
Ridiscendo, siamo ormai soli e riprendiamo in considerazione la proposta di andarcene al più presto senza attendere più nessuno, ma come? Riempiamo nuovamente le valigie, le sacche e discutendone animatamente scrutiamo ogni tanto la baia per vedere se c’è qualche natante in movimento, l’unica nostra speranza.
Verso le 18,30 noto a circa 4-5 miglia un peschereccio sotto la costa di Petrovic, dove mesi prima facevo servizio come comandante della guardia di sorveglianza della polveriera, e subito ci rendiamo conto che è in attesa del buio per scivolar via lungo il canale ed andarsene. Facciamo l’adunata e, convinti che spontaneamente non sarebbero venuti a prelevarci, chiedo due volontari da inviare con la nostra barchetta, ancora ormeggiata giù al molo, per indurli con le buone o con le cattive a passare da noi a prenderci.
Partono fra grida di evviva un sottocapo siciliano ed un marò e noi trasportiamo i bagagli al molo. Viene buio e passata un’oretta, dalla sommità di una torretta che abbiamo sul molo vedo la sagoma di un rimorchiatore che si avvicina seguito da un altro. Arriva però prima la nostra barca con i due volontari che mi riferiscono di averli convinti con la minaccia di una pistola di passare il canale dalla nostra sponda e prenderci altrimenti un ufficiale un po’ pazzoide, che sarei io, li avrebbe affondati con l’unico cannone ancora efficiente.
Il primo rimorchiatore si avvicina ed io dalla torretta grido a loro di accostare minacciandoli con la mitragliera. Sale subito il nostro Comandante seguito da tre sottufficiali e ventidue marinai con i loro bagagli e poi mentre il rimorchiatore arretra per lasciare il posto al secondo nella manovra i due mezzi di scontrano. Buttata a mare la mitraglia, scendo la scaletta e mi avvicino al molo e con il mio segretario milanese Polidori cerchiamo i nostri bagagli fra il mucchio di roba che molti nella confusione hanno abbandonato.
Per il buio incombente non riusciamo più a trovarli ed io resto con soltanto un paio di scarponi in mano e lascio a terra anche quelli. Mi guardo attorno, il primo rimorchiatore si sta allontanando piano piano ed il secondo manovra per seguirlo. Capisco in un baleno che la situazione è critica ed è ora di pensare a noi se vogliamo salvarci, chiamo a raccolta i superstiti, si avvicinano Polidori e quattro marinai assieme ad altri due che riconosco essere quei due ex carabinieri, diventati tedeschi della Flac ed ora travestiti da marinai italiani.
In tre con Polidori in testa ci buttiamo letteralmente sulla barchetta come sacchi di patate mentre gli altri che sanno nuotare si gettano in mare. Tutti ci dirigiamo verso il rimorchiatore poco lontano ed ancora fermo, appena in tempo per abbordarlo come corsari salendo lungo il cordame aiutandoci l’uno con l’altro.
Mi trovo così a bordo vestito di una sola tuta con in testa il cappello a visiera, il portafoglio nel taschino e basta! Il comandante del peschereccio completata la manovra parte ed io fra il buio che ci circonda mi chiedo se siamo tutti in salvo.
E no! Quando ci troviamo ormai in mezzo al canale sentiamo delle urla provenienti dalla riva ma il nostro battello non si ferma, il comandante non vuole sentire ragioni e se ne va malgrado le nostre imprecazioni. Più tardi saprò che cinque marinai sono rimasti a terra, fra cui uno dei due volontari andati in cerca di soccorso, il sottocapo, e la mia ordinanza che si erano attardati a fare i bagagli giù in batteria.
È notte, ci stendiamo in coperta con il cuore in mano, del primo rimorchiatore più nessuna traccia.
Si naviga sottocosta e usciti dalle Bocche ci dirigiamo prima a Nord per evitare i campi minati. So benissimo di essere sotto il tiro di alcune batterie comandate dai miei colleghi, ma adesso in mano di chi saranno? Se di ribelli o tedeschi quelli ci affondano sicuramente, se di italiani ci sparano anche loro per la rabbia non poter seguirci.
Siamo in un bel dilemma e per di più io non so nuotare! Il tempo passa fin troppo lentamente, sul mezzo siamo una quarantina compreso noi che siamo in sei, vedo anche dei bagagli e delle donne, forse mogli di ufficiali. La navigazione continua ed io moralmente distrutto e stanco di tante emozioni resto sdraiato in coperta consapevole che a nulla serve scendere di sotto a trovare rifugio, supposto che ci sia posto.
Ad un certo punto si cambia rotta, ora si va a Sud e comincia la vera attraversata dell’Adriatico.
Per ora è andata bene, speriamo non ci scorgano domattina gli aerei.


Sul peschereccio al largo di Kobila (Bocche di Cattaro) dopo la fuga dai tedeschi. Settembre 1943.
Continua

 

20 Settembre

È notte ancora, nessuno dorme e navighiamo in mezzo al mare piatto come una tavola, da qualche minuto le macchine del rimorchiatore sono ferme, chiedo in giro e mi dicono che c’è un guasto ai motori e di sotto stanno cercando di ripararlo. Noi attendiamo impazienti scrutando continuamente il cielo.
Ad un certo punto scorgiamo un motoscafo che fa dei segnali, i nostri motori riprendono a girare e riprendiamo la navigazione avvicinandoci a questo battellino curiosi di conoscere questi naufraghi.
Ora si è levato il sole, la giornata si preannuncia bella ma noi andiamo avanti incerti quasi zigzagando, mi informo e mi dicono che la bussola non funziona più e si cerca la costa pugliese.
Ci mancava anche questo!
Un marinaio viene fatto salire sull’albero a scrutare meglio l’orizzonte e quando sono circa le undici sentiamo il novello discepolo di Cristoforo Colombo urlare: “Terra, terra!”
Ci siamo, si avanza piano piano verso la costa italiana sempre più vicina finché ci fermiamo a qualche centinaio di metri per paura dei campi minati tanto decantati dalla propaganda fascista.
I nostri uomini avrebbero dovuto trovare la loro fine lungo la bastigia!
Arrivano alcune barche di pescatori che ci avvertono che siamo a Santo Spirito a nord di Bari e di proseguire tranquilli perché non ci sono mine. Tocchiamo terra finalmente e sbarchiamo salutati e abbracciati da tutti quelli che incontriamo. Nessuno di loro ha visto il primo peschereccio partito prima di noi con i ventisei uomini della batteria mentre con me ci sono soltanto cinque marinai compreso Polidori.
Il comandante, felice e lo credo, distribuisce sigarette e quelli di S. Spirito uva a grappoli!
Qui circola la voce che ci sono ancora del tedeschi in ritirata che si portano dietro gli ufficiali italiani il che mi lascia un po’ perplesso. Butto subito a mare il cappello a visiera e così rimasto con la sola tuta non sono più riconoscibile.
Viene a trovarci il Sindaco che ci porta a casa sua dove ci puliamo dopo circa dieci giorni, però la situazione è tragica dal punto di vista dell’equipaggiamento, mi trovo con le sole mutandine, calze, canottiera e tuta e basta, le scarpe sono tutte rotte.
Mi portano in negozio dove compero un paio di scarpe nuove da borghese, marrone scuro, che in seguito risulteranno strette tanto da rovinarmi i calcagni in modo atroce!
Il Sindaco organizza una cena utilizzando i bollini per l’acquisto della pasta prelevati per noi in Comune e mi trovo ad essere il più alto in grado con i miei cinque superstiti ed altri due sottufficiali di cui uno molto anziano e cinque o sei marinai che non conosco incontrati nel rimorchiatore.
Di tutti gli altri non ne ebbi più notizia, sia del primo gruppo di trenta uomini prelevati dal Comando quando ancora eravamo in batteria, sia del gruppo di ventisei imbarcatosi col primo rimorchiatore, salvo il nostro capitano rivisto al Comando di Taranto una sola volta quando si trattò di consegnargli il mio rapporto scritto sentendomi proporre per una ricompensa militare mai concessami.
Intanto giunge notizia che da Radio Monaco il Duce ha annunciato la sua liberazione dalle prigioni Badogliane da parte dei tedeschi e la costituzione della Repubblica Sociale Italiana per poter continuare la guerra con i tedeschi. Facciamo subito l’assemblea in casa del Sindaco ed io rivolgo ai presenti il seguente appello: “Chi vuole andare al Nord con i tedeschi e fascisti o pensa di farcela malgrado le difficoltà a rientrare a casa se ne vada pure. Chi vuole restare nel Sud con i Badogliani come me e attendere la liberazione finale prima di salire al Nord si trovi domattina al molo. Chi è del posto o vicino faccia come vuole. Ed ora tutti a dormire che ne abbiamo bisogno!”
Finalmente un letto, sotto le coperte, che gioia!

21 Settembre

Stamattina al molo siamo poco più della metà dei presenti all’assemblea di ieri sera.
Chi della zona o province vicine libere ha preferito con mezzi di fortuna cercare di arrivare a casa, chi invece del Nord ha tentato la fortuna di un ritorno avventuroso o per fede fascista ha voluto risalire la penisola, chi come me ha scelto il mezzogiorno anche se non meridionale.
Arriva un rimorchiatore a prelevarci e portarci al Comando Marina di Bari lontano una mezz’ora di navigazione.
Sentita la nostra storia ci viene chiesto dove vogliamo andare ed io scelgo la base di Taranto nella mia vecchia batteria da dove ero partito all’inizio dell’estate del 1942. Alla stazione di Bari prendo il primo treno in partenza per Taranto, ma si deve fare un giro più lungo passando da Brindisi perché ci sono ancora truppe tedesche in ritirata lungo la linea Bari-Gioia del Colle.
Dalla stazione di Taranto un po’ col tram e un po’ a piedi piano piano attraverso la città vecchia, quella nuova fino in periferia fuori città in mezzo ai campi dove rivedo la mia vecchia batteria che quasi più non riconosco perché nascosta da quegli alberi che avevo lasciato piccoli.
All’ingresso noto subito che hanno tolto i due fasci del Littorio che erano stati messi ai due pilastri reggenti il cancello, cerco di entrare emozionantissimo ma la sentinella mi ferma, arriva il capoposto e poi finalmente il mio vecchio comandante, ora diventato capitano, Grasso che mi abbraccia commosso e con lui gli altri ufficiali e gli uomini che c’erano nel 1941/42.
L’avventura del settembre 1943 è finita, ma dovranno passare ancora ben ventuno mesi prima di far ritorno a casa!
Nel 1944 una mattina mentre mi trovavo a Maridepo che è il Deposito Marina come lo è il Distretto per l’Esercito, ebbi l’occasione di incontrare uno dei cinque marinai rimasti quella famosa sera del 19 settembre a Cobila. Mi racconta che dopo la nostra partenza furono presi prigionieri dai tedeschi e trattenuti nei comandi di quelle zone finché, dopo il loro sgombero della Jugoslavia, riuscirono a liberarsi e rientrare in Italia con gli alleati.
Questa storia è stata da me scritta in più riprese su degli appunti presi subito dopo essere arrivato a Taranto.
Le vicissitudini dall’8 al 13 settembre le ho scritte in batteria durante l’autunno del 1943, su dei fogli della Regia Marina presi in segreteria, dove nel frattempo era giunto su mio interessamento il milanese Polidori già mio segretario a Cobila, l’unico superstite per me, compagno all’abbordaggio del famoso rimorchiatore!
Del restante periodo conservai sempre gli appunti rinviandone la conclusione finché persi tutto durante il trasloco da Torino a Moncalieri, per poi ritrovarli circa quarant’anni dopo.
Il proseguimento del racconto fino alla Batteria n. 1 di Taranto venne completato nell’Autunno del 1981!

Continua

Epilogo

A distanza di altri sette anni ho rpreso in mano le mie memorie, le ho rilette e corrette ricopiando, cercando di scrivere meglio l'ultimo periodo.
Dopo essermi fatto pure un album fotografico con tutte le foto scattate durante i cinque anni e mezzo di servizio militare, ho pensato di coredare questo memoriale raccontando quel che successe in Italia l'8 settembre 1943, mentre io lontano dalla patria ero all'oscuro di tutto.
Questo anche perchè sono passati quarantacinque anni da quei tragici giorni e già pochi ora li ricordano, figuriamoci quando i miei figli, se avranno la compiacenza di conservara questi scritti, li leggeranno ai loro figli e nipoti ! Illusione, ma io sarò cenere e non mi interesserà più ul bel nulla laddove mi troverò.

Con la caduta del fascismo del 25 luglio 1943 era stato nominato Capo del Governo il maresciallo Badoglio in sostituzione del Duce Benito Mussolini, arrestato per motivi di ordine pubblico dal Re Vittorio Emanuele III.
Queste notizie le avevamo subito sapute a Cobila, ma ci fecero poco effetto tanto più che la guerra continuava a fianco dei tedeschi ed i Bollettini di guerra, letti alla Radio ogni sera alle otto, si succedevano giorno dopo giorno.
Solo gli appartamenti della milizia fascista avevno sostituito la camicia nera e i fasci al bavero con le stellette, elementi chnon c'erano fra noi. Quel che invece non sapevamo era che il Duce era atato tenuto prigioniero prima nell'isola di Ponza, poi alla Maddalena e infine a Campo Imperatore sul Gran Sasso dove lo sicredeva più sicuro.
Intanto gli anglo-americani, conquistata la Sicilia, erano sbarcati in Calabria il 3 settembre e piano piano stavano risalendo la nostra penisola. La Radio dava notizie di ritirate strategiche.
In gran segreto, dopo lunghe trattative, nel pomeriggio dello stesso 3 settembre venne firmato in Sicilia il cosiddetto "Corto armistizio" da parte del nostro rappresentante, il generale Castellano, armistizio che venne impropriamente chiamato anche Armistizio di Cassibile ma in verità la loclità dove venne firmato fu l'oliveto delle Vignazza della fattoria Grande, in contrada Santa Teresa Longarini, in provincia di Siracusa.
Il mondo intero fu a conoscenza del nostro armistizio con gli anglo-americani col giornale radio, allora Bollettino di Guerra alle otto di sera, e precisamente quel giorno 8 settembre alle 19,42 quando già Radio Algeri ne aveva dato notizia qualche ora prima.
"Fu il maresciallo Badoglio ad annunciare che la nostra richiesta di armistizio era stata accolta, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane doveva cessare, ma che però avemmo dovuto reagire ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza" e proprio qui stava il nocciolo della questione! L'Italia si trovava divisa in due, si continuò al Nord a subire tutte le conseguenze della guerra fino almaggio 1945, a volte fratelli contro fratelli, ma è inutile andare nei particolari quando ne parlano già tutti i libri di Storia.
Noi considerate truppe d'oltremare continuavamo a stare vigilanti, seppure con le idee confuse.
In Italia gli avvenimenti incalzano, il Re con la Regina Elena, il principe ereditario Umberto, il maresciallo Badoglio ed autorità con seguito, alle quattro del mattino del 9 settembre erano usciti in auto da Roma lungo la Tiburtina diretti a Pescara per il successivo caotico imbarco notturno sulla corvetta Baionetta ad Ortona con destinazione Brindisi con la scorta di un incrociatore.
La prima destinazione avrebbe dovuto essere Bari ma durante la navigazione la stazione radio della Baionetta captò un messaggio in cui si annunciava che il porto di Bari era ancora in mano tedesca e si preferì proseguire per Brindisi che si sapeva essere sicuramente libera.
In verità il generale Bellomo alla testa di un gruppo di armati aveva attaccato e costretto alla resa i tedeschi installatisi al porto, ma in quei giorni le comunicazioni erano difficili e non sempre tempestive.
Noi a Cobila ne fummo informati soltanto alla sera dell’11 settembre con un breve bollettino con il quale il Re annunciava aver autorizzato l’armistizio e di essersi trasferito con il Governo nel Sud per poter continuare ad assolvere i suoi doveri sovrani.
Intanto in patria ovunque i reparti dell’Esercito si sbandavano su al Nord, i più fortunati in abiti borghesi cercavano ogni mezzo per tornare a casa, mentre molti altri, stivati in tradotte cariche oltre ogni limite di tolleranza umana, venivano avviati verso i “lager” in Germania. Per Nord intendo, in quel tempo, tutti i territori al di là della linea all’incirca Salerno-Foggia.
Più fortuna ebbe la nostra flotta che il mattino del 9 settembre partì da La Spezia diretta verso la costa africana giungendo il giorno dopo a Malta, base della flotta anglo-americana, con la perdita però della supercorazzata Roma di 47.000 tonnellate, colpita da una bomba perforante radiocomandata lanciata da bombardieri tedeschi al lardo della Sardegna.
Perdettero la vita ben 1352 uomini dei 1948 componenti l’equipaggio, fra cui il comandante della Squadra ammiraglio Bergamini con tutto il suo Stato Maggiore che al momento dell’esplosione si trovava nel torrione di comando.
Altre formazioni navali provenienti da Taranto, Pola ed altrove, seppure attraverso molte difficoltà, trovarono rifugio a Malta.
Venni a conoscenza dell’affondamento della Roma col bollettino radio delle 8 di sera del 15 settembre mentre mi trovavo nella cucina del Forte di Cobila a prendere il caffè con il tenente tedesco. Immaginatevi il nostro stato d’animo nel sentire questa notizia in una atmosfera non ben definita, eravamo ancora alleati e amici o loro prigionieri?
E poi, come già ebbi a dire, eravamo proprio un bel terzetto composto da un ufficiale tedesco che non capiva una parola di italiano e noi due che non capivamo il tedesco salvo il sottoscritto qualche parola di francese!
La liberazione del Duce da Campo Imperatore per opera di un reparto tedesco di paracadutisti, veleggiati da alianti al comando del capitano Skorzeny, giunse alle nostre povere orecchie, malgrado fosse avvenuta il pomeriggio del 12 settembre, soltanto dopo quasi una settimana e precisamente la sera del 20 quando già eravamo a Santo Spirito di Bari.
Il Duce da Radio Monaco, annunciando la sua liberazione, comunicò altresì la costituzione della cosiddetta Repubblica Sociale Italiana con capitale Salò sul Garda.
Per me ormai a Taranto, i mesi si succedettero uno dopo l’altro e dovettero passare ben due inverni, con due Natali, e due primavere, con due volte Pasqua, prima di poter ritornare a casa da dove ero partito spensierato non ancora ventenne i primi di gennaio del 1940.
Tanto per la cronaca comunico che per mantenere libero il passaggio dei mezzi navali della Marina nelle Bocche di Cattaro si distinsero nei combattimenti la Divisione Emilia che ebbe 507 morti, 963 feriti e 1280 dispersi e la Marina 40 fra morti e feriti.

Grazie al sacrificio di questi uomini molto, compresi noi, riuscirono a liberarsi e a raggiungere l’Italia.