Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro) |
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| Gennaio | Febbraio | Marzo |
| Aprile | Maggio | Giugno |
| Luglio | Agosto | Settembre |
| Ottobre | Novembre | Dicembre |
| Nevicata | Reis - Radici | |
Febbraio era il mese della gran neve. I “ministri della neve “ S.Antonio , S.Fabiano e S.Sebastiano in gennaio avevano assolto il loro compito e la neve era caduta in abbondanza ( Dicevano infatti che alla fine delle ricorrenze di quei Santi nevicasse di sicuro ). |
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro) |
“Voia o non voia d’ Avril venta ca foia “ Questo
era il proverbio che apriva il mese. |
Perciò ogni giorno, mentre tornavo da scuola
a piedi ,su per “l’èr” da
sola , era un continuo guardare qua e là tra i faggi cercando quale
fosse il primo ad esporre timidamente le prime foglioline. Appena me ne
accorgevo lo salutavo come si fosse appena risvegliato da un lungo sonno
e gli parlavo dicendo :”sai che sei il primo? Tutti gli altri dormono
ancora!” Nei giorni successivi, quando mi accorgevo che su di un’ altra
pianta, magari distante dalla prima due o tre curve della mulattiera (arvot)
altre tenere foglie erano spuntate, mi inventavo strane parentele e portavo
all’una i saluti dell’altra. Cosi’ trascorrevo tutto
il mese e , mentre, da sola, salivo l’èr con fretta, con molto
appetito e voglia di arrivare a casa che altro potevo fare ,sola soletta
nel bosco col peso della cartella da spostare da una mano all’altra
e con la borsa del pane nero e pesante che mi tentava col suo profumo? Chissà se ora qualche bambino della mia età di allora saprebbe riconoscere l’odore dell’erba bagnata, della terra rimossa, della calce umida ,del cuoio impregnato d’acqua, delle foglie marce od il profumo del pane di riso? Penso di no. Hanno molti doni i bambini di oggi ma li abbiamo privati di vere ricchezze.! Lungo quella strada che percorrevo quotidianamente non mi divertivo . Era pesante quella strada, ma la vita allora era cosi’ ed era naturale proseguire in quella realtà.; ed ora mi accorgo di quanto mi abbiano insegnato quegli anni duri. In Aprile l’erba nuova che spuntava dopo le prime piogge dava l’occasione di cambiare il gusto delle minestre,che peraltro erano sempre gustose e si mangiavano con tanto appetito. Nei prati spuntavano le “verzole” le “ galin-ne grasse” le “lengue” la “salata di prà” e nei canepali non ancora zappati rispuntava il “buraso “ e la “bigolosa”. E allora ..via !! Armati di coltellini a raccogliere a gara queste prelibatezze Con le “verzole “ e le “lengue” si facevano frittate , oppure si facevano bollire e poi passare nel burro caldo. (Ancora la primavera scorsa ne ho mangiate per due volte perché a Sudeir quasi sotto la betulla del giardino ne spuntano moltissime). Con la boraggine preparo ancora adesso una ottima minestra di riso, frutto dei ricordi di allora e con qualche aggiunta di tocco personale. Poi c’erano le primule da raccogliere andandole a cercare tra le foglie che le riparavano dal freddo della notte e le avevano protette dal gelo dell’inverno Si portavano a casa e si ponevano in mezzo al tavolo in un piattino : erano il segno della primavera ritornata C’era la gara fra noi a chi le trovasse per prima ed ognuna aveva il suoi posti segreti (reie) . La primavera scorsa ,cogliendo le “verzole", mi accorsi che al centro avevano un brillante di rugiada. Come allora ,quando tra l’erba umida mi chinavo a salutare i fiori prima di raccoglierli dissi a ciascuna di loro :” vieni , hai bevuto abbastanza”. Prima delle primule gialle , nei prati fiorivano i crochi o colchici (i galit) , come timidi occhi fatti a calice ad esplorare il nuovo tepore del sole I prati ne erano pieni ma non si raccoglievano perché duravano poco in casa, erano poco colorati e poi non erano rari. E si sa, le cose che si possono trovare ovunque non attraggono più. In Aprile incominciavano le piogge e spesso dovevo percorrere la strada con il peso dell’ombrello che appoggiavo sulla spalla mentre camminavo ascoltando il suono delle gocce che scivolavano sui tronchi che diventavano lucidi e lavati |
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro) |
Il sole a mezzogiorno lungo l’èr scaldava tanto. Mi dicevano di stare attenta alle vipere (al boie ) che uscivano dal letargo e cercavano di riscaldarsi il sangue al sole ,ma per l’èr non ne vidi mai una ,forse stavano ai margini dell’acciottolato. Io camminavo nel mezzo della mulattiera ringraziando i faggi per il verde delle loro foglie che mi avvolgeva rinfrescandomi . Arrivata alla “Cappella Granda “ bevevo alla fontana (che ormai da molto non canta più). Non c’era l’abitudine di fermarsi a riposare ;lo facevano solamente le donne che salivano con la gerla od il “scistun” pesante Io bevevo e, recitando la preghiera insegnatami dalla nonna quando ancora era in grado di camminare e scendeva qualche volta a Campiglia con me, continuavo il cammino. La preghiera dice cosi’: Regina Reginella Durante tutto il mese di Maggio alla sera si andava alla corona nel
nostro “giuset” dove la Cleme,che era la mia madrina ,dopo
aver suonato la campana , guidava la recita del rosario in latino. Nella
chiesetta c’erano quasi tutte le donne del paese e noi bambini. |
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro) |
| A Giugno non si poteva attraversare i prati se non seguendo i sentieri. L’erba era già alta I fiori delle “lengue “ avevano i pennacchi rosa. I fiori delle “ verzole “ servivano a farli schioccare sulla fronte. Le margherite erano le regine dei prati e, nessuno di noi, aveva l’allergia alle graminacee. Ad un tempo stabilito,dalla luna ,credo, il fieno era maturo e bisognava tagliarlo., ma a lavorare con la falce ci volevano uomini. Pochi uomini del paese tagliavano il fieno, solo l’Albino, il Mario della Pina e il “tre breie” ma il fieno era molto .Venivano allora i “ranzat” da fuori . Ricordo l’Abele che dormiva diverse notti a Piaro ed alla sera in piazza ci raccontava storie incredibili .Cercava le lumache nei muretti ,toglieva loro il guscio ,le lavava alla fontana e se le faceva scivolare intere nello stomaco .Diceva che gli guarivano l’ulcera che io non sapevo che malattia fosse e che speravo non mi venisse mai se si doveva guarirla mangiando lumache vive. Io sono sempre stata curiosa di tutto e mi piaceva anche andare a vedere come facevano a tagliare il fieno con la falce. Il gesto era ampio , a semicerchio e la falce , mentre tagliava ,produceva un suono particolare che saprei riconoscere ma non descrivere :sembrava un lungo respiro. Dopo poche falciate la falce andava ripulita e affilata con la cote che il ransat teneva appesa alla cintola dei calzoni in un contenitore dove rimaneva inumidita con dell’erba bagnata . Quando il fieno era tagliato doveva seccare prima di portarlo a casa con la gerla perché doveva essere il pasto delle mucche per tutto l’inverno .Al sole asciugava in 2-3 giorni ed ogni tanto bisognava rigirarlo perché si seccasse bene. Alla sera si riuniva in covoni (caplun) per ridistenderlo il giorno dopo. Saltare sui caplun sarebbe stato un gran divertimento per noi, ma i proprietari stavano attenti e se ci trovavano erano guai perché rovinavamo il fieno. Anche i nostri genitori ci raccomandavano di non farlo perché il fieno non ancora secco “bolliva “ e a ballarci in mezzo ci poteva far venire la febbre. Noi non avevamo la mucca ,ma molti prati, che erano usati da chi l’aveva e che ci pagava un affitto (ficc) che consisteva in qualche panetto di burro od in un formaggino fresco (tumet). Io andavo spesso ad aiutare le donne a rigirare il fieno col rastrello,sotto il sole,oppure di corsa ad aiutarle a fare i covoni (caplun) quando dalla Mologna il temporale si avvicinava .Ricordo benissimo che una volta stava arrivando un brutto temporale e la Palmira aveva tutto il fieno asciutto sparso nel prato Andai subito ad aiutarla e riuscimmo a comporre i covoni prima della pioggia .Quando fu sera ,dopo aver accudito alla mucca (sciadlà),la Palmira venne a casa mia a portarmi 2 uova perché (“ la matta l‘ha iutame cun tant docc”) la ragazza mi ha aiutato con tanta capacità e attenzione . La mia mamma , dopo aver accettato non senza riluttanza il compenso, mi chiamò perché ringraziassi e poi mi disse .” la Palmira è una vera signora “. |
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro) |
A Luglio c’eravamo tutti a PIARO. Arrivavano anche quelli che avevano trascorso l’inverno in città. Arrivavano la Mimma ed il Ninetto (ora già morti ambedue ) e per tutti la seconda casa era il giardino della Bice dove la stanza che occupavamo di più era quella sotto il pino (ora abbattuto) attorno al tavolino rotondo con le sedie marroni Là si giocava a carte , ci si faceva compagnia ,chiacchierando e discutendo. |
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro) |
Radici |
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I su nen par chi l'è a dla cità As capis che nen tücc ian la furtüñña Avei an lecc ad nos da pudei fè vegghe Avei baivü n'tla piazza, tüt al sun Avei l'èr, pistà cun fiocca e sol, Mi pos sente ancù dal roc a dla cappella Iù adcò la scira dla mia gent, ca la smia Chi ca po visese dal frecc al men, al Anita Berchi Gaia Maretta |
Non so per chi è della città Si capisce che non tutti hanno la fortuna Avere un letto di noce da poter far vedere e dire: Aver bevuto nella piazza tutto il suono della fontana Avere l' "er" calpestato con neve e sole,
Ho anche il viso della mia gente che non sembra mai cambiare Chi può ricordarsi del freddo alle mani,
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