Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

 

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Nevicata Reis - Radici

GENNAIO

Un racconto al mese

A Gennaio si aspettava la festa di S.Antonio Abate. Il 17 gennaio, in qualunque giorno cadesse la ricorrenza, era festa grande . Poi ,quando il paese incominciò ad essere disabitato d’inverno,si prese l’abitudine di festeggiarlo in estate poichè i ministri in carica trovarono difficoltà a venire apposta a Piaro d’inverno .
Fui io, con tutta la mia famiglia a ripristinare la festa invernale alla domenica più prossima al giorno 17 di gennaio e, venne per molti anni a celebrarci la S, Messa don Gianni Panigoni. Ma io voglio ora raccontare di come si svolgesse la festa ai tempi di quando ero bambina o poco più. Quel giorno nessuno lavorava. Ci si vestiva a festa, cioè ci si vestiva come si era soliti fare quando si andava a Messa a Campiglia perché quella era l’unica occasione importante per cui meritasse di vestirsi bene. In cucina , la mia mamma, preparava un pranzo come quello per Natale e la nonna e gli zii venivano da noi . Si tiravano fuori dall’armadio le tovaglie bianche del corredo ed i piatti delle occasioni importanti. Mia sorella Lucia ed io, appena sveglie andavamo dietro ai vetri della finestra per vedere se dalla piazza del “giuset” saliva già il fumo del fuoco acceso. Poi si ritornava ancora un poco a letto perché spesso i vetri della camera erano ricamati dal ghiaccio e bisognava alitarci sopra per poter guardare fuori. Il primo lavoro dei “ministri” era quello di accendere il fuoco che poi rimaneva acceso per tutto il giorno bruciando lentamente i “sciuk” che venivano tenuti al riparo dalla pioggia già dall’autunno precedente sotto il “puntet” della Nina.C’era l’usanza che, quando si preparava la legna per l’inverno, i ceppi più grossi e difficili da spaccare, erano portati li per essere bruciati il giorno di S.Antonio. Mentre poi mangiavamo il caffelatte della colazione sentivamo già suonare le campane a martello.Voleva dire che qualche ragazzo della nostra età o più grande era salito sul campanile e, nella cella campanaria, si divertiva a sbattere il battacchio della campana contro le sue pareti cercando di trarne qualche …melodia. Ne sortiva un gran baccano che a noi, però piaceva tanto. Dopo c’era la S.Messa ,verso le 10. I sacerdoti salivano a Piaro percorrendo la mulattiera ,cioè “l’er” anche se c’era la neve . Dopo Messa ognuno a casa ; i sacerdoti a pranzo dai “ministri”. Io aspettavo in tavola gli antipasti (fette di salame con i riccioli di burro) La mia zia Maria portava le “miasce”. Al pomeriggio c’erano i “vespri “, tutti cantati in latino ed io che non capivo niente passavo il tempo ad osservare, e mi ricordo benissimo che i sacerdoti li notavo di più perché avevano un viso diverso che al mattino, infatti erano tutti rossi in faccia e con gli occhi luccicanti. Chissà perché ,mi chiedevo . Solo molti anni dopo capii che ciò era dovuto al fatto che quel giorno anche loro avevano mangiato e bevuto meglio di quanto potessero permettersi in quegli anni di guerra. Io aspettavo ….il prosciutto (da quanto non lo mangiavo più !! ).
In chiesa si terminava con il “Tantum ergo” e la benedizione. Fuori ormai era freddo e , rimanendo in chiesa “si tirava “ il “fazzulet”. Cioè si faceva la lotteria e per sapere chi fosse il vincitore , si usavano i ..fagioli. Tanti biglietti venduti, tanti fagioli , messi in 2 sacchetti separati. Due bambini estraevano contemporaneamente uno il biglietto l’altro un fagiolo. I fagioli erano tutti bianchi meno uno che era nero. Quando usciva il fagiolo nero il biglietto estratto contemporaneamente era quello del vincitore.
Fuori il fuoco stava spegnendosi a poco a poco. Alcuni si portavano a casa le braci per riavviare le loro stufe o per metterle già negli scaldaletti.
Un anno sia io che mia sorella non potemmo partecipare alla festa perchè avevamo gli “orecchioni ( ora i bambini non si ammalano più di questa malattia perché vengono vaccinati ; il nome vero della malattia è parotite). Non c’era altra cura se non stare al caldo. Ci ungevano con una pomata nera “ittiolo”, puzzolente. Ci avevano spalmato da un orecchio all’altro passando sotto la gola, a contatto con la pomata avevamo una striscia di carta blu che era servita ad avvolgere, forse, una razione di zucchero e ,il tutto era stato fermato con una sciarpa di lana legata sopra alla testa. Ci guardavamo e avremmo voluto ridere ma non potevamo perché muovere le mandibole ci faceva molto male.

Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

 

Febbraio

Un racconto al mese

Febbraio era il mese della gran neve. I “ministri della neve “ S.Antonio , S.Fabiano e S.Sebastiano in gennaio avevano assolto il loro compito e la neve era caduta in abbondanza ( Dicevano infatti che alla fine delle ricorrenze di quei Santi nevicasse di sicuro ).
Noi bambini già al mattino, verso le 10 eravamo nel “cios” con le slitte. Nei piedi avevamo scarponi di cuoio non impermeabile che come suola avevano un cuoio più spesso, con tanti chiodi perché durassero di più. Quando si tornava a casa bisognava toglierli subito ed infilarli sotto alla stufa per farli asciugare un po’. Io indossavo un paio di pantaloni spigati rimediati da un paio vecchio del mio papà; altri di ricambio non ne possedevo anche perché le bambine ma anche le donne indossavano solo gonne. I calzerotti erano bianchi o rossi ma di lana grossa e ruvida e lavorati coi ferri a mano .Anche il maglione era lavorato a mano nello stesso modo e con la stessa lana che , da tanto che era ruvida, mi grattava il collo, perciò la mia mamma ne aveva foderato il colletto con una tela morbida. Berretto e guanti erano dello stesso tipo e, sui guanti la mamma mi aveva ricamato un cervo. I guanti ben inteso erano con un solo dito cioè muffole, si dice ora. Si andava nel “cios” sprofondando quasi fino alla pancia con la neve che ti entrava negli scarponi e si incominciava a slittare fino in fondo al prato.Ogni volta poi bisognava risalire trascinando la slitta. Io ne avevo una bellissima, di legno, alta come quelle che si vedono a Castelrotto perché la mamma l’aveva usata in Alto Adige quando insegnava sopra Bolzano.
Era la più bella e veloce di tutte anche perché aveva i pattini di ferro. Gli altri ragazzini avevano slitte piatte senza lamine rimediate non so come. C’era un’altra bambina che possedeva una slitta quasi come la mia ma era troppo lunga e sproporzionata mi ricordo che non scivolava ed un giorno si è scollata tutta ed è andata in tanti pezzi. Tutti volevano fare un giro con la mia ed io, quando ero un po’ stanca dopo essermela trascinata dal fondo del prato, qualche volta, la imprestavo. Più spesso caricavo i miei compagni uno per volta seduti davanti a me e slittavamo insieme.
Ero molto in gamba a guidarla perché mi aveva insegnato il mio papà che l’aveva usata con la mia mamma quando si erano conosciuti in Alto Adige dove anche lui era andato a lavorare. Era un lavoro di talloni. Alcune volte legavamo insieme 2-3-4 slitte e facevamo il treno.
Verso la fine del mese la neve del “cios” si scioglieva e allora ci spostavamo nel secondo “cios” che era esposto più a nord . Altre volte giocavamo ai pompieri. Immaginavamo un incendio ed ognuno con la propria slitta si recava scendendo in posti diversi. Era un gran divertimento!!
Questi ricordi si riferiscono agli anni di guerra in cui non sempre ci facevano andare a scuola ed a Piaro eravamo in tanti perché eravamo sfollati dalle città per il pericolo dei bombardamenti.
Qualche anno più tardi, i ragazzi più grandi,avevano gli sci. E allora incominciò la mia passione. Anch’io avrei voluto sciare ,ma come fare? Io gli sci non li avevo e non potevo neanche pensare che il mio papà e la mia mamma me li potessero comperare. Forse se ne interessò lo zio Diego, non ricordo come fu , ma ad un certo punto li ebbi anch’io. Me li imprestò un signore dell’età del mio papà che non li usava più da chissà quando. Ancora adesso ricordo appunto il Cesare Foscale. Erano sci molto lunghi, per me lunghissimi, senza lamine, con gli attacchi di allora fermati con cinghietti di cuoio regolabili e fermati con un gancio a ganascia al tallone degli scarponi. Ma erano pur sempre un paio di sci. Ora ne ho un paio identico, comperato in un mercatino, che tengo nel giro scala a Piaro come ricordo.
Ora potevo sciare anch’io. Aspettavo che la pista ,sempre il solito “cios”, fosse battuta da quelli che risalivano scalinando e , si fa per dire, mi lanciavo anch’io. Solo che io percorrevo la pista per traverso per essere sicura di fermarmi in salita. Nessuno mi ha mai insegnato niente e cosi’ ,come capita nella vita , senza un maestro si continua a cadere ma non si impara mai. Gli altri invece si “esibivano “in esercizi che ,visti da me ,potevano essere da olimpiadi invernali ….
Ma uno c’era che sapeva sciare bene: era l’Italo che sapeva fermarsi col “cristiania” o con il”telemark” ( due stili molto eleganti e difficili che ora vengono esibiti da campioni sciando in neve fresca con lo steso tipo di sci di 60 fa ). Mentre tutti cercavano di imitarlo io cercavo di imparare a stare in piedi e a rialzarmi senza l’aiuto di nessuno.
Di quell’epoca ricordo più le salite che le discese e ora mi viene l’affanno al solo pensarci.!! Sarà per quello che quando i miei figli mi vedevano sciare mi prendevano in giro dicendomi che “sciavo in salita” anche se le piste erano larghe 100 metri !
Mentre si era nel cios, ad un tratto qualcuno gridava : “ la lescia “!!! Ed ecco i cavalli del Linco, il moro e la gina, in silenzio, con il rumore degli zoccoli ovattati dalla neve, arrivare adagio dalla curva del “Drens “ trainando, invece del solito carro a ruote, una specie di aratro di legno che divideva la neve ammassandola ai bordi della strada che allora era molto più stretta. I ragazzi si toglievano gli sci e correvano incontro allo spartineve chiedendo al Linco di lasciarli salire. Il carrettiere era contento perchè aumentando il peso sulle ante divaricate la strada era pulita più a fondo. Quando tornava indietro dalla piazza le assi della “lescia” erano ancora più aperte e la zona stradale senza neve era più larga. Poi la strada rimaneva cosi', senza altre impronte , se non quelle delle scarpe degli uomini che andavano a Forgnengo a “ca' 'd PILAT “ a fare la partita a carte.
Ma un bel giorno proprio l’Italo, il campione, che aveva imparato a sciare dal fratello Valerio che a sua volta era stato militare negli alpini sciatori, mi invito’ a salire con gli sci alla Sella. Italo oltre che un provetto sciatore era anche un bel ragazzo, più anziano di me, biondo ed io ne ero un poco …innamorata.
Il fatto che avesse chiesto proprio a me di salire fin lassù con lui mi rese felicissima anche se non seppi mai perché lo fece …certamente non per la mia bravura ….forse inconsciamente per la passione che ci mettevo. Salimmo alla Sella sulla,( o meglio nella ) neve alta e soffice. me la ricordo. Non so quanto ci impiegammo, non avevo ancora alcun orologio, so che d’estate almeno 25 minuti ci vogliono ! Arrivati in cima faticosamente , fui pronta per la discesa in neve fresca. Scendevo dentro alle orme dei suoi sci; mi fermavo cadendo ad ogni curva tra la neve soffice, ma Italo mi aspettava e non mi fece mai pesare il fatto di non essere brava. Quella fu l’unica mia discesa in neve fresca e quando ora osservo altri scendere cosi’ mi ricordo benissimo di quanto sia bellissimo sciare affondando nella neve che sembra accarezzarti in silenzio.
Poi molti anni dopo questa passione per lo sci mi condusse in altrettanto avventurose situazioni. Basterebbe ricordare una discesa a La THUILE quando ,non sapendo ancora curvare , finii, come al solito sulla neve fresca cadendo in avanti per cui le suole degli scarponi rimasero attaccate agli sci e la tomaia segui’ il movimento della caviglia staccandosi dalla suola e finii la discesa in punta di piedi (con quel tipo di attacchi era possibile) perché tra la suola e la tomaia lunghi chiodi mi sfioravano la pianta dei piedi. Arrivata in fondo con l’aiuto del mio moroso (ora mio marito) rimisi tutto a posto con un cacciavite.
Allora non c’erano doposci per cambiarsi e con quello che avevi nei piedi uscivi di casa , sciavi e tornavi alla sera.
So di aver divagato, ma anche dopo aver preso lezioni da una maestra di sci (cadevo ugualmente ma imparavo qualcosa ) dopo aver cambiato più volte tipo di sci fino ad arrivare ai “carvin “ ho sempre avuto presente che la mia gioiosa passione per lo sci era nata proprio là nel “cios” tanti anni fa .
Ed era in Febbraio!

Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

Marzo

La neve sui prati ormai formava chiazze bianche nei punti meno esposti al sole e non si poteva più slittare e tanto meno scivolare sugli sci.
Le galline, che, per tutto l’inverno, erano rimaste chiuse nel pollaio, razzolavano fra l’erba ancora umida di neve trovando insetti e vermiciattoli in quantità.
Alcune però si allontanavano seguendo i tratti d’erba concimati nell’autunno e poi non riuscivano a ritornare da sole nel pollaio perché, dovendo attraversare le chiazze di neve che si trovavano davanti, rimanevano abbagliate dal bianco e restavano immobili come paralizzate e piene di spavento e bisognava andarle a ricuperare ad una ad una.
Una sera una di loro, spaventatissima,svolazzando qua e là, andò ad infilzarsi sulla punta di una lunga pertica che serviva a sostenere le piante dei fagioli quando si seminavano nei canepali . La mia mamma la sfilò dalla pertica e poi si mise a fare il chirurgo ricucendole con ago e filo il gozzo lacerato e la gallina guari’.
Quanto le galline fossero importanti per la nostra sopravvivenza lo capii anche da un altro episodio che poteva essere ben più pericoloso. Le galline ora siamo abituati a vederle morte, spiumate , fatte a pezzi esposte nelle vetrine dei pollivendoli oppure infilzate su spiedi a cuocere arrosto. Le chiamiamo genericamente polli e ormai pochi saprebbero che differenza c’è tra il termine “pollo” “gallina “ “ galletto “ ecc. Talvolta mi domando quanti ragazzi di oggi sono mai stati svegliati dal canto di un gallo o se l’abbiano mai sentito cantare dal vivo. Ebbene la mia mamma quella volta sfidò un plotone di tedeschi in guerra che erano venuti a Piaro (si seppe dopo) per incendiarci il paese, proprio per una gallina che, passando, uno di loro aveva afferrato e a cui, proseguendo la marcia, stava girando il collo per poterla mangiare a cena. Lei ebbe il coraggio di rincorrerlo urlando :”la mia gallina, la mia gallina”poi improvvisamente ricordandosi che erano tedeschi rispolvero’ qualche parola nella loro lingua ,che aveva imparato in Alto Adige ,ed il militare mollò la presa. Ricordo benissimo che la gallina salvata fu portata in cucina e, per una settimana riusciva a mangiare il pastone su di un piattino posatole sulla schiena perché aveva il capo rivolto all’indietro .Poi guari’.
Anche allora c’erano periodi in cui le galline si ammalavano e potevano morire ed allora disinfettavano il pollaio con la calce viva e tutto finiva li. Si sapeva che c’era “la malattia delle galline” e non chiamandola “influenza aviaria “ come ora, le persone non ne erano spaventate.
Si ripulivano le rogge e si ripreparavano i “canvai” per le semine .L'aria era ancora fresca ed il sole scompariva ancora troppo presto dietro il Tovo.
Ma gli alberi con le gemme gonfie aspettavano Aprile ...come noi.
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

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Aprile
“ Voia o non voia d’ Avril venta ca foia“

“Voia o non voia d’ Avril venta ca foia “ Questo era il proverbio che apriva il mese.

Perciò ogni giorno, mentre tornavo da scuola a piedi ,su per “l’èr” da sola , era un continuo guardare qua e là tra i faggi cercando quale fosse il primo ad esporre timidamente le prime foglioline. Appena me ne accorgevo lo salutavo come si fosse appena risvegliato da un lungo sonno e gli parlavo dicendo :”sai che sei il primo? Tutti gli altri dormono ancora!” Nei giorni successivi, quando mi accorgevo che su di un’ altra pianta, magari distante dalla prima due o tre curve della mulattiera (arvot) altre tenere foglie erano spuntate, mi inventavo strane parentele e portavo all’una i saluti dell’altra. Cosi’ trascorrevo tutto il mese e , mentre, da sola, salivo l’èr con fretta, con molto appetito e voglia di arrivare a casa che altro potevo fare ,sola soletta nel bosco col peso della cartella da spostare da una mano all’altra e con la borsa del pane nero e pesante che mi tentava col suo profumo?
Chissà se ora qualche bambino della mia età di allora saprebbe riconoscere l’odore dell’erba bagnata, della terra rimossa, della calce umida ,del cuoio impregnato d’acqua, delle foglie marce od il profumo del pane di riso? Penso di no. Hanno molti doni i bambini di oggi ma li abbiamo privati di vere ricchezze.!
Lungo quella strada che percorrevo quotidianamente non mi divertivo . Era pesante quella strada, ma la vita allora era cosi’ ed era naturale proseguire in quella realtà.; ed ora mi accorgo di quanto mi abbiano insegnato quegli anni duri.
In Aprile l’erba nuova che spuntava dopo le prime piogge dava l’occasione di cambiare il gusto delle minestre,che peraltro erano sempre gustose e si mangiavano con tanto appetito.
Nei prati spuntavano le “verzole” le “ galin-ne grasse” le “lengue” la “salata di prà” e nei canepali non ancora zappati rispuntava il “buraso “ e la “bigolosa”.
E allora ..via !! Armati di coltellini a raccogliere a gara queste prelibatezze Con le “verzole “ e le “lengue” si facevano frittate , oppure si facevano bollire e poi passare nel burro caldo.
(Ancora la primavera scorsa ne ho mangiate per due volte perché a Sudeir quasi sotto la betulla del giardino ne spuntano moltissime). Con la boraggine preparo ancora adesso una ottima minestra di riso, frutto dei ricordi di allora e con qualche aggiunta di tocco personale.
Poi c’erano le primule da raccogliere andandole a cercare tra le foglie che le riparavano dal freddo della notte e le avevano protette dal gelo dell’inverno Si portavano a casa e si ponevano in mezzo al tavolo in un piattino : erano il segno della primavera ritornata C’era la gara fra noi a chi le trovasse per prima ed ognuna aveva il suoi posti segreti (reie) .
La primavera scorsa ,cogliendo le “verzole", mi accorsi che al centro avevano un brillante di rugiada. Come allora ,quando tra l’erba umida mi chinavo a salutare i fiori prima di raccoglierli dissi a ciascuna di loro :” vieni , hai bevuto abbastanza”.
Prima delle primule gialle , nei prati fiorivano i crochi o colchici (i galit) , come timidi occhi fatti a calice ad esplorare il nuovo tepore del sole I prati ne erano pieni ma non si raccoglievano perché duravano poco in casa, erano poco colorati e poi non erano rari. E si sa, le cose che si possono trovare ovunque non attraggono più.
In Aprile incominciavano le piogge e spesso dovevo percorrere la strada con il peso dell’ombrello che appoggiavo sulla spalla mentre camminavo ascoltando il suono delle gocce che scivolavano sui tronchi che diventavano lucidi e lavati
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

MAGGIO

UN RACCONTO AL MESE

Il sole a mezzogiorno lungo l’èr scaldava tanto. Mi dicevano di stare attenta alle vipere (al boie ) che uscivano dal letargo e cercavano di riscaldarsi il sangue al sole ,ma per l’èr non ne vidi mai una ,forse stavano ai margini dell’acciottolato. Io camminavo nel mezzo della mulattiera ringraziando i faggi per il verde delle loro foglie che mi avvolgeva rinfrescandomi . Arrivata alla “Cappella Granda “ bevevo alla fontana (che ormai da molto non canta più). Non c’era l’abitudine di fermarsi a riposare ;lo facevano solamente le donne che salivano con la gerla od il “scistun” pesante Io bevevo e, recitando la preghiera insegnatami dalla nonna quando ancora era in grado di camminare e scendeva qualche volta a Campiglia con me, continuavo il cammino. La preghiera dice cosi’:

Regina Reginella
Voi si ricca , voi si bella
Voi si piena di Spirito Santo
L’anima mia Vi raccomando

Durante tutto il mese di Maggio alla sera si andava alla corona nel nostro “giuset” dove la Cleme,che era la mia madrina ,dopo aver suonato la campana , guidava la recita del rosario in latino. Nella chiesetta c’erano quasi tutte le donne del paese e noi bambini.
Quasi tutte le persone grandi sapevano recitare in latino anche la preghiera che inizia “Memorare piissima Virgo Maria “ ed alla fine la preghiera a S. Giuseppe “A te beato Giuseppe stretti dalla tribolazione ricorriamo ecc “ Ricordo che le parole “stretti dalla tribolazione “ mi impressionavano sempre e mi facevano ..pensare. Noi ,dove non riuscivamo a pregare insieme , ci affidavamo alle parole della Cleme,della Olga, della Cela ,della Sabetta della Nede ,della Ely e di tante altre che riempivano la chiesa e che ,ancora oggi ,sono sicura, pregano per noi.
A fine Maggio c’erano ancora altre novità.
Sopra Sassaia ,in un prato non facile da raggiungere,fiorivano i narcisi. Erano fiori rari le “purasce” e bisognava raccoglierli di nascosto cercando di non rovinare il fieno già alto.Ne facevamo dei piccoli mazzi che profumavano tutta la stanza. Ora ho cercato di trapiantarne qualche bulbo nel prato a Sudeir ,chissà se fioriranno dopo le verzole ?
I mughetti poi erano e sono ancora oggi delle rarità. Solo in pochi ne conoscevamo le “reie” sotto ill “Drens” e non sempre li trovavi
L’impresa più ardua era trovare le genzianelle. Si andava alla “Pian-na”accompagnate da qualche persona grande e , se non era ancora passato nessuno ,ne trovavi 2 o 3 al massimo
Ora anche la “Pian-na “ è scomparsa tra i faggi al limite dei vecchi “pianlin”sorretti dai muretti a secco.
Adesso per trovare tutti questi fiori è sufficiente recarsi in automobile verso Bielmonte o da Oropa per Graglia e se ne vedono prati pieni.
Nelle sere di maggio ,dopo la recita della corona ,si incominciava a giocare in piazza o davanti alla casa della Cleme. Eravamo in tanti e si poteva scegliere a che gioco giocare. I preferiti erano la “settimana “ (ognuno si teneva in tasca la pietruzza che reputava migliore per il lancio ) saltare la corda da sole o a gara in tre o quattro insieme,e a nascondino fra le case del paese delimitandone i confini di ricerca. Spesso ci si scambiava il golfino per ingannare chi era alla “conta” e quando credeva di averti visto si urlava “tapa fausa” e si usciva dal nascondiglio. Se l’ultimo nascosto riusciva ad arrivare al posto della conta senza essere visto salvava tutti e si ricominciava il gioco.
Per tornare a casa ci si regolava col buio oppure si chiedeva alla Cleme che ora fosse Io alle 10 dovevo essere a casa e sul campanile non c’era ancora l’orologio

Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

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Giugno

UN RACCONTO AL MESE

A Giugno non si poteva attraversare i prati se non seguendo i sentieri. L’erba era già alta I fiori delle “lengue “ avevano i pennacchi rosa.
I fiori delle “ verzole “ servivano a farli schioccare sulla fronte. Le margherite erano le regine dei prati e, nessuno di noi, aveva l’allergia alle graminacee. Ad un tempo stabilito,dalla luna ,credo, il fieno era maturo e bisognava tagliarlo., ma a lavorare con la falce ci volevano uomini. Pochi uomini del paese tagliavano il fieno, solo l’Albino, il Mario della Pina e il “tre breie” ma il fieno era molto .Venivano allora i “ranzat” da fuori . Ricordo l’Abele che dormiva diverse notti a Piaro ed alla sera in piazza ci raccontava storie incredibili .Cercava le lumache nei muretti ,toglieva loro il guscio ,le lavava alla fontana e se le faceva scivolare intere nello stomaco .Diceva che gli guarivano l’ulcera che io non sapevo che malattia fosse e che speravo non mi venisse mai se si doveva guarirla mangiando lumache vive.
Io sono sempre stata curiosa di tutto e mi piaceva anche andare a vedere come facevano a tagliare il fieno con la falce. Il gesto era ampio , a semicerchio e la falce , mentre tagliava ,produceva un suono particolare che saprei riconoscere ma non descrivere :sembrava un lungo respiro. Dopo poche falciate la falce andava ripulita e affilata con la cote che il ransat teneva appesa alla cintola dei calzoni in un contenitore dove rimaneva inumidita con dell’erba bagnata . Quando il fieno era tagliato doveva seccare prima di portarlo a casa con la gerla perché doveva essere il pasto delle mucche per tutto l’inverno .Al sole asciugava in 2-3 giorni ed ogni tanto bisognava rigirarlo perché si seccasse bene.
Alla sera si riuniva in covoni (caplun) per ridistenderlo il giorno dopo. Saltare sui caplun sarebbe stato un gran divertimento per noi, ma i proprietari stavano attenti e se ci trovavano erano guai perché rovinavamo il fieno. Anche i nostri genitori ci raccomandavano di non farlo perché il fieno non ancora secco “bolliva “ e a ballarci in mezzo ci poteva far venire la febbre.
Noi non avevamo la mucca ,ma molti prati, che erano usati da chi l’aveva e che ci pagava un affitto (ficc) che consisteva in qualche panetto di burro od in un formaggino fresco (tumet).
Io andavo spesso ad aiutare le donne a rigirare il fieno col rastrello,sotto il sole,oppure di corsa ad aiutarle a fare i covoni (caplun) quando dalla Mologna il temporale si avvicinava .Ricordo benissimo che una volta stava arrivando un brutto temporale e la Palmira aveva tutto il fieno asciutto sparso nel prato Andai subito ad aiutarla e riuscimmo a comporre i covoni prima della pioggia .Quando fu sera ,dopo aver accudito alla mucca (sciadlà),la Palmira venne a casa mia a portarmi 2 uova perché (“ la matta l‘ha iutame cun tant docc”) la ragazza mi ha aiutato con tanta capacità e attenzione . La mia mamma , dopo aver accettato non senza riluttanza il compenso, mi chiamò perché ringraziassi e poi mi disse .” la Palmira è una vera signora “.
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

 

Luglio

UN RACCONTO AL MESE

A Luglio c’eravamo tutti a PIARO. Arrivavano anche quelli che avevano trascorso l’inverno in città. Arrivavano la Mimma ed il Ninetto (ora già morti ambedue ) e per tutti la seconda casa era il giardino della Bice dove la stanza che occupavamo di più era quella sotto il pino (ora abbattuto) attorno al tavolino rotondo con le sedie marroni Là si giocava a carte , ci si faceva compagnia ,chiacchierando e discutendo.
Quando la guerra fini’, Luglio divenne il mese delle gite in montagna La Bice era la nostra guida e ci allenava poco a poco, prima portandoci alla Sella a fare merenda presso la cascina della Ely Poi si saliva al Campello o al Castelletto. Un anno arrivammo fino al Cravile Io arrancavo abbastanza perché i miei compagni erano più anziani di me ed avevano più forza nelle gambe, ma me la sono sempre cavata bene.
Credo proprio di ricordare che la gita storica ,per me , a quei tempi , fu quella per vedere l’alba al Bo. Già trovare la giornata adatta fu molto laborioso perché per molte mattine ci trovammo alla “giarin-na ( la stradina che porta al cios) ad osservare se il tempo fosse propizio e per molte volte tornammo a dormire. Allora non c’erano le previsioni del tempo da consultare se non un barometro che la Bice possedeva ,ma io non riuscivo a capire cosa mai riuscisse a leggervi dentro. Finalmente un mattino, mi pare alle 5 , si parti’. La gita durava 2 giorni , bisognava dormire in montagna per cui nel sacco oltre ai viveri avevo una copertina di lana. Partimmo da Piaro per Piedicavallo (tutto a piedi ben inteso ) ed incominciammo la salita verso il rifugio Rivetti . Credo di ricordare che già durante quel tratto di cammino capii che mi ero imbarcata in un viaggio un po’ superiore alle mie forze infatti quel benedetto rifugio non arrivava mai .Dopo ore di cammino faticoso arrivammo al Rivetti ma con mia grande delusione proseguimmo , senza fermarci , per raggiungere il colle delle Mologna Grande. Appena superato il colle ,però , la mia fatica fu premiata. Il cammino si fece più pianeggiante , le montagne viste da lassù mi sembravano tutte più piccole ed il massiccio del Rosa troneggiava imponente , tutto innevato e con lo sfondo blu . Io non avevo mai visto prima una bellezza cosi’. Dopo aver superati altri 2 colli arrivammo al “ pian di Loo “ tutto ricoperto di piumini bianchi che spuntavano , fioriti e smossi dal vento , dal terreno acquitrinoso. Quell’onda bianca sembrava un saluto gioioso al nostro arrivo. Quel prato di piumini bianchi fu ,per anni , il ricordo della mia più bella gita in montagna fatta da ragazzina. Credevo di non poterli rivedere più, ma diversi anni or sono, rifeci la stessa strada scendendo poi in Val Sesia e ripassai da quel luogo …incantato. I piumini erano ancora là come mi avessero aspettato per risalutarmi. Facendo anche ora percorsi in montagna mi è capitato di trovare distese di piumini bianchi ; appena li rivedo ricordo quella storica gita e ricordo tutti i miei compagni due dei quali sono già morti e la “straordinaria“ Bice che , ormai vecchia , vive a Torino e mi addolora il fatto di saperla seduta su di una sedia a rotelle,lei che era un “camoscio “ in montagna e noi stentavamo a tenerle dietro , col passo , sebbene fossimo ben più giovani di lei ** Ritornando a quel giorno, la gita prosegui’ per il colle del Croso, superato il quale dovevamo cercare il sentiero per il “giascet” (piccola cascina alla base del Bo) dove speravamo di trovare riparo per la notte. Ormai si faceva sera, la valle ,sotto di noi era già nell’ombra ,ma arrivati alla baita ,il malgaro non voleva darci da dormire. Eravamo in 6 e tutti stanchi morti Paolo e Ninetto erano rimasti un poco indietro ed il pastore ci consigliò di andare a dormire alle baite di Finestre che erano molto più in basso, per cui dovevamo scendere per poi risalire ,di notte , per raggiungere la cima del Bo per vedere l’alba. di lassù.
Uno di noi ,Corrado, tutto disperato si mise a gridare ai due che erano rimasti indietro, “:ragazzi dobbiamo andare a dormire a Firenze !!”(anziché dire Finestre).
E questa fu come una barzelletta che la Bice ricordava sempre quando si parlava di quella …storica gita. Poi la Bice riusci’ a commuovere il malgaro che ci acconsenti’ di dormire nel fienile sopra alla stalla domandandoci con apprensione “ jevve pà d’jugge “(non avete mica degli aghi !), perchè se gli avessimo lasciati cadere tra il fieno, per le mucche potevano essere pericolosi Non ricordo la cena ma ricordo quando andammo a coricarci C’era pochissimo fieno ,lo spargemmo sulle assi ma i ragazzi cercavano sempre di ..rubare quello che stava sotto a me e alla Mimma. Io mi coprii come potevo con la copertina di lana ,ma quello che non ci lasciava addormentare era il continuo ruminare delle mucche ,il suono dei loro campanacci ad ogni movimento del loro capo ed …il profumo che saliva dalla stalla. Mi ero addormentata da poco ,quando mi svegliarono: di colpo : bisognava incamminarci verso il Bo ed arrivare prima delle 5 per osservare l’alba !! La Bice disse : “ sono le 3 ,partiamo “. Avevamo 2 pile e neanche il fresco della notte mi svegliò del tutto. Io non vedevo né sentiero né valle , solo buio e seguivo gli altri assonnata e stanca morta. Ad un certo punto sentii la Bice che diceva “,:Paolo dà la mano all’Anita “, eravamo sull’ultimo tratto ,forse in cresta . Arrivati in cima la delusione fu grande :La pianura era immersa nella nebbia e la …famosa alba da ammirare non ci fu. In cima al Bo io ricordo solo la Bice , al riparo di un masso , con “la macchinetta a meta “ che scaldava l’acqua per prepararci il te. Il ritorno si fece passando dal Cravile e poi dalle Tegge del Campo e fu un supplizio. Ero stanca,con le gambe rotte ed un sonno tremendo. Arrivai a casa alle 10.30 del mattino (ricordo ancora l’ora ), mi misi a letto e dormii ininterrottamente fino al mezzogiorno successivo. Avevo 13 o 14 anni.
Cosa ci ho guadagnato? Ogni volta che in altre gite compiute anche pochissimi anni fa su altre montagne ,ritrovo i prati coperti di piumini mi pare di essere ancora là dove li ho visti la prima volta e ricordo i compagni di allora soprattutto quelli che ora non ci sono più. E poi che le cose veramente belle che ti richiamano alla BELLEZZA sono doni inattesi che ti stupiscono e che non si dimenticano più. Bisogna però essere sempre attenti e saperle riconoscere
** Quando scrissi questo racconto la Bice era ancora con noi .
ORA “ da la dal punt l'aspeccia al trumbe sunè
e nui ,sempe pu soi iumma pu gnun a chi pudei ciamè “

Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

 

AGOSTO

UN RACCONTO AL MESE

Agosto anche a Piaro era il mese del gran caldo. Sovente il calore saliva nel pomeriggio come una foschia densa dalla pianura e, incontrandosi con l’aria più fresca delle nostre montagne si condensava in nuvoloni che spesso sfociavano in temporali.
In casa c’era il “marin” l’aria umida che arrivava ed arriva ancor ora ,da sud , dal mare appunto ed inumidiva tutti i pavimenti dei piani terreni perché l’umidità calda condensava al contatto delle piastrelle o delle “lose “ della pavimentazione. Per andare in montagna bisognava attendere giornate di vento da Nord-Ovest, cioè dalla Mologna ed allora ci si poteva fidare e stare via anche al pomeriggio. In uno di questi giorni ventosi , col cielo terso , ricordo che con papà , mamma e nonna andammo al Castelletto per raccogliere mirtilli. Quel giorno ,pur essendo ancora abbastanza piccola , imparai come si dovesse usare la macchinetta per raccoglierli e non lo dimenticai più. Per non sciupare le piantine ,bisogna alzarle un poco con la mano sinistra e, con delicatezza , pettinare la piantina iniziando dalla cima ed i mirtilli maturi si staccano subito appena toccati. Ritornammo nel pomeriggio con 2 grosse ceste (cavagne ) stracolme che bisognò tenere sempre in piano per non far cadere i mirtilli dall’orlo . Anch’io avevo il mio cestino piccolo che ancora conservo (cavagnin). Con i mirtilli la mamma faceva poi ottime marmellate che servivano per la merenda o sciroppi da aggiungere all’acqua.
Poi vennero i mesi di Agosto più tristi per me , quelli in cui frequentavo le scuole medie ed ero sempre rimandata a Settembre, in almeno 3 materie. Perciò in Agosto dovevo studiare per prepararmi agli esami di riparazione che ,per 2 anni superai finchè mi bocciarono e ripetei la classe 3° media. Con quella bocciatura feci però una bella esperienza. Dalla mortificazione di quegli anni in cui tutto mi pareva negativo anche perché mi confrontavo con i miei compagni di giochi che erano sempre promossi, imparai che il Signore anche dalle cose negative in sé sa trarre positività. Infatti ripetendo l’anno cambiai sezione ,insegnanti e compagne e tutto cambiò e fui apprezzata per quello che ero. Un grosso aiuto in quegli anni me lo diedero anche i miei genitori che ,pur spronandomi , non mi fecero mai rimprovero per le mie bocciature ,sapendo con quanti disguidi iniziali avevo incominciato le scuole medie.
In prima classe avevo cambiato 3 luoghi di insegnamento. Addirittura durante il 3° trimestre partivo da Piaro alle 6 , per arrivare ,dopo aver percorso la mulattiera a piedi ed ancora al buio ,a Campiglia alle 6,30 , dove salivo sulla corriera che mi portava alla Balma per il tram delle 7 . Alle 8,10 dovevo essere a scuola da dove ripartivo di corsa alle 12 per riprendere il tram che mi riportava a Balma. Ma qui la corriera , il pulmann si direbbe ora , non c’era e dovevo farmi tutta la strada a piedi arrivando a Piaro alle 2 del pomeriggio.
Non ho mai detto ai miei genitori che in classe le mie compagne ed un' insegnante mi deridevano perché spesso arrivavo a scuola con le scarpe grosse e gli zigomi arrossati , perché capivo che potevano rimanere male ed i tempi erano duri e non ci sarebbero state altre possibilità di studio per me e loro facevano grandi sacrifici in attesa di tempi migliori. Il mio papà aveva abbandonato il suo lavoro di assistente edile dove era molto apprezzato per mettersi con lo zio Diego a fare il “buscarin” cioè il taglialegna per tenerci lontane dai bombardamenti delle città ed ora stava aspettando che lo richiamassero i suoi precedenti datori di lavoro. Questo poi successe ….ma intanto !! Ora questi atteggiamenti si chiamano “mobbismo”e possono demolire psicologicamente una persona. Io me la sono cavata bene , ma soffrendo tanto.e piangendo spesso. Però anche questo mi è servito per quando fui io insegnante ; La prima cosa a cui stavo attenta nei rapporti fra i miei alunni era il rispetto reciproco e nessuno doveva, pur riconoscendosi superiore ad un altro , permettersi di deriderlo non solo per buona educazione ma proprio perché facevo capire loro che ciascuno ha ricevuto dei doni diversi ed aiutandosi reciprocamente si possono fare grandi cose insieme Se li tieni per te ti insuperbisci e ,oltre che diventare antipatico, sei solo e non li fai fruttare come è invece tua responsabilità.
Ma in Agosto si andava anche a fare il bagno(veramente io non l’ho mai fatto ) nel torrente Concabbia. Li c’era una “lama” (un laghetto fra le rocce) dove si poteva nuotare per qualche bracciata. Il luogo si chiamava “Valieir”. In costume ci si sdraiava sulle rocce al sole con qualche persona adulta che ci accompagnava. I ragazzi venivano anche loro; qualcuno si esibiva nel nuoto , ma soprattutto ci seguivano per guardarci le gambe che a quei tempi avevamo sempre coperte dalle gonne. I costumi erano fatti di maglia ,di modelli molto …castigati e di ..parti al sole ne avevamo ben poche ! Nei crepuscoli di Agosto e di Luglio gli stridii delle rondini che ci avevano accompagnato per tutto il giorno portando cibo ai loro nidi da dove sporgevano i becchi dei piccoli appena nati, lasciavano il posto al volo quasi radente dei pipistrelli (ratavuleire—cioè topi volanti) e noi ragazze avevamo un po’ paura che ci venissero tra i capelli perché ci dicevano che non saremmo più riuscite a toglierli.. Ma ciò non capitò mai a nessuno. Che fosse una favola?
Quando fui più grande,durante le vacanze delle scuole superiori, di sera ballavamo nella “scuola. Avevamo affittato un grammofono a Biella da Zaffagnini tirando fuori ciascuno qualche soldo. Si ballava fino alle dieci ed in principio si usava come illuminazione una lampada a petrolio (il chinchè). Poi ci riallacciarono la luce e pagavamo alla Cleme un tanto per estate. Ci insegnarono a ballare le signorine più anziane di noi e dai paesi vicini arrivavano i nostri ballerini (soprattutto da Gliondini) che dicevano che “ an Pièr jè dal belle matte “ (a Piaro ci sono belle ragazze).
Durante il periodo di Ferragosto arrivavano anche gli uomini grandi per le ferie estive e danzavamo anche con loro. Mi dicevano che ballavo molto bene ed ero …leggera. Si ballavano polche ,mazurche, valzer , tango. I balli moderni arrivarono dopo , dall’America Noi ballavamo a coppie e quando si ballava col ragazzo che era un po’ la tua ..simpatia …..che batticuore !! Ma allora non era una malattia !!!
Quando tornavo a casa spesso il cielo era pieno di stelle e mi fermavo a guardarle. Cercavo l’Orsa Maggiore verso la Mologna e poi la “Via Lattea”. Era molto più facile e bello osservare le stelle allora , perché lungo il paese non c’era l’illuminazione e camminavi al loro chiarore o a quello della luna , quando c’era .

Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

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Settembre

Un racconto al mese.

Il mese di settembre era un mese un po’ triste nei miei ricordi. Piaro incominciava a spopolarsi: la mia grande amica ,la Mimma ,con tutta la famiglia andava a trascorrere l’ultima parte dell’estate a Trana e noi non potevamo più andare nel suo bel giardino a trascorrere i pomeriggi.
Poi ,per me , molti settembre, furono i mesi in cui avevo gli esami di riparazione con i relativi affanni e paure. Ma c’è un settembre che ricordo in particolare perché fu l’origine del mio “terrore “ per le mucche. In questo mese i prati erano nuovamente ricoperti di una erbetta bassa ,senza tanto vigore(la riorda) che veniva lasciata sul prato e chi possedeva la mucca la portava al pascolo perché la mangiasse direttamente sul luogo.
Ora la Vittoria , che sarebbe la bisnonna di Nicola e di Pietro , aveva tanti prati ma non teneva la mucca tutto l’anno; a settembre andava ad “affittarne “ una, che so, verso Sagliano Micca ,la portava passo passo fino a Piaro, le faceva mangiare l’erba dei suoi prati, manteneva la mucca al proprietario e a lei serviva per avere latte e formaggio.
Un giorno di settembre ,appunto , la Vittoria arrivò con la sua mucca e mi chiese se andavo ad aiutarla durante il pascolo. L’aiuto consisteva nel fare attenzione che la bestia non mangiasse l’erba del vicino e bisognava ,con una piccola verga , farla rigirare quando si avvicinava ai confini del prato dove poteva pascolare. Mi diede un rametto in mano e lei davanti ,io dietro, la mucca in mezzo , ci avviammo verso il “cios”. Mi piacque moltissimo. Appena la mucca cercava di sconfinare io mi avvicinavo a lei ,alzavo la verga (la ramma) e lei tranquilla si voltava e ritornava a brucare dentro ai confini del prato della Vittoria. Questo nuovo impegno lo trovai divertente ed il giorno successivo chiesi alla Vittoria di aiutarla di nuovo. Ma qui successe l’imprevisto. Non avevo calcolato il fatto che la mucca il giorno prima era stanca morta perchè era arrivata da Sagliano sempre camminando ; cosi’ quando mi avvicinai per farla voltare invece di ubbidirmi si mise a saltare come una invasata a destra e a sinistra fissandomi come un toro infuriato ed io mi misi a correre urlando “Vittoria Vittoria Aiuto “ e la mucca spaventatissima si mise a rincorrermi sempre saltando come impazzita (quando le mucche si comportavano cosi si diceva che sprizzavano).
Da quel giorno, quando udivo il campanaccio di una mucca, per me era come sentissi arrivare i cowboy del farwest e fuggivo in casa. Poi siccome alle 5 del pomeriggio tutte le mucche erano portate ai vari abbeveratoi, la sottoscritta si tappava in casa fino a quando ogni campanaccio non si udiva più.
So che è sciocco ,ma le mucche mi fanno ancora paura e se le fisso negli occhi, per me …………possono diventare sempre ..tori infuriati. Giorni fa c’erano le mucche che pascolavano proprio sotto il nostro prato a Sudeir ed una di loro incominciò a “sprizzare “ come una matta. Io mi ricordai della mia avventura e chiesi al Riccardo Mazzucchetti perché si comportasse cosi’. Egli mi ha detto che era una mucca giovane e “ giocherellona “(sic) e che molte si comportano cosi’e che effettivamente possono essere pericolose perché, pur senza intenzione, se ti colpiscono saltando possono buttarti per terra o farti male con le corna. Infatti ,mi diceva ,che ad agosto, quando il paese è pieno di persone che poi vanno nei prati magari proprio per fare vedere ai “bambini di città “ le mucche, preferisce portarle via perché molte di loro quando vedono un adulto magari con un sacchettino in mano ,oppure fermo a guardarle ,pensano che si voglia dare loro del sale di cui sono ghiotte e, anche se sono lontane, si lanciano di corsa giù per i prati e, siccome non sono proprio agili nella …frenata, possono diventare un pericolo vero.
Io allora, contenta di essere al sicuro sopra al muretto del giardino, ero anche contenta di sapere che, anche se esageratamente, la mia paura di una vita non era poi cosi’sciocca.

Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

 

Ottobre

Nella mia memoria Ottobre non occupa un posto speciale. E’ un mese senza ricordi particolari.
Certamente era il mese in cui incominciavano le lezioni a scuola e , a seconda degli anni , i giorni di questo mese furono di angoscia ,di curiosità , di impegno , di interesse ed anche di divertimento.
Poiché i ricordi scritti in questi racconti non hanno un ordine cronologico, gli avvenimenti narrati possono essere la somma di cose successe o viste in anni diversi.
A Piaro in ottobre non succedeva nulla di nuovo se non l’imbiondirsi delle foglie e le giornate con l’odore della nebbia e il profumo delle prime castagne bollite che mangiavamo poi ogni sera. Sui monti c’era il primo cappuccio di neve ed i camini fumavano grigi. Il buio scendeva presto ed il letto ci attendeva con le prime lenzuola intiepidite dallo scaldaletto o dalla bottiglia di gomma riempita di acqua calda. Il papà continuava il suo lavoro di “buscarin “ con gli zii ed altri uomini fin quando il tempo lo permetteva .C' era il filo della teleferica che partiva dal Campello e finiva nel nostro orto (ora distrutto per la costruzione della Panoramica ).
Nell'orto appunto c'era la “batua “ cioè l'arrivo del fascio di legna che scendeva lungo il filo scivolando appeso a ganci speciali che avevano rotelle che sfregavano sul filo. Il fascio di legna si chiamava “balin” e lo facevano partire dall'inizio del filo quando da sotto ne segnalavano la sicurezza dell'arrivo. Per dare questo segnale ,gli uomini alla “batua “ battevano 3 colpi sul filo e poi si allontanavano in fretta per evitare un incidente nel caso il fascio fosse rimbalzato oltre la fermata invece che completare la velocità contro l'ostacolo preparato. Poi in piazza c'erano pile di legna accatastate con arte. Tronchi ,mezzi tronchi , rami grossi e più piccoli e, a lato, mucchi di fascine dove ,qualche volta, le galline scappavano a fare le uova.
Allora ,quasi in continuazione,cioè due volte al giorno ,arrivavano carretti trainati da cavalli per caricare la legna venduta. Quando arrivavano,i cavalli bevevano alla fontana e poi spesso davano loro un po' di fieno da mangiare. Ogni tanto sbuffavano dal naso e poi lasciavano ....cadere le “brelle” che non capivamo perchè fossero ....rotonde . Noi ragazzi conoscevamo, in particolare ,due di questi animali “il bruno e la gina “che erano due cavalli di Campiglia che facevano servizio di traspoto merci con il loro padrone il “LINCO” che parlava con una voce roca che Dado Gaia sa ancora imitare benissimo e quando ci ritroviamo gliela facciamo rifare per farci una bella risata ,ma in fondo con un po' di commozione nel ricordare quei tempi di cui vorremmo trasmettere la semplice ricchezza che ci hanno lasciato.
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

 

NOVEMBRE

Un racconto al mese

Aspettavo questo mese perché per i Santi si facevano fare le scarpe nuove e la sarta finiva il cappotto per l’inverno.
Non vedevo l’ora di poter indossare questi nuovi indumenti, le scarpe soprattutto perché erano quelle della festa. Il cappotto poteva essere quello rivoltato della mamma e cosi’, con i bottoni applicati sulle asole cucite, sembrava sempre nuovo anche perché al rovescio non si vedeva il segno dell’orlo o, se si fosse visto, si copriva con una impuntura. Il mio cappotto più bello (a me sembrava una pelliccia) era marmorizzato con puntini marroni e grigi: era bellissimo. Ricordo un 1° Novembre quanto male ebbi ai piedi percorrendo l’èr già spruzzato di neve con le scarpe nuove che avevo insistito di calzare, per capriccio, al posto degli scarponi più adatti alla condizione della strada in quel giorno. A Campiglia infatti la neve era una poltiglia bagnata (luzza) e mi trovai con i piedi bagnati e freddi.
Il giorno dei Santi tutti si scendeva con i parenti a Campiglia per recarsi al cimitero a fiorire le tombe. Avevamo tra le braccia fasci di crisantemi che la mamma aveva coltivato con cura in giardino. La qualità con i fiori più grandi servivano per le lapidi sul muro che erano quelle del nonno Battista, delle bisnonne Costanza e Caterina, del trisavolo Pietro. I crisantemi a fiore piccolo servivano ad ornare la tomba della prozia Lucia (gnigna Liscia che era la zia del mio papà che non aveva potuto sposarsi perché aveva i piedi piatti e non avrebbe potuto camminare su e giù per i prati e i boschi e divenne cosi’ un’abile filatrice di canapa, famosa in tutta l’alta valle ).
Mi piace ricordare come il mio papà o a volte lo zio o noi sorelle ornavamo quella tomba fra l’erba. Si toglieva l’erba si faceva una specie di cuscino di sabbia che si bordava infilando tutt’intorno i fiorellini e poi al centro si disegnava una croce sempre con i fiori ma magari di colore diverso. Aveva una lapide di marmo bianco con scolpita una croce nera dove la scritta Lampo Lucia era scolorita dal tempo. Ora anche le spoglie della gnigna Lucia sono raccolte nella cappella funebre che il papà fece costruire dopo la morte della mia mamma.
Dopo aver messo a posto i fiori si andava a messa e poi con la processione si ritornava al cimitero. Fu proprio in un giorno dei Santi che, arrivati in fondo all’er, incontrammo un signore che stava salendo con un telegramma per noi : era morta la zia Leda, la moglie del nostro zio Diego che lavorava a Catania e non lo sapeva ancora. Ritornammo di corsa a Piaro (allora riuscivamo a percorrerlo anche in 10 minuti). Portammo la notizia alla nonna e poi di nuovo a Campiglia per telegrafare in Sicilia. Ricordo che lo zio arrivò in aereo e che continuava a dire che se l’aereo fosse precipitato per lui sarebbe stato meglio. Alla sera dei Santi si recitava la corona. La nonna recitava le ave maria,noi rispondevamo ed anche gli uomini,come vergognandosi l’un l’altro , borbottavano qualcosa terminando con “amen”. Ad un certo punto del rosario (3 corone ) la nonna ricordava i morti dell’Olga, che era la mia mamma e che aveva tutte le tombe dei suoi morti lontano, a Sambonifacio. Io guardavo la mia mamma e la vedevo piangere.
Poi si mangiavano le castagne bollite, ma quelle, veramente, si mangiavano ogni sera, scottandosi le dita nello sbucciarle dopo averne inciso la buccia coi denti.
A Novembre avevo un gran daffare. Il mio compito era quello di andare a raccogliere le castagne e le noci due volte al giorno. Il castagno più “sciaregn” (cioè il primo a far cadere i suoi frutti ) era quello della Giuliana nel cios. A lei chiedevamo il permesso per andare a raccoglierne quanto bastava per fare la prima padellata di caldarroste (plinne). Alcuni prati erano scoscesi e le castagne rotolavano tutte in fondo dove il mio papà o lo zio avevano costruito una specie di diga con felci e foglie al limite dei nostri confini per agevolarmi la raccolta. Mi piaceva raccogliere le castagne, a volte, anche due ceste. Le vedevo occhieggiare lucide tra le foglie o ancora nei ricci da dove le facevo uscire con una leggera pressione del piede. Mentre le raccoglievo altre cadevano con un tonfo qua e là quasi a richiamarmi a giocare a nascondino con loro.
Per le noci mi macchiavo le dita col mallo e ne facevo grandi scorpacciate mentre erano ancora fresche e ricche di olio tanto che, alcune volte, mi pizzicava la lingua. Arrivata a casa portavo le ceste in soffitta ”spezzacà” dove le allargavo sull’impiantito perché asciugassero. Erano la nostra frutta, anzi il nostro cibo, per tutto l’inverno. Ora le castagne non si raccolgono più. Solo alcune automobili si fermano e, qualche volta , la gente le raccoglie sulla strada, ma la maggior parte delle persone fa la fila ai giardini dove le trova già cotte.
In ogni paese, di questa stagione ci sono grandi castagnate per raccogliere soldi ma il gusto non piace nemmeno più a tutti.
Le castagne bianche, cioè seccate e ripulite della buccia e della sansa, nessuno le sa più cuocere ed offrire.
Che peccato !
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

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DICEMBRE

Un racconto al mese

Già dal primo giorno di Dicembre si aspettava il Natale. Il mio papà aveva già adocchiato ,nel bosco comunale, un piccolo abete a cui poter tagliare la cima per fare l’albero natalizio e,sempre lui, andava a raccogliere il muschio per allestire il presepio.
Mi ricordo una vigilia di Natale quando mi prese con se’ per andare nel bosco a tagliare l’abete: era già sera ed, al ritorno , io camminavo dietro di lui e continuavo a guardarmi intorno perché avevo paura del buio del bosco che mi sfiorava le spalle. Mi ricordai della paura di quella tarda sera , durante l’ultimo periodo della sua vita , quando fu lui ad avere paura di rimanere solo e, pur burbero, mi guardava, implorandomi con lo sguardo di non andarmene e di lasciarlo solo alla notte.
La preparazione dell’albero e l’allestimento del presepio erano lavori suoi. Portava un grosso vaso in sala, lo riempiva di terra, vi conficcava l’abete e lo fissava bene non so in quale modo. La stanza che per noi era la “sala “ era ed è quella in cui ci sono ancora adesso le belle fotografie dei miei antenati . Poi bisognava disporre le candeline di cera (non c’erano fili elettrici ) fissandole sui rami con delle pinzette apposta ma disponendole con molta attenzione perchè andavano accese alla vigilia di Natale ed alle successive sere di festa, e si accendevano con i fiammiferi perciò bisognava stare molto attenti per non causare fiamme pericolose.
Poi c’era il presepio. Quello lo si allestiva insieme ed era un impegno festoso. Lo scartare i personaggi, il decidere dove metterli, immaginare i loro discorsi , i loro pensieri era come porre i nostri pensieri su quel muschio, i nostri desideri e le nostre attese. Erano una preghiera. Quando fui un po’ più grandicella la mia gioia era quella di poter partecipare alla Messa di mezzanotte. Noi ragazze ci si trovava dopo cena nell’ultima casa del paese (dalla Giorgina ) e si giocava a carte, a battaglia navale, al gioco dell’oca fin verso le undici. Poi con le signorine più grandi, che passavano a prenderci, ci si avviava giù per l’èr dopo aver acceso i lumini ad olio per farci luce lungo la mulattiera che allora non era illuminata ed ora che lo è non serve più a nessuno.
Non c’era allora l’usanza del presepio vivente perché lo facevamo noi, scendendo da ogni frazione della valle verso la grande chiesa di Campiglia. Sono stata alcune volte invitata ad andare a vedere i “presepi viventi” ma ho sempre rifiutato l’invito perché mi pareva di sciupare la ricchezza del ricordo di quelle sere di vigilia quando scendevo lungo la mulattiera spesso coperta di neve; altre volte mentre nevicava, con nel cuore una gioia diversa da quella di tutti i giorni ed un sentimento vivissimo che solo ora mi rendo conto fosse …attesa. Certo attesa di un giorno speciale, attesa di qualche dono, nei natali di guerra attesa di un pranzo straordinario ,attesa dei canti gregoriani che avrei sentito cantare dalle donne analfabete di latino ma sapienti di semplice fede. I presepi viventi di ora sarebbero per me, se pur sacre rappresentazioni, solo spettacolo e non mi coinvolgerebbero più.
Arrivate a Campiglia la chiesa non era riscaldata, ma nessuno ci faceva caso, accaldate come eravamo per la discesa; solo una volta ricordo che la messa fu celebrata in una cappella laterale a sinistra che era chiusa da una vetrata, c’era una stufa accesa ed era piena di fumo. Al ritorno era un salire silenzioso, assonnato, dove si udiva solo lo sbattere dei chiodi degli scarponi sui ciotoli della mulattiera e se c’era neve solo silenzio ed il soffio dei respiri. Arrivata a casa bisognava addormentarsi subito fra le lenzuola ancora tenute calde dalla bottiglia con l’acqua bollente messa dalla mamma ore prima, ma non era un problema perché al mattino ci aspettavano i doni sull’albero e volevamo alzarci presto. Appena sveglia, mi vestivo ancora sotto le coperte, che la camera non era riscaldata, e giù di corsa a vedere cosa c’era appeso all’albero. I doni, per noi, erano guanti (quasi sempre muffole ad un dito) berretti, sciarpe di lana lavorate a mano (ora sono di moda ) qualche biscotto a forma di stella o a forma di luna, biscotti che aveva cotto la mamma di nascosto nei giorni precedenti. A guerra finita vi erano appesi anche qualche arancia, qualche caramella e rari omini di cioccolato.
Il regalo più bello lo trovai quando avevo quasi 12 anni; era un orologio da polso col quadrante bianco; quello fu il Natale più lungo per me perché ogni cinque minuti guardavo l’ora ed il tempo non passava mai. Mi chiesi tante volte come mai mi fosse stato fatto un regalo cosi’ importante e costoso, ma poi capii che mi sarebbe servito a non perdere autobus e tram quando mi fossi recata a scuola da sola.
Poi c’era il pranzo natalizio. La mia mamma era una brava cuoca e faceva gli agnolotti con la pasta tirata a mano con un lunghissimo matterello e quando la sfoglia era tirata a dovere pendeva ad asciugare dai quattro lati della tavola. Però, durante la guerra la farina bianca non si trovava, bisognava scendere fino oltre Biella “alla raf” si diceva, cioè al mercato nero e ciò era molto pericoloso per gli uomini e faticoso per le strade da percorrere a piedi per le donne. Gli uomini potevano imbattersi in partigiani o in truppe tedesche e venire requisiti. Percio’, in tempo di guerra, a Natale si mangiava il risotto. Ricordo che la prima cucchiaiata la si dava alle pollastre perché, diceva la mia nonna, avrebbero fatto prima le uova che allora erano molto preziose. Ma il piatto che aspettavo di più era l’antipasto che si mangiava solo a Natale ed per S. Antonio. C’era il prosciutto cotto e crudo e i riccioli fatti col burro . Aspettavamo con ansia il momento in cui sia il papà che la mamma trovavano sotto il piatto la nostra letterina di Natale con i nostri auguri per loro, dove chiedevamo perdono per le nostre disubbidienze, promettendo di essere più brave e ringraziandoli del bene che ci volevano e dei loro sacrifici per noi. Da tempo questo non si fa più. Si scrivono lettere a Gesù Bambino, caso mai, per chiedere cose, cose , cose. Sembra che tutto ci sia dovuto, che i genitori non compiano più sacrifici per i figli e che i figli non debbano mai dire grazie. E, sebbene sia vero che alcune situazioni sono ora agevolate e più facili per tutti , i sacrifici dei nostri padri e madri sono e saranno sempre proporzionati all’amore che hanno per noi. Di questo amore ce ne accorgeremo quando ne sperimenteremo la mancanza ed allora non potremo più ringraziarli. Io sono contenta di averlo fatto e scritto, dietro l’insegnamento di qualcuno, almeno nei miei anni di infanzia. Tutte le sere speravamo di svegliarci e di trovare la neve il mattino dopo e se i grandi, guardando il cielo, dicevano: ”a fiocca ancù nen “ andavamo a letto imbronciate. Ora penso che non era giusto toglierci cosi’ , con due parole la , gioia dell’attesa .
Un racconto al mese di Anita Berchi Gaia (Piaro)

NEVICATA

La sentivi già nel profumo dell'aria la sera prima . Aria di neve.
Il cielo sopra la Mologna era una coperta di un grigio uniforme , liscio come non fosse fatto di nubi. Andavo a letto contenta. Mi rannicchiavo tra le lenzuola di canapa tiepide di scaldaletto e attendevo il risveglio. Che gioia quando riaprivo gli occhi , tendere l'orecchio fuori dalle coperte e sentire...... ..il silenzio della neve !! Ogni mattina mi svegliavo nel silenzio, ma nelle mattine di neve c'era un altro silenzio. Solo i pettirossi cinguettavano, a tratti , accanto alle finestre sospesi sui fili della luce che erano a pochi metri dalle mie persiane. Poi attendevo . Attendevo di udire il passo di qualcuno sulla mulattiera e dal suono più o meno ovattato cercavo di sapere se la neve era più o meno alta . Attendevo di udire il raschiare della prima pala sui ciottoli ed allora capivo che la neve era già alta ; oppure il leggero strusciare della scopa di frasche se la neve era poca, , soffice e farinosa .
Alcune nevicate erano abbondanti , perchè la neve era caduta per tutta la notte e bisognava toglierla con la pala ugualmente. Nello Casale mi disse che in questo caso, prima di mettersi a spalare bisognava ungere la pala con la cotica del lardo perchè la neve non rimanesse appiccicata col gelo al metallo e non si riuscisse a staccarla (questo particolare lo ricorda anche in una delle sue bellissime poesie ). Questo particolare io non lo avevo mai notato.
Mi vestivo in fretta, scendevo in cucina , bevevo il caffelatte, mi coprivo bene ed uscivo ad ammirare quella .... meraviglia . Se la neve stava ancora cadendo,a volte continuava ininterrottamente per tutto il giorno, per prima cosa tiravo fuori la lingua per sentirvi arriva re sopra i fiocchi che cercavo di acchiappare , ma non ci riuscivo mai perchè il mio fiato li scioglieva prima. Mi guardavo attorno e tutto era un incanto : i rami dei faggi,le fronde dei cespugli , i rombi delle reti metalliche erano ora pizzi , ora frange ed i fili della luce erano resi in visibili da una fodera tonda che cadeva a tratti senza un tonfo , senza un preavviso. I prati sembravano tutti guance gonfie. Poi c'era il divertimento delle orme. Per prima cosa andavo a camminare sulla neve ancora intatta e mi voltavo ad ogni passo per vedere l'orma dei miei scarponi chiodati ,ma se la neve era troppo asciutta rimaneva appiccicata alla suola ed il disegno era sciupato. Quando fu il tempo delle scarpe col “ vibram “ che belle impronte riuscivo a lasciare !!
Ma c'erano altre orme da cercare : quelle dei gatti ; le seguivo e poi ad un tratto scomparivano all'improvviso se il micio saltava su di un muretto e cambiava direzione .Chi ha notato qualche volta le impronte sulla neve degli uccellini? Sono come tre raggi che par tono da un unico punto ed avanzano a due a due. Durante la mattinata , a poco a poco , era tutto un raschiare di pale poiché ognuno liberava dalla neve la parte di strada lungo i i confini della propria casa. Ad un certo punto suonava la campana . Allora tutti, uno per famiglia , chi prima chi dopo, si avviavano ,con la pala in spalla , a ripulire il lotto assegnatoli lungo la mulattiera che andava a Campiglia. Mi pare che ci fossero due o tre ore di tempo. Qualcuno approfittava per recarsi fino al capoluogo e fare la spesa ed allora si muoveva per ultimo per trovare più strada pulita. Su questa pulizia nascevano spesso discussioni su chi non era scrupoloso nel lavoro e lasciava sui ciottoli una crosta di neve che poi diventava scivolosa gelando, oppure su chi non “spazzava” la neve nei tempi prescritti .C'era poi un “personaggio” il “ Tre Breie” ( guai se si sentiva chiamato cosi' ,infatti il suo nome vero era Allara Roan Umberto ) che non si sognava nemmeno di ripulire il suo pezzo di mulattiera e ne spiegava il perchè con una motivazione ....filosofica ! Egli riteneva che nella vita c'erano tre cose inutili da compiere : “ spazzè la fiocca ,basgiulè i nusit e mazzese “ perchè tutte e tre le cose avvengono senza che l'uomo debba intervenire .
Poi in paese la neve era di nuovo in silenzio ,pareva ascoltare il saluto della sua madre e sorella , potente e sinuosa ; infatti ogni fiocco tenendosi lontano dai camini che fumavano grigi si addormentava sui tetti al canto delle fontane.
Anita Gaia Maretta

 

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Reis

Radici

I su nen par chi l'è a dla cità
che efet ai faga ancù
passè sutta la cà antè ca l'è nasü.

As capis che nen tücc ian la furtüñña
d'avei, tan me mi, an pais ca i fa
da cüñña.

Avei an lecc ad nos da pudei fè vegghe
e di:
"mi, cara gent, iù ancaminà da qui".

Avei baivü n'tla piazza, tüt al sun
ad la funtañña
da viseme dal so cant quant iera
luntañña.

Avei l'èr, pistà cun fiocca e sol,
cun fam o peira da perde la curriera
can ricugnes ancurra ades quant i lu uard
pera par pera.

Mi pos sente ancù dal roc a dla cappella
la vos a dla mia mamma
che a la matin, al tup, am cumpagnava
e am gavava al frecc pü dal palto d' lañña.

Iù adcò la scira dla mia gent, ca la smia
mai cambiè
perchè adcò la mia ghigna, agnant veggia
ai và daprè.

Chi ca po visese dal frecc al men, al
lavatoio, la matin bunora
dià scapin, dal scistun,dla canva distià,
l'è tan me mi na sgnora
parchè si robbe, par mi, ian tütte an peis
par mi, ca an Pièr,iu gnente;
iù mac al reis.

Anita Berchi Gaia Maretta

Non so per chi è della città
che effetto gli faccia ancora
passare sotto la casa dove è nato.

Si capisce che non tutti hanno la fortuna
d'avere, come me, un paese che gli fa da culla.

Avere un letto di noce da poter far vedere e dire:
"Io, cara gente, ho incominciato da qui".

Aver bevuto nella piazza tutto il suono della fontana
da ricordarmi del suo canto quando ero lontana.

Avere l' "er" calpestato con neve e sole,
con fame o paura di perdere la corriera
che mi riconosce ancora adesso quando lo guardo
pietra per pietra.


Io posso sentire ancora dal "roc" della cappella la voce della
mia mamma
che al mattino, al buio, mi accompagnava e mi toglieva il fred-
do più del cappotto di lana.

Ho anche il viso della mia gente che non sembra mai cambiare
perchè anche la mia faccia, diventando vecchia,
gli va appresso.

Chi può ricordarsi del freddo alle mani,
al lavatoio, al mattino presto,
degli "scapin", della gerla, della canapa sfilata,
è come me una signora
perchè queste cose, per me, han tutte un peso,
per me che a Piaro non ho niente;
ho solo le radici.