1° Episodio. La nostra infanzia 1925-1935
Correva l’anno del Signore 1925 quando mio padre acquistò dalla Sirena la casa di Surtun e allora avevo cinque anni.
Quando ero piccolo, ricordo per averlo sentito raccontare, le mie zie Betta e Tugnina, mi mettevano a dormire in mezzo ai covoni di fieno con grande disappunto di mia madre. All’età di sei anni il mio pensiero va ancora oggi a quel mattino di giugno quando col Pio Guidetti, di un anno più giovane, vedemmo portare su una gerla la cassa per il funerale di mio nonno materno Paolo. La donna che la portava veniva su pian piano dalla “Cappelletta”. Ancor prima, in primavera, avevo assistito alla sostituzione delle grondaie e alla posa della rete metallica sul muretto dell’orto, i primi lavori di una lunga serie che continuò per tanti anni.
A mio padre, nativo di Rialmosso, piaceva Sassaia e quando capitò l’occasione rinunciò al suo paese ed io mi trovai bene in una casa grande e con tanto spazio attorno a disposizione. Passavo ore nel rustico a giocare con l’altalena specialmente nelle giornate piovose e a settembre, allungando le mani dal ballatoio di legno verso il Sulin, con l’aiuto di un bastone, raccoglievo le noci da un grande albero che si ergeva davanti.
C’era nel rustico un cassone di legno ed io facevo fatica ad alzare il coperchio per prendere le bocce che un giorno avevo trovato dentro. Erano un po’ grosse per le mie manine e poi quasi tutte quadre od ovali, ma furono le prime che usammo per giocare alla “Rugia”.
Partite a non finire e guai pure! Quando giocavamo con il muro di casa Guidetti da Roma, di spalle, si andava a colpire sovente il muro e la porta della chiesa e viceversa si andava a sbattere contro la casa dei Romani e addio intonaco! Zia Betta, ogni tanto, portava su da Campiglia un po’ di cemento e faceva i rappezzi.
E non crediate che le difficoltà si fermassero qui.
C’era la gente di Sassaia che passava per di qua e per di là e di conseguenza il gioco veniva interrotto e, allora, si ripiegava alle biglie, belle a colori vivaci di cui alcune anche di vetro. Le avevo portate da Torino racchiuse dentro una scatola di cartone stretta e lunga e si giocava a triangolo, alla pista, contro il solito muro e sempre tutto il dì in piazza.
Eravamo in tre, il trio P.P.P. e precisamente, Pietro lo scrivente del 1920, Pio Guidetti fratello della Irma del 1921 ed il cugino Paolo figlio della zia Betta del 1923. Io venivo su da Torino appena finite le scuole e portavo le novità, gli altri due erano residenti e mi svelavano le loro esperienze.
A parte l’Angela Mattasoglio del 1919 e la Rosina Martinero del 1913, accodatasi in seguito, con tutti gli altri non ci frequentavamo per ovvi motivi di età, o perché troppo piccoli o troppo più anziani allora. Ci vollero parecchi anni prima di riuscire a formare un vero squadrone raggruppando attorno a noi cinque quelli nati dopo di noi e cresciuti quanto bastava ed i cosiddetti forestieri che venivano su dai paesi vicini.
Passarono gli anni o, per meglio dire, le estati e vennero le prime confidenze. Fu con non poca meraviglia che un giorno appena giunto da Torino, forse a dodici o tredici anni, venni a sapere dal Pio come nascevano i bambini.
Eravamo come al solito alla Rugia ed il Pio, riuscito a svignarsela da papà Silvestro che lo voleva a “Susele di sopra” per il pascolo, mi raccontò che quando la donna voleva un figlio si accovacciava a terra, come le galline alla cova, passandosi sotto più volte una bella fotografia e per meglio essere persuasivo si mise a fare ampi gesti ginnici a riprova di quanto svelato. Per uno come me arrivato fresco fresco dalla città fu uno smacco e per un po’ considerai il Pio veramente grande!
Gli incarichi poco piacevoli che negli anni Trenta ci venivano affidati da casa era quello dell’acqua fresca da andare a prendere a Susele con il fiasco.
Noi tempo per questo servizio ne avevamo poco e così il più delle volte si prendeva l’acqua giù alla “Funtana”, sotto il gioco di bocce, oppure addirittura al “Causciun” se eravamo in ritardo. Non mancava mai l’ornamento di una foglia verde attorno al fiasco!
E poi ogni anno, appena arrivati da Torino, c’era l’erba da togliere cresciuta nella mia piazzetta fra una pietra e l’altra e quello era compito mio, seduto per terra, alle prese con un coltellino. Pressato dalla cricca già in giro ero un fulmine!
Cosa facevano gli anziani in paese negli anni Trenta? Diciamo per prima cosa che fondarono un primo circolo con sede giù a Sartun dai Baruzzi nell’ultima loro casa davanti all’orto. Lo chiamarono Circolo Stella e ancora oggi fa bella mostra appeso nella Taverna della Bürsch un quadro disegnato dall’Italo.
Facevano cene, anche a San Silvestro, balli con la “Turgia”, una sorta di organino a manovella con un tamburo dove erano incise le musiche ballabili di allora, valzer, marce, polche e mazurche.
A volte c’era la musica con il Mario Catella al violino e chitarra, l’Ernesto Baruzzi col bengio, il Cristina con la chitarra e il Vico dal “Grup” con fisarmonica.
All’età di dieci anni circa fui chiamato anch’io qualche volta con il violino. Fin da piccolo avevo imparato il solfeggio sulle ginocchia di un ciabattino, di via Lagrange 43 dove abitavo, che suonava la fisa e le male lingue dicevano che era sempre la solita.
Mio padre mi comperò il violino e mi mandò a lezione da un professore d’orchestra che suonava al caffè “Lagrange” ed abitava nell’altra scala.
Io non gradivo studiare il metodo con tutte quelle scale su e giù, mosso – andante mosso e così via ed allora, a casa, suonavo le musichette di allora come “Valencia”, “Violino Tzigano”, “Tango delle Capinere” ed altre senza trarre profitto dalle lezioni .
Ma poi ci trasferimmo in via Giolitti (ex via M. Gioda) e dovetti lasciare il maestro, ma intanto il circolo Stella era stato sciolto anche perché parmi ricordare che le leggi fasciste del tempo non permettevano più simili organizzazioni se non quelle dopolavoristiche ed ovviamente politiche.
I soci, fra cui mio padre, si distribuirono l’arredamento ed a noi toccò una sedia!
Ma la musica a Sassaia era una tradizione e continuò in casa di qualcuno ed io ricordo nel 1932 le suonatine che facevo con mio zio Raffaele, arrivato dalla Francia in convalescenza, con il mandolino che stavo imparando.
Andavano di moda i valzer come “Speranze perdute” e “Sopra le onde”, le canzonette come “Stramilano”, “Zic e pac e zic e puc”, senza dimenticare la celebre marcia “En giro al Sass” che apriva e concludeva i nostri concerti.
Molte di queste canzoni si sentono ancora oggi nei programmi televisivi.
Altro diversivo di quel tempo e anche dopo era il gioco delle bocce costruito nel 1929 e prolungato nel 1935 con la posa della rete verso il prato della Irma.
Ebbe così termine quello stenuante lavoro di noi tre Pietro, Pio e Paolo, impegnati al pomeriggio della domenica a correre dietro le bocce che, scavalcate le basse tavole, rotolavano giù lungo il pendio fino al rio.
Quante corse, ragazzi, giù per quel prato, specie quando si trattava del pallino, per vedere dopo la curva dove andavano a finire!
A volte si setacciavano le foglie secche e marce del rio “Funtana” per delle ore anche il giorno dopo, ma non ne perdevamo una!
Per premio ci davano una bottiglietta di “gazosa”, quelle famose con la biglia di vetro, e ci permettevano di giocare nei giorni feriali e noi passavamo ore con interminabili tornei a tre, oppure gare di tiro al volo ai cento. Conoscevamo il campo come le nostre tasche, sovente bucate, ed a volte si univano i fratelli Ettore e Meo Prario dei Borghesi e mio cugino Franco Guidetti di Oriososso.
Il giorno del prolungamento del gioco bocce ormai portato a termine fu festeggiato con tanto di corteo, bandiera e musica in testa, danze e abbondanti bevute. Misero a disposizione una damigiana con tanto di gomma e rubinetto!
In seguito vennero fatti altri lavori e per restare in argomento ne faccio subito menzione, anche se avvennero più in là. Fu costruito il muretto a monte con “cantun” recuperati dalla demolizione del “vot di cadavian” e trasportati in sito da noi giovani con la barella. Vennero sostituite le tavole di legno di recinzione con quelle acquistate a Piaro, compreso un grosso rullo di pietra, ancora oggi in dotazione, che trasportammo con non pochi sforzi lungo il sentiero che univa allora i nostri paesi.
Vincemmo la scommessa con il Mario Catella e alla sera si festeggiò con una bella bevuta a base di vernaccia!
Ma ritorniamo al tempo in cui avevo quattordici o quindici anni. Volete sapere cosa succedeva allora in Italia?
Vi racconterò succintamente due episodi, di cui la vera storia l’ho letta sui libri tanti anni dopo, e questo perché in quei tempi io ero ragazzino e le notizie che ci comunicavano erano soltanto di fonte fascista.
Nel luglio del 1934 agenti nazisti di Hitler, cancelliere tedesco, vestiti con uniformi austriache avevano fatto irruzione nel Salone del Congresso di Vienna e ucciso il cancelliere austriaco Dollfuss sparandogli a bruciapelo alla gola. Toccò a Mussolini, che in quei giorni ospitava la moglie ed i figli in una villa vicino a Riccione, l’ingrato compito di dare la dolorosa notizia alla vedova, ma contemporaneamente mobilitò quattro divisioni da inviare al Brennero. Hitler, ormai padrone della Germania, giudicò non fosse ancora il momento di annettersi l’Austria e rinunciò ad inneggiare alla caduta di Dollfuss dando alle agenzie di stampa una versione diversa da quella che avrebbe voluto. Era solo questione di tempo!
Si legge in alcuni libri di storia che quella sera tardi Mussolini, mentre a capotavola arrotolava sulla forchetta i lunghi nastrini delle tagliatelle, guardando la moglie Rachele ed i figli Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria disse assai preoccupato: «Credo sia finita la pace, ci vogliono i buoni cannoni!».
E fu così veramente con la sola differenza che lui scelse l’alleato sbagliato e ci trovammo con cattivi cannoni.
Il secondo episodio è dell’estate successiva, quando a Roma all’“Hotel Excelsior” si svolse un banchetto ufficiale con una delegazione inglese guidata da Robert Anthony Eden ministro delegato britannico alla Società delle Nazioni (ora ONU). Lo scopo del ministro Eden era un tentativo in extremis di dissuadere il Duce dal muovere guerra all’Etiopia, ultimo regno indipendente africano. Mussolini però era ormai deciso a procurarsi in Africa un posto al sole ed alle proposte inglesi per alcune rettifiche di frontiera a suo favore rispose seccamente che non era un collezionista di deserti. E fu così che dopo pochi anni di trionfi e duri sacrifici perdemmo anche questi.
E noi poveri tapini cosa credete sapessimo in quelle due estati a Sassaia? Quel che ci passava il convento!
Quando a luglio si tagliava il fieno nel Canal e al pomeriggio, in attesa si seccasse, leggevo con lo zio Costantino la Stampa che ci portava ogni giorno l’Aurora da Quittengo, l’unico nostro interesse era per il “Tour de France” gioiendo se qualche corridore italiano vinceva la tappa.
Allora avevamo un certo Di Paco, un po’ matto, capace di vincere un giorno la tappa e all’indomani perdere mezz’ora.
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