“LE VACANZE SASSAIESI DI BOFFA PEDRO PIETRO”
Classe 1920
Periodo: 1925-1989

11 Episodi che verranno pubblicati a cadenza quindicinale
Prologo
Capitolo Primo
Capitolo Secondo
Capitolo Terzo
   

 

Prologo

Questa è la storia di Sassaia (comune Quittengo) vacanziera e dei suoi abitanti che per il sottoscritto è iniziata nel 1925 quando avevo cinque anni e terminata, si fa per dire, in questo racconto in undici puntate, fino al 1989. Non mi è stato possibile dilungarmi in certi periodi per essere trascorso troppo tempo ed è venuto meno l’apporto degli anziani scomparsi.
Il teatro di Sassaia è stato sempre presente per tradizione e io lo ricordo negli anni Trenta nella piazzetta del paese (la Rugia) su un palco improvvisato, oppure in casa Catella. Noi della nostra era ne abbiamo seguito l’esempio per tanti anni ed io in queste memorie ne parlerò molto.
Dopo di noi ci hanno provato i nostri giovani ma poi la vita è cambiata e sono rimasto solo con l’Augusto Baruzzi!.
Ho suddiviso il racconto in tre periodi:
1° La nostra infanzia 1925-1935
2° La nostra gioventù 1936-1942
3° Il post guerra 1945-1958
4° La nostra maturità 1959-1969
5° I nostri divertimenti comunitari 1970-1980
6° Le nuove leve 1981-1989
7° Epilogo
L’anno 1989 fu quello conclusivo e poiché quello era l’anno dei Gemelli, il mio, spero essere riuscito nell’intento. In quel periodo sono transitati Giove, fautore di un clima caldo, espansivo, positivo, Plutone pianeta dalla carica vitale e creativa il che, malgrado tutto, lascia ben sperare!


1° Episodio. La nostra infanzia 1925-1935

Correva l’anno del Signore 1925 quando mio padre acquistò dalla Sirena la casa di Surtun e allora avevo cinque anni.
Quando ero piccolo, ricordo per averlo sentito raccontare, le mie zie Betta e Tugnina, mi mettevano a dormire in mezzo ai covoni di fieno con grande disappunto di mia madre. All’età di sei anni il mio pensiero va ancora oggi a quel mattino di giugno quando col Pio Guidetti, di un anno più giovane, vedemmo portare su una gerla la cassa per il funerale di mio nonno materno Paolo. La donna che la portava veniva su pian piano dalla “Cappelletta”. Ancor prima, in primavera, avevo assistito alla sostituzione delle grondaie e alla posa della rete metallica sul muretto dell’orto, i primi lavori di una lunga serie che continuò per tanti anni.
A mio padre, nativo di Rialmosso, piaceva Sassaia e quando capitò l’occasione rinunciò al suo paese ed io mi trovai bene in una casa grande e con tanto spazio attorno a disposizione. Passavo ore nel rustico a giocare con l’altalena specialmente nelle giornate piovose e a settembre, allungando le mani dal ballatoio di legno verso il Sulin, con l’aiuto di un bastone, raccoglievo le noci da un grande albero che si ergeva davanti.
C’era nel rustico un cassone di legno ed io facevo fatica ad alzare il coperchio per prendere le bocce che un giorno avevo trovato dentro. Erano un po’ grosse per le mie manine e poi quasi tutte quadre od ovali, ma furono le prime che usammo per giocare alla “Rugia”.
Partite a non finire e guai pure! Quando giocavamo con il muro di casa Guidetti da Roma, di spalle, si andava a colpire sovente il muro e la porta della chiesa e viceversa si andava a sbattere contro la casa dei Romani e addio intonaco! Zia Betta, ogni tanto, portava su da Campiglia un po’ di cemento e faceva i rappezzi.
E non crediate che le difficoltà si fermassero qui.
C’era la gente di Sassaia che passava per di qua e per di là e di conseguenza il gioco veniva interrotto e, allora, si ripiegava alle biglie, belle a colori vivaci di cui alcune anche di vetro. Le avevo portate da Torino racchiuse dentro una scatola di cartone stretta e lunga e si giocava a triangolo, alla pista, contro il solito muro e sempre tutto il dì in piazza.
Eravamo in tre, il trio P.P.P. e precisamente, Pietro lo scrivente del 1920, Pio Guidetti fratello della Irma del 1921 ed il cugino Paolo figlio della zia Betta del 1923. Io venivo su da Torino appena finite le scuole e portavo le novità, gli altri due erano residenti e mi svelavano le loro esperienze.
A parte l’Angela Mattasoglio del 1919 e la Rosina Martinero del 1913, accodatasi in seguito, con tutti gli altri non ci frequentavamo per ovvi motivi di età, o perché troppo piccoli o troppo più anziani allora. Ci vollero parecchi anni prima di riuscire a formare un vero squadrone raggruppando attorno a noi cinque quelli nati dopo di noi e cresciuti quanto bastava ed i cosiddetti forestieri che venivano su dai paesi vicini.
Passarono gli anni o, per meglio dire, le estati e vennero le prime confidenze. Fu con non poca meraviglia che un giorno appena giunto da Torino, forse a dodici o tredici anni, venni a sapere dal Pio come nascevano i bambini.
Eravamo come al solito alla Rugia ed il Pio, riuscito a svignarsela da papà Silvestro che lo voleva a “Susele di sopra” per il pascolo, mi raccontò che quando la donna voleva un figlio si accovacciava a terra, come le galline alla cova, passandosi sotto più volte una bella fotografia e per meglio essere persuasivo si mise a fare ampi gesti ginnici a riprova di quanto svelato. Per uno come me arrivato fresco fresco dalla città fu uno smacco e per un po’ considerai il Pio veramente grande!
Gli incarichi poco piacevoli che negli anni Trenta ci venivano affidati da casa era quello dell’acqua fresca da andare a prendere a Susele con il fiasco.
Noi tempo per questo servizio ne avevamo poco e così il più delle volte si prendeva l’acqua giù alla “Funtana”, sotto il gioco di bocce, oppure addirittura al “Causciun” se eravamo in ritardo. Non mancava mai l’ornamento di una foglia verde attorno al fiasco!
E poi ogni anno, appena arrivati da Torino, c’era l’erba da togliere cresciuta nella mia piazzetta fra una pietra e l’altra e quello era compito mio, seduto per terra, alle prese con un coltellino. Pressato dalla cricca già in giro ero un fulmine!
Cosa facevano gli anziani in paese negli anni Trenta? Diciamo per prima cosa che fondarono un primo circolo con sede giù a Sartun dai Baruzzi nell’ultima loro casa davanti all’orto. Lo chiamarono Circolo Stella e ancora oggi fa bella mostra appeso nella Taverna della Bürsch un quadro disegnato dall’Italo.
Facevano cene, anche a San Silvestro, balli con la “Turgia”, una sorta di organino a manovella con un tamburo dove erano incise le musiche ballabili di allora, valzer, marce, polche e mazurche.
A volte c’era la musica con il Mario Catella al violino e chitarra, l’Ernesto Baruzzi col bengio, il Cristina con la chitarra e il Vico dal “Grup” con fisarmonica.
All’età di dieci anni circa fui chiamato anch’io qualche volta con il violino. Fin da piccolo avevo imparato il solfeggio sulle ginocchia di un ciabattino, di via Lagrange 43 dove abitavo, che suonava la fisa e le male lingue dicevano che era sempre la solita.
Mio padre mi comperò il violino e mi mandò a lezione da un professore d’orchestra che suonava al caffè “Lagrange” ed abitava nell’altra scala.
Io non gradivo studiare il metodo con tutte quelle scale su e giù, mosso – andante mosso e così via ed allora, a casa, suonavo le musichette di allora come “Valencia”, “Violino Tzigano”, “Tango delle Capinere” ed altre senza trarre profitto dalle lezioni .
Ma poi ci trasferimmo in via Giolitti (ex via M. Gioda) e dovetti lasciare il maestro, ma intanto il circolo Stella era stato sciolto anche perché parmi ricordare che le leggi fasciste del tempo non permettevano più simili organizzazioni se non quelle dopolavoristiche ed ovviamente politiche.
I soci, fra cui mio padre, si distribuirono l’arredamento ed a noi toccò una sedia!
Ma la musica a Sassaia era una tradizione e continuò in casa di qualcuno ed io ricordo nel 1932 le suonatine che facevo con mio zio Raffaele, arrivato dalla Francia in convalescenza, con il mandolino che stavo imparando.
Andavano di moda i valzer come “Speranze perdute” e “Sopra le onde”, le canzonette come “Stramilano”, “Zic e pac e zic e puc”, senza dimenticare la celebre marcia “En giro al Sass” che apriva e concludeva i nostri concerti.
Molte di queste canzoni si sentono ancora oggi nei programmi televisivi.
Altro diversivo di quel tempo e anche dopo era il gioco delle bocce costruito nel 1929 e prolungato nel 1935 con la posa della rete verso il prato della Irma.
Ebbe così termine quello stenuante lavoro di noi tre Pietro, Pio e Paolo, impegnati al pomeriggio della domenica a correre dietro le bocce che, scavalcate le basse tavole, rotolavano giù lungo il pendio fino al rio.
Quante corse, ragazzi, giù per quel prato, specie quando si trattava del pallino, per vedere dopo la curva dove andavano a finire!
A volte si setacciavano le foglie secche e marce del rio “Funtana” per delle ore anche il giorno dopo, ma non ne perdevamo una!
Per premio ci davano una bottiglietta di “gazosa”, quelle famose con la biglia di vetro, e ci permettevano di giocare nei giorni feriali e noi passavamo ore con interminabili tornei a tre, oppure gare di tiro al volo ai cento. Conoscevamo il campo come le nostre tasche, sovente bucate, ed a volte si univano i fratelli Ettore e Meo Prario dei Borghesi e mio cugino Franco Guidetti di Oriososso.
Il giorno del prolungamento del gioco bocce ormai portato a termine fu festeggiato con tanto di corteo, bandiera e musica in testa, danze e abbondanti bevute. Misero a disposizione una damigiana con tanto di gomma e rubinetto!
In seguito vennero fatti altri lavori e per restare in argomento ne faccio subito menzione, anche se avvennero più in là. Fu costruito il muretto a monte con “cantun” recuperati dalla demolizione del “vot di cadavian” e trasportati in sito da noi giovani con la barella. Vennero sostituite le tavole di legno di recinzione con quelle acquistate a Piaro, compreso un grosso rullo di pietra, ancora oggi in dotazione, che trasportammo con non pochi sforzi lungo il sentiero che univa allora i nostri paesi.
Vincemmo la scommessa con il Mario Catella e alla sera si festeggiò con una bella bevuta a base di vernaccia!
Ma ritorniamo al tempo in cui avevo quattordici o quindici anni. Volete sapere cosa succedeva allora in Italia?
Vi racconterò succintamente due episodi, di cui la vera storia l’ho letta sui libri tanti anni dopo, e questo perché in quei tempi io ero ragazzino e le notizie che ci comunicavano erano soltanto di fonte fascista.
Nel luglio del 1934 agenti nazisti di Hitler, cancelliere tedesco, vestiti con uniformi austriache avevano fatto irruzione nel Salone del Congresso di Vienna e ucciso il cancelliere austriaco Dollfuss sparandogli a bruciapelo alla gola. Toccò a Mussolini, che in quei giorni ospitava la moglie ed i figli in una villa vicino a Riccione, l’ingrato compito di dare la dolorosa notizia alla vedova, ma contemporaneamente mobilitò quattro divisioni da inviare al Brennero. Hitler, ormai padrone della Germania, giudicò non fosse ancora il momento di annettersi l’Austria e rinunciò ad inneggiare alla caduta di Dollfuss dando alle agenzie di stampa una versione diversa da quella che avrebbe voluto. Era solo questione di tempo!
Si legge in alcuni libri di storia che quella sera tardi Mussolini, mentre a capotavola arrotolava sulla forchetta i lunghi nastrini delle tagliatelle, guardando la moglie Rachele ed i figli Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria disse assai preoccupato: «Credo sia finita la pace, ci vogliono i buoni cannoni!».
E fu così veramente con la sola differenza che lui scelse l’alleato sbagliato e ci trovammo con cattivi cannoni.
Il secondo episodio è dell’estate successiva, quando a Roma all’“Hotel Excelsior” si svolse un banchetto ufficiale con una delegazione inglese guidata da Robert Anthony Eden ministro delegato britannico alla Società delle Nazioni (ora ONU). Lo scopo del ministro Eden era un tentativo in extremis di dissuadere il Duce dal muovere guerra all’Etiopia, ultimo regno indipendente africano. Mussolini però era ormai deciso a procurarsi in Africa un posto al sole ed alle proposte inglesi per alcune rettifiche di frontiera a suo favore rispose seccamente che non era un collezionista di deserti. E fu così che dopo pochi anni di trionfi e duri sacrifici perdemmo anche questi.
E noi poveri tapini cosa credete sapessimo in quelle due estati a Sassaia? Quel che ci passava il convento!
Quando a luglio si tagliava il fieno nel Canal e al pomeriggio, in attesa si seccasse, leggevo con lo zio Costantino la Stampa che ci portava ogni giorno l’Aurora da Quittengo, l’unico nostro interesse era per il “Tour de France” gioiendo se qualche corridore italiano vinceva la tappa.
Allora avevamo un certo Di Paco, un po’ matto, capace di vincere un giorno la tappa e all’indomani perdere mezz’ora.

Segue


Capitolo secondo
La nostra gioventù 1936-1942



Con l’ingresso delle nostre truppe comandate dal Maresciallo Pietro Badoglio ad Addis Abeba alle ore 16 del 5 maggio 1936, la guerra d’Africa era ufficialmente finita.
La sera del 9 maggio il Duce da Palazzo Venezia di fronte ad una folla immensa, rivolgendosi per radio a quarantacinque milioni di italiani, dopo lo squillo delle trombe d’argento e ventun salve di cannone, annunciava al mondo intero che l’Italia aveva finalmente il suo Impero.
Io e Mario Catella aveamo imparato a suonare le canzoni dell’Africa Orientale come “Faccetta nera”, “Adua” ed altre e, quando venne l’estate, completammo il nostro repertorio.
A proposito del Mario debbo molto a lui se continuai ad appassionarmi di musica. Quando, orfani di genitori, venne a frequentare il Politecnico a Torino, stava tutti i giorni con me e fu lui a insegnarmi a suonare mandolino e chitarra. Ogni giorno, nell’intervallo fra il dopo pranzo e la scuola, si faceva della musica per essere pronti per l’estate a Sassaia.
Riparliamo della nostra gioventù trascorsa in paese. Ricomposto il trio dei “tre P” vedemmo anno per anno trasformarsi il gruppo in un vero squadrone. Da Milano veniva la famiglia Martinero nel “Druzet” con mamma Ida, per lo più i fine settimana, ed i figli Nannina, Pia, Ettore e Carla con la domestica pure giovane. Da Biella Gian Carlo e Laura Mattasoglio e l’Ada Catella. Da Biella Chiavazza i nipoti della Romilda Martinero: Meris, Flavio, Gloria e Marilda, a volte anche la Bice da Bogna. Da Campiglia ogni tanto i fratelli Meo ed Ettore, da Piaro la Delia e da altri paesi saltuariamente l’Ugo Merlo, il nipote della Vivina Gaia, l’Umberto morto giovane, ed il Marco Ogliaro da Campiglia.
Tutti quanti venivano ad aggiungersi ai residenti, l’Angela Mattasoglio, la Piera e Augusto Baruzzi, le famose Borette figlie del Bora che si chiamavano Lucia, Savina e Regina con altri vissuti pochissimo. Prima che il Cristina traslocasse da Sassaia c’era anche sua figlia Elvina, morta pure essa in giovane età, comunque eravamo proprio in tanti!
La piazzetta della Rugia era affollata, si giocava a pallone mettendo in pericolo i vetri delle finestre delle case fronteggianti e alla sera tutti a nascondersi non senza aver fatto scorrerie sugli alberi da frutta. Prese di mira erano le pere nell’orto del Catella, le ciliegie e nocciole su al causciun, le mele a Sardinscei oppure le spinelle del pizzet. Il terrazzo del Pinotto serviva per giocare alla scuola con l’Angela in funzione di maestra, nella cascina sottostante simulavamo grandi viaggi e crociere ed alla sera seduti davanti “ca zia” tutti a giocare al telefono.
Col passare degli anni incominciarono i primi vizietti del fumo. Le sigarette preferite erano le “Tre stelle”, molto aromatiche, e le “Africa Orientale” un pochino più aspre. Per non scendere a Campiglia mandavamo il “Ciocio” con il suo cestone dal “Felicin” a comperare le sigarette ed a volte anche un fiasco di vino che si beveva alla sera nel Druzet con canti e allegria.
Che serate ragazzi!
Al pomeriggio noi tre se non si giocava a bocce si andava a setacciare il torrente a pesca di trote, naturalmente con le mani ed al ritorno a casa erano sovente lavate di testa che ci attendevano da parte della mamma e zia Betta avvertiti delle nostre imprese dal messo comunale, il Gaia Aristide, che stava in paese.
Un avvenimento che attirò la nostra curiosità fu quando nell’estate del 1936 si incominciò a sentire parlare dell’acquedotto del Sele. Chi si interessò fu soprattutto il Mario Catella con lo studio accurato di un preventivo di spesa per la posa di una tubazione dalle due sorgenti di Susele, quella di sopra che si trova sul terreno di mia madre e quella di sotto della Rosa Mattasoglio (che poi era la fonte dove si prendeva l’acqua con i fiaschi) fino in paese.
Sorsero discussioni a non finire, c’erano i favorevoli e quelli contrari, fu redatto anche un piano di finanziamento sommando alle offerte in denaro le prestazioni gratuite sia per mano d’opera che per il trasporto dei materiali. Ma i conti non tornavano, occorreva un contributo, diremmo oggi, statale ed allora si interessarono le autorità comunali scrivendo persino al Capo del Governo Benito Mussolini e non se ne fece niente!
Ci vollero ancora circa trent’anni per avere con l’acquedotto l’acqua del Sele a Sassaia, acqua che ora a volte constatiamo essere pure inquinata!
Ed ora è giunto il momento di scrivere qualcosa su quei personaggi caratteristici che ogni tanto vedevi girare in paese. Uno di essi era il famoso “Flaminio” che veniva su da Campiglia dove aveva portato le “tome” e dopo una breve sosta a Sassaia proseguiva lungo il sentiero su fino alle Fontane dove aveva gli armenti, attaccato alla coda del mulo quando era alticcio. Questo suo passaggio settimanale credo ebbe termine nel 1945 ed i figli che gli succedettero non ebbero questa costanza.
Altre strane macchiette, che con i tempi moderni non si incontrano più, si avvicendavano in paese come lo stagnino per le pentole, l’arrotino per forbici e coltelli, il materassaio, l’ombrellaio, il ciabattino e il venditore di sementi. Alcuni erano veri barboni specialmente il “me ne vado” quello che risuolava le scarpe seduto dietro la mia porta giù a Surtun.
Era un angolo tranquillo, al coperto quando pioveva, spazioso non essendoci allora la panca e indisturbato perché noi vivevamo di giorno al piano di sotto e sopra si andava solo a dormire per cui la porta era sempre chiusa con il catenaccio. Quando la giornata era bella lo scarparo lavorava in piazzetta davanti la porta della Filomena.
Gli scarpari erano in verità due, l’altro era il “Giordano” che veniva da Passobreve e nella scala sociale occupava un gradino in più. Il più caratteristico credo fosse l’ombrellaio con una camicia fatta di fodere d’ombrello. Penso non avesse casa in quanto solitamente dormiva sulle foglie nella cascina vicino al Cimitero in qualunque stagione.
E poi il sementaio “Giacomo” che veniva su ogni anno ai primi di aprile con ogni tipo di sementi contenute in tanti sacchetti che vendeva a misurino. Era pure solito commerciare in “foulard” e grossi fazzoletti da naso a quadrettini bianchi e blu. In ultimo le materassaie sempre ogni anno presenti a Sassaia perché allora i materassi si facevano sul posto. Si portavano le macchine da cardare sulla gerla con il mangiare e lavoravano tutto il giorno all’aperto. Ricordo la mamma del Marian della Piana e più tardi la Tina che veniva da Rialmosso fino agli anni sessanta e poi più niente.
L’avvento dell’auto utilitaria e la fine di questo tipo di artigianato viaggiante chiuse quest’epoca ed anche i materassi come per il resto si portarono giù nei negozi e laboratori attrezzati.
E poi con gli anni anche noi crescemmo ed i giovani della mia età incominciarono a trovare svaghi fuori paese, anche facendo della musica con il Mario a Piaro. Trionfavano le canzonette come “Scrivimi”, “Vivere”, “Tornerai” ed altre.
E vennero i primi balli all’albergo di Campiglia e alla Mologna su a Piedicavallo e gite in montagna al Bo, al Cravile, ai Sette laghetti, al Lago della vecchia e al Tovo. Alla sera, con grande disappunto di chi restava a casa, partivamo io e il Pio, a volte anche il Paolo, per ricongiungersi con quelli di Campiglia e Oretto e poi in giro per la Valle al canto di “Piemontesina” o stornellate varie come quella dello “Spazzacamino”.
Si rientrava quasi sempre alla spicciolata e una pietruzza messa in una cavità da ognuno di noi tre segnalava agli altri il suo rientro. La mia sovente trovava già quelle del Pio e del Paolo una vicina all’altra.
Ma quanti eravamo a Sassaia durante l’estate in quel periodo dal 1936 al 1939 ?
Valendomi della collaborazione della Piera Baruzzi e dell’Angela Rosazza ho redatto un elenco abbastanza preciso, pur tenendo conto delle inevitabili discordanze dovute a persone presenti prima del 1936 e non più dopo o viceversa.
Più esatto sarebbe stato l’elenco se fatto alcuni anni fa, quando vivevano ancora gli anziani.
Ho distinto gli abitanti in tre categorie:
- I residenti anziani sono quarantotto
- I residenti presenti d’estate sono trentaquattro
- I residenti solo saltuariamente sono tredici.
L’estate 1939 fu l’ultima passata in pace ed allegria senza immaginare, poveri illusi, di essere sull’orlo di un baratro. Imbevuti di propaganda fascista ci credevamo i padroni del mondo, forti di ottomilioni di baionette sotto la guida del Duce diventato Primo Maresciallo dell’Impero e del Re sabaudo al quale era stato aggiunto il titolo di Re d’Albania e Imperatore d’Etiopia. L’alleato tedesco dopo aver ampliato i suoi confini invadendo fra l’altro Austria e Cecoslovacchia, si apprestava ad attaccare la Polonia. L’Europa era tutta in fermento, le maggiori potenze stringevano alleanze mobilitando le loro truppe e noi giovani a Sassaia senza pensiero alcuno!
Dirò di più, al rientro a Torino dopo le vacanze ormai diplomato, per liberami presto dagli obblighi militari pensai arruolarmi volontario al corso allievi ufficiali di complemento che si teneva a settembre a Moncalieri. Non accettato per mancanza di posti ripiegai con il successivo di fine dicembre a Bra. Povero tapino, i previsti quattordici mesi diventarono piano piano cinque anni e mezzo! Che fregatura ragazzi e pensare che oggi i giovani mal sopportano i pochi mesi di naia che i più trascorrono vicino a casa.
Ritornai a Sassaia per una quindicina di giorni nell’estate 1940 in divisa da sottotenente d’artiglieria ippotrainata ed eravamo già in guerra.
Una domenica mattina ci trovammo in tre in divisa fiammante alla “messa grande” di Campiglia. Gli altri due erano il Dino Motto di Fanteria ed il Boggio Pasqua Ermanno, mio compagno anche di scuola da geometri oltre che di Scuola Militare, d’Artiglieria Alpina.
Ognuno di noi partì per raggiungere il proprio reparto.
L’Ermanno con la sua Divisione Iulia si fece con gli Alpini il fronte greco e la scampò per un pelo, ma non altrettanto in Russia sul Don da dove non è più ritornato.
Il Dino con il 53° Reggimento Fanteria di Biella rimase subito ferito sul fronte greco e lo rividi a Campiglia alcuni anni dopo.


Capitolo terzo
Il post guerra 1945-1958


Ci eravamo separati giovanotti in quella lontana estate 1939 ed ora, dopo anni di sacrifici, sembrava essere usciti nel 1945 da un brutto sogno e diventati ormai uomini senza quasi accorgersene. Qualcuno come me giunse al principio dell’estate, altri durante o subito dopo, ma ci fu anche chi non tornò più come mio cugino Paolo, morto nell’aprile 1944 mentre prestava servizio militare a Gallarate.
L’amico d’infanzia Pio Giudetti tornò dai campi di prigionia della Germania dopo essere stato in Iugoslavia e Montenegro, e così il Tiziano Baruzzi catturato mentre era in Grecia ed il Mario Catella.
Il Renzo Martinero era già a casa fin dall’8 settembre 1943. Il Vito Rosazza destinato a diventare Sassaiese con il matrimonio con l’Angela, venne a trovarsi al momento dell’armistizio in viaggio di trasferimento per Lecce. Fece in tempo a sostituire la divisa appena indossata con abiti civili a Bologna e ritornare a Rosazza dove rimase nascosto fino alla fine della guerra.
Il primo quadriennio 1945-1949 passò senza avvenimenti di rilievo, un po’ perché tutti stavamo iniziando una nuova vita e poi perché allora le ferie erano brevi e mancava il tempo per divertirsi.
Tutti viaggiavamo in ferrovia e corriera fino alla Balma e qualche volta Campiglia e poi a piedi.
Per tornare a Torino il lunedì mattina ci alzavamo alle quattro e giù di corsa, magari sotto la pioggia, alla Balma a prendere il treno. Le serate si passavano a casa del Pietro Martinero, allora nel Druzet o dal Tiziano, finché un giorno quest’ultimo mise a disposizione la cucina della Filomena che, sistemata con la posa di un linoleum sul pavimento e qualche altra miglioria, diventò la prima Taverna di Sassaia.
Una targa fuori della porta dentro casa ne ricorda l’avvenimento.
Nell’estate del 1949 si svolse nel biellese la cosiddetta “Peregrinatio Mariae” che si trasmise da un paese all’altro finché nel 1954 toccò alla nostra Parrocchia e consisteva nel portare nei vari oratori la statua della Madonna. E così una sera andammo tutti in corteo a ricevere la Madonna lungo la stradina a metà strada fra noi e Piaro, sentiero che avevamo accuratamente pulito e illuminato con tanti cerini. Ci trovammo impegnati due giorni con rosari, canti sacri e funzioni religiose e poi passammo le consegne a quelli di Campiglia venuti su fino alla Costa.
Mentre la processione passava davanti la cappelletta feci partire alcuni fuochi artificiali dal prato di sopra e mi bruciacchiai un dito.
La necessità di poter disporre di un locale più ampio ci portò a contrattare le proprietarie della casa dietro la Chiesa, ora del Bruno Ramella, trattative che si conclusero nell’estate 1949 a Campiglia con la firma di un contratto di locazione decennale che ci impegnava ad eseguire alcuni lavori di manutenzione oltre al fornire i locali di luce elettrica.
Affidammo le opere murarie al Renato Magnani spendendo diecimila lire ed i lavori che avrebbero dovuto iniziare nella primavera del 1950 furono terminati già nel novembre 1949. Per quanto riguarda l’impianto elettrico, sistemato gratuitamente non ricordo più da chi, si comprarono i materiali per un importo di lire novecentosessanta e si conclusero i contratti per la fornitura dell’energia elettrica prima con la Ditta Motto spendendo lire ottocentocinque come consumo forfettario per il 4° trimestre 1950 e poi con la SIP acquistando il contatore.
La Motto intestò il contratto al Circolo Sassaia e la SIP lo fece in capo al sottoscritto.
Si comperarono le prime lampadine, alcuni mazzi di carte e il tavolo del ping-pong nel corso del 1951 con la spesa di dodicimilacinquecento lire e per far fronte a tutto venne costituito il “Circolo Ricreativo Stella di Sassaia” con soci fondatori e soci frequentatori che annualmente versavano delle quote.
Il contratto di locazione scaduto nell’estate del 1960 venne prorogato anno per anno, per la sola stagione estiva, con la Miranda depositaria delle chiavi e al canone di lire duemila per stagione.
Per i primi anni si tenne pure una contabilità separata per il gioco bocce. Chi perdeva la partita pagava un tanto che andava ad incrementare le quote associative necessarie per l’acquisto dei premi per le gare, le lotterie ed i lavori di manutenzione come la costruzione del muretto a monte per il quale spendemmo lire diciannovemila.
In seguito la contabilità del gioco bocce venne incorporata con quella del Circolo e così si proseguì finché un brutto giorno la casa che ci ospitava fu messa in vendita ed acquistata dall’Italo Martinero e noi nel settembre 1966 ci trovammo senza più il circolo.
Alcuni anni dopo il Tiziano ci ospitò e per la seconda volta a casa sua nella sua Nuova Taverna chiamata della Bürsch, ma di questo ne parleremo più avanti, per ora fermiamoci a parlare del 1951.

Anno 1951

Credo non sbagliare se considero quest’anno quello della nostra prima rappresentazione teatrale che trova conferma leggendo il registro di contabilità dove si nota un introito di lire millequattrocentosettanta proveniente dal teatro.
Eravamo agli inizi, il tempo disponibile per i preparativi era esiguo e noi puntavamo molto sui costumi scelti fra le robe vecchie e più stravaganti di casa. Disponevamo di due bei locali, di cui uno col palchetto di legno, con l’accesso diretto dalla piazzetta. Gli attori si preparavano nella ex cucina del Ciocio in casa Mattasoglio Pietro per poi sostare sul pianerottolo delle scale ed entrare in scena nella camera palchettata.
In seguito le maggiori esigenze di spettacolo ci portarono a creare un passaggio per gli spettatori attraverso la prima camera con un corridoio provvisorio di tavolato. Gli attori si preparavano nella parte di locale rimasta a disposizione per poi entrare in scena nella camera a palchetto con il pubblico questa volta addossato alla parete di fronte con eventuale uscita di sicurezza attraverso la scala del Ciocio (ora del Bruno Ramella).
Il quel lontano 1951 eravamo ancora nella prima fase e si usava la cucina del Ciocio come spogliatoio.
Ci esibimmo con tre brevi sceneggiate di cui la prima fu quella del “Prete partigiano” tratta da un racconto di Bruce Marschal intitolato “Ogni uomo un soldo”. Il racconto si svolgeva in treno raffigurato da file di panche e sgabelli e l’Ernesto Vola, che frequentava allora Sassaia, faceva il conduttore nascosto dietro la porta delle scale. Imitava il rumore caratteristico del treno in corsa urlando il nome di ogni stazione dando il segnale di partenza ogni volta con un fischio.
Il Gian Carto Mattasoglio, nella parte di un partigiano irlandese fuggiasco, salito durante una fermata, veniva a sedersi vicino a me, già sul treno, vestito da prete e sprofondato nella lettura del breviario.
Si dava così inizio ad un dialogo sempre più serrato finché il partigiano si accorgeva che la polizia stava per salire sul treno per un controllo dei passeggeri. Allora i due decidevano di cambiarsi i vestiti e la situazione diventava comica perché i due protagonisti nello spogliarsi mettevano in mostra degli strani mutandoni che suscitavano ilarità. Tornata la calma ecco salire ad una stazione una vistosa signorina, impersonata dall’Italo, che intreccia subito una conversazione alquanto “osé” con il falso prete malgrado gli inviti alla moderazione da parte mia, che pur essendo sul momento un falso partigiano non dimentico di essere un vero prete!
I due colombi affascinati l’uno dall’altro scendono ad una stazione ed io, dopo aver fatto segni di scongiuro, riprendo a leggere il breviario anche se in abiti borghesi ciondolando la testa col movimento del treno.
A questa scena, dopo un breve intervallo, faceva seguito quella della visita del Duce (Italo) e di Hitler (Ernesto con baffetti e capelli pettinati come il personaggio) venuti a Sassaia per trattare l’acquisto della fontana del Sele. Fra i due avveniva un dialogo sempre più acceso, con frasi miste in italiano e tedesco e grandi gesti, finché si giungeva ad un accordo interrotto però da una voce fra gli spettatori che gridava: «A mument, l’acqua del Sele non si tocca perché la magna Rosa la vo nen!».
Altro intervallo e poi l’ultima sceneggiata del fotografo Italo nella gabbia dei leoni del Circo Togni, dove effettivamente lui c’era stato a fotografare.
Io e Gian Carlo con i soli pigiama con tanto di coda facevamo i leoni accucciati sugli sgabelli e agli ordini del domatore Ernesto saltavamo di qua e di là con grandi urla come oggi farebbe Paolo Villaggio. Il numero terminava con l’Italo in mutande intento a fotografarci e vi lascio immaginare che razza di mutande avevamo predisposto.
Ed ora passiamo all’anno 1952 con il ferragosto sassaiese e ai suoi festeggiamenti:
Ferragosto Sassaiese
In occasione della celebrazione della festa di S. Silvestro – Patrono di Sassaia – il Comitato sottoscritto
organizza per i giorni 15 – 16 – 17 Agosto i seguenti festeggiamenti:
Programma
Giorno 15: mattino e pomeriggio – Grande gara di bocce fra i residenti di Sassaia – individuale
Grandi premi ai primi tre vincitori e congratulazioni ai perdenti alla sera ore 20.30
Grande gara “Tarocchi” – a coppia – con vistosi premi ai vincenti
Giorno 16: pomeriggio. Gita sociale dei Sassaiesi al Santuario di S. Giovanni e campanone.
Gruppo fotografico di fronte al Santuario da parte del Sassaiese Italo Martinero alla sera ore 21
Inizio della “Maia” e proseguimento con fantasiosi fuochi d’artificio con l’immancabile ausilio
del Sassaiese Tiziano Baruzzi
Giorno 17: Festa di S. Silvestro – pomeriggio dopo il Vespro Grande Pignattata con gradite e
ricche sorprese a tutti i partecipanti sassaiesi il tutto a chiusura dei festeggiamenti.
Le iscrizioni fissate in £ 200 per ogni concorrente alle bocce e £ 100 per ogni coppia ai tarocchi
si ricevono presso il Comitato il quale è incaricato alla regolare estrazione dei concorrenti prima
dell’inizio della gara.
Il Comitato ringrazia sin d’ora tutti i Sassaiesi che prenderanno parte ai festeggiamenti e che
contribuiranno finanziariamente.
Sassaia, li 10 agosto 1952
I premi ai vincitori delle gare a bocce erano i seguenti:
1° premio: bottiglia di liquore da un litro
2° premio: bottiglia di liquore da mezzo litro
3° premio: bottiglia di vino fine da un litro
Ed ora le modalità da osservare in gara: - libertà di gioco sia esso a punto, raffa o bocciata al volo;
- partenza del bocciatore dal termine fissato dai concorrenti; - obbligo di far superare al pallino
la metà del gioco bocce; - annullamento della boccia uscita dal gioco e della mano quando esce
il pallino; - altre osservanze da prendersi prima dell’inizio della gara a richiesta dei concorrenti.
I premi per la gara a tarocchi erano i seguenti:
1° premio: scatola grande di dolciumi
2° premio: scatola media di dolciumi
3° premio: sacchettino di caramelle
Durante la visita al Santuario di S. Giovanni venne rivolto l’invito a ciascuno di noi di versare un obolo nella cassetta delle offerte per i bisogni della Chiesa. Una foto ricordo scattata davanti al campanone testimonia l’eccezionale avvenimento.

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